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Scuola e istruzione in un paese che non riesce più a vedere

Pubblicato il: 24/01/2024 04:12:20 -


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Nel corso degli anni Censis continua ad affidare ad una metafora l’ interpretazione  della società italiana, letta attraverso i processi in atto studiati e presentati nei vari capitoli; le considerazioni generali del 2023 iniziano con 4 parole divise da una virgola: “Molte scie, nessuno sciame” Facendo ricorso alle definizioni sintetiche dell’Oxford Languages, le scie, parola obsoleta (sic), rimandano a movimenti individuali, che seguono un solco, lo sciame, peraltro oggi quasi assente (!), richiama un movimento collettivo, guidato verso una situazione “nuova/ più vivibile rispetto a quella che si intende abbandonare”. L’Italia è un paese in cui non sembra si stia avviando un nuovo ciclo, il famoso ascensore sociale è fermo da tempo,  piuttosto sembra  che  cerchi di assicurare a ciascuno la libertà di essere autonomo nell’interpretare lavoro, investimenti, processi di coesione senza vincoli collettivi. Quindi la metafora scia/sciame esprime il dubbio circa la capacità che eventuali libertà conquistate senza regole, né vincoli possano tradursi in traiettorie, in cui lo sciame raccoglieva,  seppure con difficoltà, un insieme di molteplici aspirazioni. Ma il gioco delle metafore non finisce qui, una seconda metafora nomina i soggetti, che popolano questa nostra società nel 2023, e richiama i Sonnambuli, titolo della trilogia di H. Broch (pubblicato negli anni 1931- 1932), che descrive il crepuscolare declino della mittel-europa tra il 1888 e il 1918.Una popolazione di ciechi, gli Italiani, incapaci di leggere gli inquietanti presagi, che vengono elencati fin dalle prime pagine del Rapporto di questo anno. 

L’Italia del futuro. L’Istat prevede che nel 2050 saranno 4 milioni e mezzo in meno i residenti Italiani; questo calo riguarderà più di 9 milioni di persone con meno di 65 anni, mentre si produrrà un aumento di 4,6 milioni di ultra 65enni ( 3,7 milioni in meno saranno quelli con meno di 35 anni contro il milione e seicento degli 85enni e più); la popolazione attiva  conterà  una riduzione di 8 milioni di persone.

Oggi il 56% della popolazione sente di contare poco a livello sociale (i giovani che formulano questo giudizio sono il 61,4% ) mentre un 80% della popolazione si dichiara rassegnata al declino del paese ( qui i giovani sono l’ 84% ): la crisi del sistema produttivo e di welfare è ben visibile fin da oggi. Del resto nell’ultimo anno 36.000 cittadini di 18-34 anni sono espatriati, aumentando così le quote degli expat, si tratta di giovani, convinti che l’Italia abbia poco da offrire loro.

Nella consapevolezza di questa situazione tutti appaiono fermi, si nota una paralizzante emotività, che blocca atteggiamenti reattivi di fronte alle sfide dell’oggi e del futuro. La cultura dell’emergenza e delle risposte emergenziali, che generano interventi di breve periodo, prive di progettualità e di sistematicità, è largamente condivisa da una classe dirigente e da una popolazione, che, emotivamente, rispondono con atteggiamenti auto difensivi che impediscono di leggere i processi reali e arricchiscono quel “mercato della emotività”, che alimenta l’informazione e l’industria dell’intrattenimento.

 Restituire una idea di futuro alle giovani generazioni. Al di là del titolo, che sembrerebbe esprimere una prospettiva di impegno, il capitolo dedicato ai processi formativi evidenzia bene che  il sistema Italia non è in grado di mantenere al centro dell’attenzione della politica, ed anche della opinione pubblica, il problema  della necessità di promuovere lo sviluppo del capitale umano, come priorità nelle agende di governo. Chi si può illudere che, al di là della ri-nominazione del ministero dell’istruzione (l’aggiunta del termine merito),  si potrà produrre quell’avanzamento culturale necessario a  sostenere ricerca, conoscenza e innovazione? Garantire giustizia sociale e diritti di cittadinanza significa intervenire in modo efficace sui fenomeni negativi ormai consolidati, che caratterizzano e producono  povertà educativa,  dispersione implicita ed esplicita, divari di genere e limitato numero di giovani che conseguono titoli e qualificazioni post diploma. 

L’85,9% della popolazione (gli studenti sono più dell’89% ) afferma che La scuola è troppo distante dal mondo del lavoro. Ma nei prossimi cinque anni   serviranno 1,3 milioni di persone qualificate a livello di post diploma, quindi il fabbisogno non coperto sarà di circa 8.700 persone ogni anno, 43.700 nel quinquennio (l’80%  di questi “assenti” saranno soprattutto i  laureati in discipline Stem, economiche, statistiche, sanitarie e giuridiche) in un paese in cui  la popolazione giovanile è sempre di meno. Il paradosso della situazione consiste anche nell’ enorme spreco di capitale umano giovanile: i Neet 15-29enni sono il 19,0% del totale, la media europea è 11,7%; il 26,8% dei 18-24enni (oltre un milione) ha al massimo il titolo finale della secondaria di primo grado, di questi l’11,5% (oltre 460.000) ha lasciato la scuola prima di conseguire il diploma (early school leaver).

Sulla scelta dei percorsi Stem pesa ancora, anche se in misura minore, il divario di genere e non sembra che i percorsi di orientamento, anche se attivati a partire dal prossimo anno, potranno essere utili per invertire queste tendenze, soprattutto per la debolezza di contenuti , metodologie e caratteristiche della nuova/vecchia offerta formativa.

Anche in Italia il conseguimento di un titolo di studio è una garanzia di occupazione, specie per le donne; il tasso di occupazione degli italiani 25-34 enni  è all’ultimo posto della graduatoria europea (66,1% contro la media EU del 79%; nel 2022 gli occupati 25-34enni con al massimo la licenza media sono il 53,9% , il 67,6% i diplomati e il 72,8% i laureati). Persiste la penalizzazione salariale delle donne, quale che sia il titolo di studio posseduto.

Nell’ultimo anno  gli alunni stranieri sono l’11,2% della popolazione scolastica con un incremento di quasi il 5% rispetto all’anno precedete ( l’aumento riguarda soprattutto la scuola primaria) mentre  si è registrato un decremento di circa 1,2% della popolazione scolastica italiana proprio in questi livelli scolastici, decremento che aumenta negli anni in conseguenza del  calo demografico. 

Resta limitatissima (sotto il 10%) la quota di popolazione 25-64enni,  che partecipa a percorsi di apprendimento permanente, mentre la media europea è quasi il 12%.

Si registrano ancora le basse retribuzioni degli insegnanti, sia nel confronto con la situazione europea, sia nel mercato del lavoro italiano,  un docente di secondaria superiore, rispetto a un lavoratore a tempo pieno con istruzione terziaria, guadagna in Italia  il 26% in meno ( in Europa la differenza è meno  del 6%) e quasi il 25% dei docenti è in condizione di precariato ( tempo determinato).  Tuttavia il 95,9% si dice soddisfatto del proprio lavoro!!!! questo, almeno, sulla base dei dati della indagine OCSE TALIS , che pure registra come l’insegnamento, per almeno il 35% dei docenti, non risulta essere la prima scelta lavorativa .

Se questo è il quadro , solo un cieco o un sonnambulo potrebbe intravedere un’idea di futuro da restituire ai giovani!!!

Vittoria Gallina

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