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“Sulle ali della follia”: amore e letteratura

Pubblicato il: 15/07/2014 11:17:24 -


Viaggio letterario, fatto attraverso gli occhi e le parole di una giovane liceale, sul significato di alcuni famosi versi d’amore della storia della letteratura.
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Un giorno, inspiegabilmente, ci siamo trovati catapultati in questo mondo. Vi siete mai chiesti perché, alla nascita, un neonato vagisce? Una singolare risposta giunge noi direttamente dal IV secolo d.C., è il poeta latino Lucrezio a fornircela: “Ed ecco il fanciullo, come un naufrago buttato a riva. Dalle onde infuriate, giace nudo sul suolo, incapace di parlare, bisognoso d’ogni aiuto vitale appena la natura lo getta sulle prode della vita (…) e riempie lo spazio d’un disperato vagire, com’è giusto che faccia colui cui in vita è serbato il passare per tante sventure” (“De rerum natura” vv. 222-227).
Un disperato saluto al mondo, pieno di dolori e sofferenze, sarebbe dunque quello del neonato, consapevole del destino che lo attende, in una vita in cui sarà ben arduo per lui trovare pace e felicità.

Lucrezio individua nell’atarassia, un’assenza di turbamenti dell’animo, l’ingrediente fondamentale per un’esistenza felice, e nella “ratio” l’unica possibilità che l’uomo ha di poter contenere le proprie paure, di poter fuggire passioni eccessivamente coinvolgenti, sconvolgenti. L’uomo, come ricorda Aristotele nella “Politica”, è per natura “animale sociale e razionale”, un animale sì dotato di ragione e portato a vivere in società, ma pur sempre un animale. Intelletto e sensi, razionalità e istintività, convivono costantemente, nell’animo umano, un’ardua convivenza tra opposti, non di rado conflittuale.
In virtù di quel “sociale” ognuno è spinto a esplorare il reale, a rapportarsi con i propri simili, voglioso di esprimere idee e opinioni, sentimenti e sensazioni, alla ricerca d’autoaffermazione e di quel senso da voler attribuire a un’esistenza già, di per sé, limitata. Un viaggio affannoso alla ricerca di una meta sbiadita, in cui saranno nostri compagni Amore, Amicizia, Odio e Morte, compagni non richiesti che subentreranno, spesso, contro la nostra stessa volontà.

E se fossimo, un po’ tutti, degli Enea, partiti con il fondamentale compito di “fondare” la nostra futura patria, di “fondare” il nostro ruolo nel mondo, costretti, con il sostegno onnipresente dei nostri amici, ad affrontare Amore, come sarà quello di Didone, e Odio, come sarà quello di Turno, nonché Morte, che sopraggiungerà portando via i nostri cari, come accadrà al vecchio padre Anchise?
No, noi non siamo eroi epici, dotati di una tale fermezza d’animo che nulla può minare i nostri scopi, non possiamo esser detti “pii” né essere costantemente virtuosi poiché ci renderemo conto (o ce ne siamo già resi) che, vivendo, non potremo esser sempre padroni di noi stessi e che, l’autocontrollo, non sarà mai bastevole a contenere ogni nostro impulso irrazionale…
“(…) il piacere non è puro,/ e vi sono oscuri impulsi che spingono a straziare l’oggetto,/ qualunque sia, da cui sorgono i germi di quella furia (…) il cuore arde d’un desiderio feroce”, scrive Lucrezio nel IV libro del “De rerum natura”. Il poeta latino, in linea con la propria concezione atarassica, condanna Amore, inutile passione, istinto animalesco fonte di perpetua insoddisfazione e momentaneo piacere. Amore diviene “smania”, “rabbia”, “gli amanti vorrebbero sapere che cosa desiderano,/ e non riescono a trovare un rimedio che plachi il tormento”. Siamo sicuri che questo sia amore e non possesso? Come può, chi prova un sentimento così indescrivibilmente affascinante, voler “straziare” la persona da lui amata? L’amore non è né un campo di battaglia né è un perverso “contratto” erotico. La maggior parte degli errori e delle sofferenze umane non risiede tanto nell’amore di per sé, quanto nella sua erronea interpretazione. Esso non si controlla, non è un colpo di fulmine, destinato ben presto a svanire, né tanto meno un divertimento o un rabbioso sfogo. Molti sono i modi per far esperienza e divertirsi ma con i sentimenti no, con loro non si scherza. Un noto aforisma recita: “Se amate qualcuno per la sua bellezza, non è amore, ma desiderio. Se amate qualcuno per la sua intelligenza, non è amore, ma ammirazione. Se amate qualcuno per la sua ricchezza, non è amore, ma interesse. Ma se amate qualcuno e non sapete il perché, quello è amore.” Cos’è Amore? Perché si ama?
L’uomo non ha mai smesso di chiederselo… “S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?/ Ma s’egli è amor, perdio, che cosa et quale?”, s’interroga Petrarca nel 1300. “O viva morte, o dilectoso male, come puoi tanto in me s’io nol consento?” La ragione non acconsente eppure l’uomo continua ad amare: nelle questioni d’amore, la “ratio” si ritira impaurita, impotente fugge via, lasciando posto al “furor”, perché Amore è questo, è pazzia, follia.

