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Pinocchio 2.0 e i grandi che inventano storie: Un sogno a colori

Pubblicato il: 05/12/2011 18:35:23 - e


Nell’ambito del progetto Pinocchio 2.0 è stato chiesto a mamme, papà, sorelle, fratelli, zie, zii, nonne e nonni di inventare brevi storie che poi vengono lette in classe dalle maestre e illustrate da bambine e bambini della scuola dell’infanzia di Latina e da quelli che fanno parte della rete di progetto. Ecco la storia inventata da Gioconda Bartolotta e Marco Mele, genitori di Emiliano.
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C’era una volta una città, molto diversa da quelle in cui siamo abituati a vivere oggi. Era una città cupa, silenziosa e grigia, una città senza luce, senza suoni e senza colori. Nessun bambino giocava nei parchi e se per caso ci si incontrava andando a scuola o a fare la spesa nessuno si scambiava neanche un saluto: né i bambini né i grandi. E tutto questo accadeva perché in quella città vigeva una regola, una regola che tutti rispettavano da sempre, senza sapere, però, né chi l’avesse imposta né perché: una regola secondo la quale ognuno doveva occuparsi solo delle cose che lo riguardavano e doveva pensare solo alla propria famiglia, come se non esistesse nessun altro al mondo.

Come vi ho detto nessuno, in realtà, conosceva l’origine di quella regola ma poiché tutti l’avevano seguita nel corso del tempo si continuava a rispettarla.

Un giorno, però, successe qualcosa.

Un giorno, un bambino di nome Leo decise che quella situazione doveva cambiare.

Perché prese questa decisione? Perché aveva fatto un sogno. Un sogno stranissimo, chiassoso e colorato. Un sogno così bello che quando si svegliò la sua prima preoccupazione fu quella di non dimenticarlo.

Così prese carta e penna e cominciò a scrivere cosa aveva visto e sentito in quel sogno. Poi uscì.

Leo era abbastanza grande per poter uscire da solo ed era anche abbastanza forte da portare con sé una enorme sacca, grande ma così grande che a vederla si poteva pensare che vi fosse racchiusa una intera galassia, con stelle e pianeti!

Leo si diresse verso il parco, nel centro della città. Come al solito, la giornata era grigia e silenziosa.

Appena giunto al parco, Leo posò a terra la sua sacca, la aprì e ne tirò fuori un potentissimo megafono, tantissime magliette, di tutti i colori e di tutte le taglie (chissà dove le aveva prese!), e, ancora, come dal cilindro di un mago, fece uscire dalla sacca pennarelli, fogli, pentole con i loro coperchi, bicchieri e posate.

Ed infine tirò fuori un enorme ventilatore. Non chiedetemi dove l’avesse preso, non saprei rispondervi né so dirvi come riuscì a metterlo in funzione visto che nei parchi, di solito, non ci sono prese per l’elettricità. Fatto sta che lo fece: le pale del ventilatore cominciarono a girare e in un attimo il cielo fu libero dalle nuvole che fino ad allora avevano oscurato il sole.

Ora la luce era così forte e l’aria era così calda che tutti, in ogni quartiere della città, cominciarono a chiedersi cosa stesse succedendo e così, spinti dalla curiosità, cominciarono ad uscire dalle loro case e subito sentirono la voce di Leo che parlando nel suo potente megafono diceva: “Venite, venite tutti qui nel parco. Venite a vedere com’è il mondo che ho sognato”.

Grandi e piccoli si diressero allora verso il parco e una volta giunti lì Leo consegnò ad ognuno di loro una maglietta colorata, i fogli e i pennarelli. Distribuì anche le pentole ed i coperchi, i bicchieri e le posate. E fu come se tutti, all’improvviso, si svegliassero da un lungo sonno. Nel parco comparvero i colori, quelli delle magliette che tutti avevano indossato e quelli dei disegni dei bambini, disegni bellissimi con fiori rossi e gialli, erba verdissima e oceani blu. Colori che si confondevano con quelli naturali del parco che finalmente erano di nuovo sotto la luce del sole.

Ma non basta: l’aria si riempì dei suoni creati dal tintinnio delle posate sui bicchieri, dal TUM TUM PARAPUM TUM TUM che saliva dalle pentole usate come tamburi e dal DONG DONG dei coperchi usati come fossero piatti delle orchestre.

Ma soprattutto l’aria era piena di grida e di risate e ovunque si volgesse lo sguardo c’erano grandi e bambini intenti a chiacchierare, a salutarsi, a giocare e a farsi dei gran complimenti per il bel disegno fatto o per la bella melodia creata con gli strumenti che Leo aveva messo a loro disposizione.

Ma quanto di più bello c’era in quella che era diventata una limpida giornata d’estate era la felicità di Leo, il bambino che era riuscito a far sognare a tutti il suo stesso sogno… ma ad occhi aperti.

***
In testa, Il sogno di Leo: disegno di Alessandro Zuffranieri, scuola dell’infanzia.

Pinocchio 2.0: http://blog.edidablog.it/blogs//index.php?blog=275 e http://www.facebook.com/group.php?gid=139204519436108

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