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Alle radici di una idea forte di letteratura

Pubblicato il: 31/10/2013 14:08:24 -


La necessità di curricoli di letteratura snelli dal punto di vista dei contenuti impone la ricerca di elementi di selezione potenti che diano valore ai percorsi didattici e che risultino fondanti di una solida idea della letteratura. Gli studenti, se opportunamente guidati, si lasciano affascinare dalle sfide di un percorso creativo e avventuroso che la letteratura sa magnificamente donare.
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La tendenza alla diminuzione del monte orario dei curricoli, e di conseguenza di quello delle singole discipline, rende evidente la necessità di trovare criteri unificanti per curricoli disciplinari che non si giustificano più per una vera o presunta esaustività dei contenuti. Sulla base di un’analisi della disciplina e sull’identificazione di nodi problematici che la fondino e la rappresentino agli occhi stessi degli allievi; inoltre, ne costituiscano una ragione di significatività riconoscibile e condivisibile con l’insegnante.

Se accettiamo questa premessa è evidente che i curricoli d’italiano, della scuola secondaria superiore, non possono essere costruiti solo sulle basi di una mera successione e giustificazione storica.
È necessario, quindi, individuare un criterio forte da usare come selettore delle letture, scelte secondo fili problematici di diversa natura, ma sempre profondi e potenti, tali da costituire un’identità della disciplina e prefigurare la risposta alla domanda implicita in ogni studente: “ma perché si studia l’italiano a scuola?”

Un nucleo di senso forte, che non è difficile da far condividere a giovani fra i 14 i 19 anni, è sicuramente il rapporto tra le parole e le cose, tra l’espressione linguistica e l’esperienza di realtà.
In questo rapporto si sviluppa una visione del linguaggio come spazio d’invenzione e di libertà. Si tratta di un rapporto teso e dialettico tra soggetto e oggetto, in cui si ripropone costantemente il problema della consistenza dell’oggetto da rappresentare e della scelta degli strumenti di rappresentazione.

Il mondo della parola rifiuta di farsi inquadrare in una statica logica di realtà – se nel dato di realtà, per esempio un essere inanimato non gode delle proprietà di un essere animato – il linguaggio invece, grazie alle sue primarie esigenze di espressività, viola le leggi della logica razionale e della combinazione dei significati e, crea le figure retoriche, infrazione prevista e codificata come legge che sovrasta altra legge.

I mondi fittizi creati dal linguaggio hanno possibilità infinite oltre il mondo reale, al punto da mettere in dubbio la consistenza di quest’ultimo e creare conflitto e tensione tra i due livelli.
La scrittura letteraria non è mai il banale rispecchiamento o l’evasione dalla realtà, ma proietta sempre una luce di ambiguità e immette il seme del dubbio su quello che, invece, si pensa abbia la dura consistenza della concretezza.
La storia del rapporto tra il mondo delle parole e dell’immaginario letterario da una parte, e quello della realtà che un autore ha voluto rappresentare dall’altra, può essere il significato che si dà oggi alla storia della letteratura. Una letteratura che si può certo seguire nella sua evoluzione storica, ma che si può anche leggere paradigmaticamente come una periodica e alternata realizzazione di modelli che, di volta in volta, poggiano sul polo della realtà rappresentabile o sulla costruzione di alternative impossibili, o rese possibili solo nel mondo delle parole.
È una prospettiva non facile, ma non irrealizzabile: gli studenti, se opportunamente guidati, si lasciano affascinare dalle sfide e coinvolgere in un percorso intellettuale che si può prospettare come avventura.

Già al biennio, quando s’introduce nell’ambito della semantica, la forza dirompente ed espressiva delle figure retoriche, dei traslati e delle figure che contraddicono le leggi della combinazione dei significati (leggi ispirate a precisi paradigmi di realtà: “uno non è due”, “l’animato non è inanimato” e “il positivo non è negativo”), gli studenti possono cominciare a riflettere sulla forza creativa, eversiva e trasgressiva del linguaggio.

Si può fare di più: introdurre anche una piccola serie di racconti in cui l’uso della figura retorica si dilata fino a diventare fondamento di mondi alternativi, soggettivi e fantastici, che assumono la dimensione di nuove realtà basate su paradigmi impossibili.
Credo che la scelta possa essere varia e ampia, ma fra tutti i racconti possibili io ritengo particolarmente indicati alcuni racconti di E.A. Poe, che rispondono pienamente allo scopo di organizzare una riflessione sul ruolo della letteratura e dell’artista, rispetto a una realtà da capire, da rivelare e da inventare.
Sono i racconti in cui gli oggetti inanimati si animano, in cui identità e duplicità si confondono, in cui qualcosa d’inconsistente, come “la voce della coscienza”, prende corpo. E non dimentichiamo che questi racconti, analizzati nel loro meccanismo di costruzione, possono costituire un valido punto di riferimento metodologico anche per valutare soluzioni di tipo opposto, cioè quelle di scrittori che riconoscono principi di realtà razionali, che ordinano e rendono conoscibile l’esperienza del mondo e rendono realizzabile il progetto di rappresentazione di una realtà che loro ritengono oggettiva.

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Immagine in testata di kromkrathog / freedigitalphotos.net (licenza fre to share)

Laura Carotti

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