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L’importanza delle parole nella difesa di chi è privato della libertà

Pubblicato il: 22/09/2021 03:07:26 - e


Intervista a Mauro Palma,  Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà
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Dopo aver ascoltato e visto le immagini che anche questo anno accompagnano la tua relazione al Parlamento ho pensato alle domande che ti avrei rivolto per la ormai consueta intervista annuale; implicitamente, ma anche esplicitamente affronti,l tema della razionalità, presentata e vissuta come strumento di costruzione e difesa degli spazi in cui si conserva una civiltà del diritto, inteso come garanzia di libertà per tutti. I due quadri di C.D. Friederich, che hai mostrato, comunicano bene il senso della consapevolezza del caos, ma nello stesso tempo anche della possibilità di suggerire una direzione identificabile, proprio entro il caos. Potresti brevemente riassumere il filo del ragionamento che hai seguito nel fare il bilancio di un anno, che è stato molto complicato davvero per tutti? 

Due elementi hanno condizionato il mio approccio nel mettere a confronto l’anno trascorso e quello che con la Relazione al Parlamento chiedevo di aprire. Sempre tenendo presente il particolare angolo visuale da cui invitavo a leggere il tema della privazione della libertà personale, sia essa la conseguenza di un atto formale o il mero prodotto di una situazione che di fatto si viene a determinare.

 

Il primo elemento è la necessità di individuare una direzione: lo sguardo del viandante di fronte al nebbioso e disseminato panorama è uno sguardo che cerca una possibile linea dell’osservare e, quindi, del comprendere e che – almeno nella mia interpretazione – assume la difficoltà come propria condizione esistenziale. Non cerca di prefigurarsi una direzione artificiosa, accetta lo sguardo nella nebbia.

Lo sguardo viene invece ritrovato nell’isola di Rügen, nel cromatismo che è di per sé direzionante. Se, dopo la metaforica sfera improvvisamente dirompente nell’apparente calma dell’orchestra che Fellini aveva posto nella sala di prova del suo film,  il nostro sguardo poteva essere dubbioso nell’individuare la propria direzione – e forse era doveroso che fosse tale – nella fase di recupero di modalità di connessione con il mondo interno ai luoghi – dove la libertà è stata ulteriormente privata e dove l’ansia ha avuto una doppia connotazione –, la direzione deve essere ritrovata affinché non si stabilisca una nuova ‘normalità’ fatta di assenza di relazioni significative.

 

Da questo primo elemento ne discende un altro. Se il viandante è solo, a Rügen non si è più soli, ma in tre e con colori diversi. Al di là dell’interpretazione più volte data da questa triplice presenza dai vari critici tendenti a leggerla in chiave teologale, per me la loro molteplicità è indicativa della necessità di riconoscere che non si trova alcuna direzione da soli. Neppure da parte di chi, mosso dalle migliori intenzioni, vuole porre impegno per costruire una nuova ‘normalità’ positiva. Si ritrova una direzione in una costruzione collettiva. Quindi, al Parlamento volevo dare il messaggio della necessità di tornare a direzionare lo sguardo e di attuare questa operazione con il massimo possibile di relazionalità tra tutti i soggetti coinvolti.

Nel corso di un anno è la sezione introduttiva della relazione, che colloca nello scorrere dei mesi grandi questioni geopolitiche, eventi tragici che hanno colpito intere popolazioni e drammi terribili che hanno riguardato singoli soggetti, confronti e scontri politici nazionali, e non solo,il  riproporsi di vecchi problemi, l’esplosione di nuove impellenti questioni. Colpisce la sequenza calendarizzata di tutte le attività svolte dal Garante nazionale, ma soprattutto la quantità di visite dirette, di seminari mirati e convegni, di incontri specifici con i vari soggetti che hanno responsabilità di gestione/organizzazione/interpretazione delle norme/tutela delle condizioni di vita delle persone private della libertà; quali i criteri che costruiscono questa agenda, o meglio quali i criteri con cui vengono scelti e selezionati i vari impegni?  Si tratta di scelte operate sulla base di precise priorità o piuttosto finalizzate a dar conto delle reali situazioni in cui le varie forme di segregazione vengono vissute?

