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Orientamento scolastico e professionale: ritorno all’antico

Pubblicato il: 21/09/2011 17:41:37 -


Quale equilibrio tra qualità del lavoro e competenze sociali e di cittadinanza? La scuola media è un mito progressista o può essere quel luogo nel quale si può lavorare su nuovi equilibri tra i saperi, le condizioni, le esperienze, le responsabilità? Le risposte di Gian Carlo Sacchi.
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La politica scolastica internazionale sta concentrando la sua attenzione sul rapporto tra riforme degli ordinamenti e qualità degli apprendimenti. Il secolo scorso ha investito su un’istruzione di massa che elevasse la formazione dell’uomo, del cittadino e di tutto il popolo italiano, come ci ricorda l’incipit della scuola media del 1962, attraverso percorsi scolastici “comprensivi” da far frequentare a ragazzi/e in età sempre più avanzate. Il dibattito sull’innalzamento dell’obbligo scolastico ha tenuto banco per diverso tempo e l’Italia vi è giunta fuori tempo massimo rispetto ad altri Paesi europei, proprio nel momento nel quale, prima ancora di aver potuto sedimentare l’esperienza, è stata travolta dalla comparazione delle performance degli allievi rilevate su vasta scala, che un po’ ovunque ha messo in discussione il nesso tra queste ultime e gli ordinamenti scolastici, il ruolo della scuola come istituzione governata da strutture centralistiche o di comunità intesa come realtà immersa nel proprio territorio, il dualismo tra la cultura derivante dalla tradizione umanistica e il lavoro, sia come emancipazione sociale che come finalità economico-produttiva.

Sarebbe interessante vedere se si vuole e si è capaci di andare oltre a dette situazioni critiche, mentre lo sport più diffuso da noi è quello di dare sfogo a una polemica su ciò che viene definito utopismo progressista che addirittura avrebbe affidato troppi compiti alla scuola, ma che in realtà nasconde nemmeno troppo un pensiero molto debole in risposta alla richiesta di miglioramento e la mancanza di adeguate risorse a sostegno della qualità del sistema.

Le questioni da altre parti tuttavia riguardano sia l’allentamento del concetto di comprehensive, difficile però eludere il quadro delle “competenze chiave” messo a punto dall’UE, sia, specularmente, il superamento, almeno sul piano del rapporto tra preparazione scolastica e aspirazioni sociali, del così detto doppio canale.

Gli allievi italiani che non sono motivati alla scuola e che si disperdono non anelano a risolvere i loro problemi nell’apprendistato, anzi nel momento in cui vi confluissero in massa ne metterebbero a rischio la funzionalità: ci sono due milioni di giovani in giro per il Paese che non vanno né a scuola né a lavorare, ma forse qui davvero si può dire che la politica scolastica non sia sufficiente.

I dati OCSE – PISA infatti non evidenziano migliori prestazioni per effetto di una diversa articolazione istituzionale, ma come i risultati dipendano più dalle condizioni sociali, economiche e culturali delle famiglie e dei contesti di riferimento che dall’azione dei percorsi formativi formali quali essi siano.

Allora ragionare sulle suddette competenze chiave, sullo “zoccolo duro” o sulla scuola media unica non è riproporre un “mito progressista”, ma è rendersi conto che la preparazione generale è sempre più richiesta anche da quella professionale; si tratterà di capire quale debba essere e come attuarla, perché dietro al superamento dell’imposizione a tutti della stessa scuola non si nasconda una nuova descolarizzazione, non voluta però dal più nobile intento della promozione della “società educante”, ma dalla possibilità che la scuola stessa non sia più utile a nessuno, nemmeno alle élite, essendo già sostituita dalla televisione o da altri fatui strumenti di comunicazione. E qui ci sarebbe da mettere in evidenza quale antropologia ispiri la politica scolastica odierna.

Se la trasmissione tradizionale della cultura non interessa e l’attuale formazione direttamente volta al lavoro non basta, non è per amore di mediazione, ma per urgente necessità, che vada trovata una nuova via nella qualità della proposta formativa più che nella sua organizzazione, sostenuta da adeguate attività per l’orientamento, anch’esse abbastanza sacrificate per la ricomparsa di un certo determinismo che tende a indirizzare sempre più precocemente le scelte. La formazione generale rimane un dato imprescindibile, ma la scuola media non può essere per intenderci copiata dal liceo, così come la formazione professionale deve saper valorizzare la cultura del lavoro in modo da diversificare gli apprendimenti senza mettere a rischio l’equità sociale. In un sistema di qualità le eccellenze non staranno in una parte della scolarità, peraltro già evocata da una società classista, ma tutte le componenti avranno la possibilità di esprimere i loro meriti, sicuri però che venga garantita una formazione qualificata per tutti. Ma per fare questo occorre un rilancio dell’attività curricolare e didattica e ciò richiede i necessari investimenti, che da noi non si fanno, preferendo ridistribuire al ribasso gli insuccessi degli studenti. Ammesso che il “decondizionamento” sia ancora un obiettivo pedagogico per certi governi allora non si tratta di chiudere con i miti del passato, ma di proporre qualcosa che stante la crisi ci offra prospettive non solo per l’occupazione immediata ma per l’innovazione nel medio periodo.

