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Education, equità, diseguaglianze

Pubblicato il: 28/11/2014 11:55:04 -


Recensione all’ultimo numero di “Scuola Democratica” 2/2014 maggio-agosto.
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Molta retorica sulla scuola, molti doverosi, anche se un po’ scontati, richiami alla costituzione, molte denunce di colpe lontane e meno lontane della classe politica, una notevole confusione tra contributi che dovrebbe essere di politica culturale, ma non solo, e documenti di rivendicazione sindacale, sicuramente legittimi, ma mal collocati in un dibattito quantomeno poco equilibrato: questa è la percezione che riceve chi sta seguendo la discussione sulla buona scuola. Alla fine della fase di consultazione il governo trarrà, si spera, qualche utile conclusione e sarà possibile fare un bilancio degli umori presenti tra gli interessati.
A oggi, infatti, l’accademia pare non essersi esposta e la società civile ha delegato a insegnanti, formatori, personale delle diverse istituzioni scolastiche e alle famiglie, attraverso le organizzazioni che le rappresentano o attraverso prese di posizione individuali, il compito di misurare le proposte del governo con i problemi che la scuola italiana si trova ad affrontare, oggi, nel corso di una delle più complesse crisi che la nostra società abbia mai conosciuto.

In questo contesto l’insieme dei contributi contenuti nell’ultimo numero di Scuola Democratica (2/2014), Special issue – education, equità e disuguaglianze, offre analisi scientificamente fondate e studi specifici, riferiti ad aspetti cruciali della situazione italiana, che costruiscono una prospettiva entro la quale dovrebbe essere collocato qualsiasi discorso sui sistemi scolastici.
L’introduzione di A. Cavalli mette bene in luce il problema: la parzialità, la scarsa incidenza dell’education in relazione all’obiettivo di garantire equità ed eguaglianza in società, le cosiddette società avanzate, che, a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso, hanno visto aumentare le diseguaglianze economiche e la persistenza di queste di generazione in generazione. Le scienze sociali si sono sviluppate proprio esercitandosi su questi temi e continuano a giocare sull’educazione la scommessa che si possa cambiare qualcosa per costruire società di “più eguali”. Che si tratti di un compito impari, quello affidato ai sistemi pubblici d’istruzione, appare evidente da molti dati di fatto che Cavalli riassume lucidamente: “se non si riesce a modificare il profilo della disuguaglianza incidendo sulla distribuzione delle ricompense e sulla trasmissione di generazione in generazione del capitale economico e sociale delle famiglie, proviamo con la scuola”.
Perché comunque ne vale la pena, viene da aggiungere alla conclusione della lettura di questo fascicolo della rivista.

Il problema è tematizzato nei tre pezzi di apertura. F. Dubet studia le modalità attraverso le quali, negli ultimi decenni, è avvenuta la democratizzazione della istruzione terziaria, che ha ormai una dimensione di massa, tuttavia queste modalità sono eterogenee e sembrano riprodurre, al di là dell’accesso, nuove forme di stratificazione socio-culturale.
Interessante è l’esplorazione degli interventi che, a partire dalla scuola, cercano di produrre maggiore giustizia sociale, i casi studiati sono Francia, UK e Svezia. Seguono due interviste in parallelo di Y. Shavit e W. Mueller che affrontano, il primo, il tema cruciale dell’effetto degli indicatori prescelti nelle scienze sociali (in questo caso probabilità di conseguire titolo di studio vs partecipazione ai vari livelli d’istruzione), mentre il secondo riflette sulla dinamicità della struttura occupazionale, che risente/assorbe/reagisce alla espansione della istruzione a tutti i livelli.

I setti contributi della sezione Saggi sviluppano approfondimenti importanti: l’attenzione ai back-ground etnico-culturali negli studi americani sulla diseguaglianza e le ricerche empiriche sulla disparità di opportunità educative in Francia (D. Meuret, A. Dirani); M. Triventi propone una rassegna di studi italiani che, nella sua completezza, permette di misurare la responsabilità di quanti hanno trascurato e non dato seguito a lavori significativi, svolti nel corso degli anni; uno studio longitudinale su un ampio campione italiano relativo a tre coorti di popolazione nel corso del novecento, elaborato secondo approcci statistici estremamente accurati, evidenzia una sostanziale stabilità delle diseguaglianze in relazione alle opportunità educative, e sostiene che il peso del titolo di studio dei genitori sembra attenuarsi rispetto ad altre costanti quali il ceto, i costi diretti e indiretti per l’ education ecc. (S. Marzadoro, A. Schizzerotto); questo sostanziale persistere della diseguaglianza è confermato da G. Ballarino e N. Panichella, che utilizzano l’analisi periodica ISTAT sui diplomati, ed ancora da S. Gabriele e M. Raitano, che guardano piuttosto alla disuguaglianza in termini di outcomes, e infine da G. Roberti, che presenta uno studio di caso sui consumi giovanili nella Marsica.

M. Romito sviluppa un’analisi qualitativa secondo un approccio etnografico, poco usato in Italia quando si analizza la scuola, che studia le pratiche dell’orientamento, realizzate dai docenti alla fine della terza media, come fattore di rinforzo della stabilità delle disuguaglianze; queste pratiche, infatti, risentono molto di pregiudizi e stereotipi culturali dei docenti, tuttavia il problema potrebbe/dovrebbe essere risolto attraverso una formazione mirata e l’utilizzo di specialisti, tenuto conto dell’importanza di questa attività per i singoli studenti, soprattutto nella prospettiva di sostenere forme efficaci di mobilità sociale.

La sezione Osservatorio internazionale (L. Benadusi, O. Giancola) rilegge molte ricerche, comprese quelle recenti dell’OCSE, dal punto di vista dell’equità e presenta uno studio comparativo su sistemi scolastici comprensivi versus sistemi selettivi.

L’analisi è molto ampia, ricca di riflessioni, che sottraggono la questione a inutili contrapposizioni ideologiche. Il testo evidenzia comunque una maggiore “propensione” a definire più equi sistemi che rendono meno precoce la scelta dei percorsi d’istruzione superiore; questa conclusione è interessante per l’Italia, Paese in cui si prolunga l’obbligo a dieci anni di scolarità, ma poi si lascia tutto così com’è, e si assiste alla dispersione e all’abbandono scolastico, così come si guarda ai ricorrenti disastri ambientali, mentre si discute ancora ferocemente sull’opportunità della valutazione del sistema scolastico, invece di provvedere con serietà e urgenza a realizzarne un modello affidabile e stabile.

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Immagine in testata di Scuola democratica

Vittoria Gallina

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