La costruzione dell’agenda degli impegni di un anno è sempre operazione complessa perché deve tenere insieme sia le esigenze poste dall’ampiezza del mandato di vigilanza e tutela del Garante nazionale, che spazia dall’area penale a quella della detenzione amministrativa dei migranti, all’impiego delle forze di Polizia, ai servizi psichiatrici chiusi e alle residenze altrettanto chiuse per persone anziane o disabili, sia le altrettanto rilevanti esigenze poste dalle contingenze e dalle improvvise criticità. Sono quest’ultime a modificare spesso la programmazione e lo sono state ancor più nel corso di diversi mesi dell’ultimo anno, quando il Garante nazionale è diventato a volte l’unica presenza all’interno di strutture che divenivano inaccessibili alle altre presenze esterne. Un esempio per tutte: il salire a bordo delle navi improvvisamente utilizzate per il periodo di isolamento precauzionale di persone migranti giunte fortunosamente via mare sul nostro territorio. La visita alle navi è stata anche un messaggio alla collettività esterna che si andava interrogando sul loro impiego, non solo in termini di legittimità, ma anche di materialità quotidiana e di effettività dell’accesso ai diritti tutelati dal nostro ordinamento costituzionale.

L’agenda è poi profondamente attraversata dal compito ineludibile che il Garante – ancora giovane istituzione – deve necessariamente assolvere: far conoscere la propria esistenza e esercitare un ruolo peculiare nella costruzione tra i giovani della consapevolezza dello ‘Stato di diritto’, come forza e come linea di analisi di ogni azione politica e sociale.

Tutti questi elementi hanno interagito pur nella difficoltà aggiuntiva della complessità del muoversi, dei protocolli da osservare, della stretta aderenza al principio do not harm che deve sempre essere ripetuto nell’intraprendere azioni teoricamente mosse da positive intenzioni. 

«Ridarsi un nome» questa è la cifra dell’impegno che nella relazione di questo anno appare volto soprattutto al consolidamento di un linguaggio che dia consapevolezza ai nomi di tutto ciò che esprime le condizioni delle persone private della libertà; nel 2013 l’art 7 del DL 146 istituisce il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, dopo sette anni il DL 130 del 2020 ha modificato il testo eliminando due parole («detenute o») potresti esplicitare il messaggio morale, prima che politico, che la nuova formulazione esprime?  

Più volte ho citato, anche in altri contesti, quella frase di Albert Camus che, negli scritti preparatori per La peste, identifica nel «nominare bene le cose» la premessa per una diminuzione del «disordine e [del]la sofferenza che c’è nel mondo». L’aggettivo detenute quale connotazione delle persone, rischiava di essere assorbente, nonostante fosse mitigato dal successivo riferimento alla più vasta area della privazione della libertà personale. Spesso, soprattutto in occasione di visite a strutture di natura sociale o sanitaria, costituiva una barriera difensiva degli interlocutori responsabili delle strutture stesse, consistente nel rifiuto di attribuire una caratteristica di detenzione alla residenzialità che vi si realizzava. In realtà, il limite tra residenzialità chiusa e privazione della libertà è molto labile e soprattutto fluttuante, come del resto si è visto proprio nell’ultimo anno. Tuttavia, era bene evitare ambiguità: l’impossibilità di decidere del proprio muoversi e dell’autodeterminare la propria azione quotidiana anche in cose semplici è di per sé un indicatore di una libertà che non è più semplicemente ridotta o ristretta, ma che progressivamente viene ad annullarsi. Se è vero che la Corte europea per i diritti umani è molto attenta a connotare con parametri precisi l’effettiva privazione della libertà e a non riassumerla in qualsiasi restrizione, è altrettanto vero che essa pone proprio come parametri identificativi l’impossibilità di lasciare un luogo, anche se si è verificata per un periodo molto limitato di tempo, e la condizione di non scelta autonoma o delegata – in termini di rapporto fiduciario e reversibile – di funzioni attinenti alla propria sfera decisionale. 

Ogni istituzione, struttura o luogo di accoglienza deve mantenere fermi questi parametri per non diventare luogo di internamento e, come tale, di riduzione della connotazione relazionale che la Costituzione attribuisce al concetto stesso di persona. Il nome più chiaro diminuisce, quindi, il «disordine» e auspicabilmente la «sofferenza» almeno nei micro-mondi che il Garante è chiamato a visitare.