In diversi Paesi europei non ci sono state polemiche restauratrici, ma finanziamenti a ricerca e formazione, in modo da guardare avanti, anche per un rinnovato rapporto tra formazione e lavoro, e non indietro a una scuola che riproduca la separazione delle classi sociali.

Non è nemmeno il presunto allineamento con i fabbisogni occupazionali a produrre sviluppo, ma un’alternanza/alleanza tra scuola e impresa, ognuno però con le sue caratteristiche e funzioni, può realizzare il miglioramento sia delle competenze che delle motivazioni.

In questo contesto vanno fatte emergere in modo intenzionale le politiche per l’orientamento, utili non solo per le scelte iniziali, ma per condurre con un carattere altrettanto formativo le persone e le loro esigenze formative lungo tutto l’arco della vita. Occorre che siano i giovani a saper scegliere e non gli adulti a scaricare su di essi le loro inquietudini o le loro mancate attese: né i genitori né i docenti spesso lavorano sul ragazzo/a che c’è, ma su quello/a che loro vorrebbero che ci fosse.

La rivalutazione del lavoro manuale deve poter alimentare nei giovani reali possibilità di cambiamento, senza che si vada a toccare gli stereotipi che ancora condizionano le relazioni sociali e che spesso si ripercuotono come frustrazione in coloro che sono più qualificati ma disoccupati. Non è certo perché ci siano più posti di un certo tipo che sarà automatico trovare più addetti.

C’è senz’altro da recuperare un equilibrio tra una sempre più necessaria qualità del lavoro e la capacità delle persone di costruire rapporti non solo di tipo economico e tecnico, ma anche sociali e di cittadinanza. E qui torna di nuovo la questione: la scuola media è un mito progressista o può essere quel luogo nel quale si può lavorare appunto su nuovi equilibri tra i saperi, le condizioni, le esperienze, le responsabilità. È una sfida alla quale il nostro Paese, così come seppe realizzarla per coniugare i diritti con le opportunità, può rimettere mano, pensando:

• a un periodo più lungo per lavorare sugli apprendimenti e sulla formazione delle personalità, insieme ad altri segmenti che oggi compongono il così detto primo ciclo,
• a una maggiore flessibilità organizzativa e nella gestione del personale: serve un organico a livello di “istituto comprensivo”,
• a una capacità di progettazione del curricolo per aree disciplinari e obiettivi trasversali, che sia veramente in grado di superare il dualismo tra sapere e fare in un’ottica di attualizzazione del valore della conoscenza e della sua applicazione,
• a una valutazione per competenze aperta alla prosecuzione e diversificazione degli sbocchi,
• a interventi strutturali con adeguate e nuove professionalità per l’orientamento.
Gli stessi problemi sono in sostanza presenti nel secondo ciclo, soprattutto all’inizio in corrispondenza all’innalzamento dell’obbligo di istruzione. Qui nonostante numerosi tentativi sperimentali durati troppo a lungo e mai portati a regime, ha fatto capolino solo nel 2007 una modalità didattica che ricerca l’integrazione tra assi culturali e specializzazioni professionali, connessi con il crescere dell’autonomia progettuale delle scuole. Tale impianto sarebbe ancora in vigore, ma viene progressivamente svuotato dalla ricanalizzazione non solo tra gli indirizzi scolastici, nell’accentuarsi delle diversità tra licei e istituti tecnici e professionali, ma con i percorsi formativi regionali e, come si è detto, dal tentativo di affiancare anche l’apprendistato.

Anche questo è all’insegna dell’abbattimento del modernismo novecentista, ma quale sarà l’efficacia? Appuntamento alle prossime indagini internazionali; per quanto riguarda i citati dati OCSE – PISA, che indicano una certa risalita dei risultati dei nostri quindicenni, di cui ci si è compiaciuti, essi vengono da lontano, da quel periodo che nemmeno la breve parentesi del governo Moratti aveva in sostanza scardinato.

Gian Carlo Sacchi

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