Enea vince la follia e rifiuta Didone, conosce Amore e se ne ritrae con una disinvoltura disumana. Enea ha il Fato a guidarlo, è il Fato a fornirgli, al momento opportuno, quel “cuore di pietra” necessario ad abbandonare Cartagine, tant’è che ammetterà: “a malincuore, o regina, m’allontanai dal tuo lido (…) credere io non potevo di darti con la partenza questo dolore sì grande” (VI, vv. 460 e 463-464). Tragico l’amore tra i due, un amore “abortito”, negato da volontà superiori. Didone, alla partenza dell’amato diviene folle, “Folle d’amore, l’anima smarrita, dà in ismanie, erra per la città fuori di sé, baccante eccitata” (vv. 354-356), giunge a nutrire per lui odio profondo, “sarebbe stato meglio se lo avessi ammazzato e fatto a pezzi” (vv. 729-730), culminando la propria ira nel brutale suicidio, arsa sul rogo acceso con il fuoco d’un amore deluso.
Una forzatura quella di Enea che nessuno, assolutamente, a meno che non debba salvare il mondo o compiere qualche atto particolarmente eroico, deve sperimentare. Dal momento che il nostro compito non è quello di fondare una stirpe, bensì quello di trovare noi stessi, godiamoci il dono dell’amore, la sua follia sarà la nostra salvezza. Perché infatti pensare al “furor” come possibile nostra rovina? La pazzia c’è finchè c’è amore, e amore c’è finchè c’è complicità, sintonia, gioia, serenità. “Amor, c’ha nullo amato amar perdona”, “Amore, che a nessuna persona amata permetti di non riamarti”, recita il celebre verso dantesco. Forzare la persona amata a riamarci non è amore, è egoismo. Divenire folli, lacerare il nostro animo per un amore non ricambiato, non è essere folli: chi ama è folle, chi pensa d’amare, lo diviene. A meno che non ci si trovi nella situazione di Didone, amante e amata, preda di una furia giustificata da un abbandono del tutto ingiustificato, non siamo tenuti a straziarci per amore: se non dà gioia, non è amore.
“Chi mette il piè su l’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale; che non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale”, ammonisce Ariosto nel XXIV canto del Furioso. È l’“amore” malato, l’amore perverso, ad essere “insania”, così come quello negato.

L’amore malato è follia, ma rovinosa causa di sudditanza, oppressione, violenza, persino morte, non è la follia dell’anima, incantata dalla persona amata, è follia della mente dalle pericolose, estreme, conseguenze. L’amore malato genera odio e turbamento. “Odio e amo”, dice Catullo, come si può odiare e amare? Chi ama non odia. Come può Baudelaire vedere la donna da lui “amata” come un vampiro, un “infame” che tiene lui legato “come il forzato alla catena, al gioco il giocatore incarognito, l’ubriaco alla bottiglia, la carogna ai suoi vermi”?
Siamo in pieno 1800, all’epoca del Decadentismo, e Baudelaire fa “decadere” il sentimento stesso dell’amore, quasi come fosse un cappio imposto, un incubo senza fine. Le tenebre, una donna dai lunghi capelli rossi, un uomo avvolto nel suo abbraccio soffocante, il volto rigato di sangue, i versi del poeta francese prendono forma nell’immagine non meno raccapricciante della donna-vampiro bevitrice di sangue dalla bellezza perversa fornita da Munch in “il Vampiro”. Questa è vera pazzia! È da folli pretendere di voler trovare Amore nell’inquietudine di una trappola malefica, in un desiderio possessivo e distruttivo.

Chi si ama non si bacia come la coppia evanescente dipinta da Munch stesso in “Il bacio”, i corpi avvolti, avvinghiati, preda di una passione struggente e malinconica, assente ogni cenno di complicità o tenerezza, né tanto meno come i due amanti di Magritte, incappucciati, quasi per paura di svelarsi, trattenuti dal proprio ego, sospinti in un gesto d’“amore” soffocante, che toglie il fiato. L’amore non toglie il fiato, dà respiro! Come scrive Eraclito in un suo famoso frammento: “Per quanto tu cammini per ogni via, i confini dell’anima non li troverai”. Quale mezzo migliore per superare i propri limiti se non quello di divenire folle? “La follia è tanto superiore alla sapienza in quanto la prima viene dagli dei, la seconda dagli uomini”, afferma Platone nel “Fedro”. Non è follia intesa come patologia mentale, neppure la pazzia di un uomo pessimista e adirato, fuori di se dall’impeto di violenza e fissazioni dalle estreme conseguenze, scambiate per amore. È la follia di due innamorati, capaci di essere al contempo migliori amici e amanti, pronti a condividere ogni istante, a parlare per ore senza mai stancarsi, a comprendersi con un solo sguardo, a andare oltre la vista di due “corpi belli” per cogliere la bellezza che è nell’anima dell’altro. Non è un amore “platonico”, neppure un amore impossibile, è ciò di cui ciascuno ha bisogno per completare e realizzare se stesso.

Ecco che il bimbo, appena nato, piange: la sua non è una richiesta di aiuto, è un primo tentativo di superare i propri limiti, e il pianto l’unico mezzo espressivo a propria disposizione, simbolo di dolore e nostalgia per quella nostra metà necessaria a guardare al mondo e ai suoi problemi con distacco, “volando” sulle ali della follia.

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Lidia Maria Giannini

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