Forse interpreto male, ma nella relazione leggo una tensione educativa, che intende la tutela dei diritti delle persone private della libertà in due sensi: uno è volto a creare condizioni perché la privazione della libertà non venga intesa come atto “ punitivo /riparatore”, ma come situazione che consenta la riabilitazione, intesa come riacquisizione di consapevolezza di sé e di fiducia nelle proprie possibilità; l’altro è volto a consolidare e diffondere nella società civile la cultura della tutela di questi diritti, così come è scritto nella Costituzione, impegno che riguarda tutti i cittadini. Da questo punto di vista la scelta di articolare e fissare in un glossario “pedagogico” i punti essenziali di queste riflessioni, mi è apparsa molto importante. Potresti scegliere almeno tre, tra i vari concetti messi a lemma, che ti sembrano più importanti per questa azione di educazione alla cittadinanza?

Credo che chi ha un ruolo istituzionale debba sempre avere una tensione educativa e auto-educativa: contribuire alla crescita della consapevolezza democratica e, al contempo, non ritenersi depositario di tale funzione, bensì saper ascoltare per orientare sempre e progressivamente questa tensione. In questo contesto il linguaggio è stato ed è tema privilegiato di attenzione del Garante nazionale: indicatore del sapere diffuso – e anche del presunto sapere – e al contempo costruttore del sapere possibile. Da qui l’attenzione alle parole: nella Relazione dello scorso anno, le parole del linguaggio con cui questi luoghi di privazione della libertà e le persone in essi ospitate sono descritti nella conversazione comune e nei media; quest’anno il linguaggio delle norme che definiscono gli stessi luoghi e ciò che in essi deve avvenire. Linguaggio spesso corrivo il primo, linguaggio troppo spesso ambiguo e polisemico il secondo. Entrambi fattori di rischio per il degrado delle relazioni, soprattutto quando si tratta di rivolgere lo sguardo alle parti difficili del corpo sociale.

Le tre parole che ritengo centrali e che colgo da tre ambiti diversi sono: norma, dignità e monitoraggio. Ho scelto tre sostantivi: norma perché nel suo costruirsi e nel suo agire rappresenta il contesto di riconoscibilità dei diritti affermati e la loro concreta azionabilità; dignità perché rappresenta il valore più aggredito da chi non confida nella norma e più ancora dell’agire sui corpi agisce sul non riconoscimento della persona in quanto tale; monitoraggio, perché riassume l’azione del Garante e concentra nella sua semantica il vedere, il vigilare, il non affidarsi all’assuefazione dello sguardo, il formulare pressanti raccomandazioni a chi amministra la privazione della libertà

Non riesco a chiudere questa intervista senza confessarti che le immagini e le varie notizie delle violenze agite in alcune carceri mi hanno veramente sconvolta. Ti chiedo allora in quali forme e attraverso quali azioni pensi che sia ricostituibile in tempi brevi un minimo di fiducia tra coloro che svolgono impegni lavorativi sul campo, ai vari livelli, e l’istituzione che dovrebbe garantirne dignità e sicurezza?

L’aspetto più sconvolgente di quelle immagini è proprio l’offesa alla dignità delle persone, ben maggiore anche del dolore fisico che tali azioni possono avere determinato a chi ha subito le percosse. La logica del ‘branco’ che vuole riprendersi il territorio presuntivamente vissuto come ‘proprio’ spazio ricorda quella della contrapposizione tra bande delle periferie degradate. Perché, come in quei contesti, tale espressione di una volontà di gruppo che – dimenticandosi di essere rappresentanti della collettività che ha affidato loro anche l’uso della forza – agisce fuori da ogni riconoscimento del proprio ruolo e manifesta in questo suo agire una grande debolezza identitaria. L’implicito non riconoscimento della propria identità è alla base della ricerca di un’identità fittizia: quella di essere padroni del territorio, come una banda che ritiene ‘proprio’ il muretto di quartiere dove altri non devono posarsi.

Dovremmo riflettere sulle assenze che quella nerboruta presenza testimonia.

 

Vittoria Gallina, Mauro Palma Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà

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