Home » Politiche educative » Le incertezze del governo  sul modello degli  ITS

Le incertezze del governo  sul modello degli  ITS

Pubblicato il: 08/12/2021 06:52:57 -


Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Per poggiare su basi solide e implementare un canale vocazionale di formazione tecnica e professionale di livello terziario non basta intervenire sugli ITS.  È anche agli istituti tecnici e professionali ,  ai percorsi senza sbocchi  dell’IeFP regionale, a ciò che resta degli IFTS , che bisognerebbe indirizzare  robusti interventi riformatori.  Ma su tutto ciò al momento ci sono parole  vaghe.   Come dettato dal PNRR – e dal molto, forse troppo, consistente investimento di 1,5 mld  concentrato sugli Istituti Tecnici superiori  –  l’obiettivo prioritario è il loro riposizionamento.  È’ questo il tema centrale di una legge, approvata in luglio alla Camera, ora all’attenzione del Senato. Il titolo è Ridefinizione della missione e dell’organizzazione del sistema di istruzione e formazione tecnica  superiore, ma il ‘sistema’ ancora non c’é .  E non è  certo che quanto si prevede  per l’Istruzione Tecnica Superiore  possa  realizzare  l’obiettivo del raddoppio in cinque anni dei suoi attuali iscritti  (18.750 )  e diplomati ( poco più di 5.200 ), numeri inconfrontabili con  gli 800.000  allievi delle Fachhocschulen tedesche. Segno  che, nei dieci anni dall’ istituzione ( 2010 ),  non sono bastati  il buon disegno formativo  – coprogettazione dei percorsi biennali con le imprese, approccio  ‘duale’ con forti iniezioni di apprendimento in contesti operativi, docenti provenienti in gran parte dal mondo del lavoro – e neppure gli ottimi risultati occupazionali dei diplomati – più dell’80%  in attività  per lo più coerenti con il titolo di studi – a farne un’offerta formativa largamente attrattiva. Potente strumento,quindi, di superamento del ‘disallineamento’ tra le competenze  e i fabbisogni professionali delle imprese, o meglio di quelle  più innovative.

Il nuovo testo non sceglie tra i due modelli  attivati da decenni in Europa; quello che il canale vocazionale terziario lo realizza con percorsi brevi e professionalizzanti dentro l’ università (Francia,Spagna) e quello che ne fa invece un canale del tutto autonomo (Germania, Austria, Svizzera, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Finlandia). I percorsi ITS dovranno  essere ‘coordinati’ con le lauree triennali professionalizzanti e titoli e competenze dovranno essere riconosciuti come crediti dalle università, ma intanto accanto ai percorsi biennali (4 semestri e  titoli riferiti al livello 5 dell’EQUF europea), c’è la novità della possibile attivazione anche di percorsi triennali (6 semestri e titoli riferiti al livello 6, quello delle lauree triennali), e poi  anche quella dell’abilitazione al rilascio dei diplomi, una prerogativa che è stata finora solo delle università. 

Una soluzione  che si profila dunque ‘a due gambe’, ma ancora imprecisata, in cui si legge l’incertezza sulla possibilità che il mondo accademico, finora contrario salvo pochi casi a  dare un indirizzo professionalizzante ai percorsi  triennali, prenda con determinazione questa strada. E forse anche il ragionevole timore, diffusissimo nei mondi ITS e della Formazione Professionale, che, anche se lo facesse, non sarebbe poi capace di abbandonare il suo  approccio prevalentemente teorico, e  di aprirsi a  docenti provenienti dal mondo del lavoro. In attesa che si materializzi una vera svolta, la scelta è  potenziare  al massimo,  anche rischiando qualche incongruità, il profilo terziario, le  funzioni e la validità nazionale dei diplomi degli ITS, a partire dalla denominazione di ITS-Academy (che allude  a studi di altissimo livello, ma che nella versione anglosassone  significa in verità  formazione continua fatta dalle aziende). Agli ITS vengono infatti affidate, oltre ai compiti specifici, anche altre funzioni: divulgazione della cultura scientifico-tecnologica, orientamento, formazione dei docenti della secondaria, formazione continua, politiche attive del lavoro, intermediazione di manodopera, trasferimento tecnologico alle piccole imprese.  Quanto ai diplomi, la  validità nazionale viene attestata oltre che dall’essere titolo  di accesso  ai pubblici concorsi  (anche  per gli insegnanti tecnico-pratici della secondaria ), dal loro  riferirsi a figure professionali nazionali afferenti ad aree tecnologiche e  con standard formativi  definiti nazionalmente ( solo la curvatura dei profili è affidata alle Regioni ) da decisioni ministeriali e interministeriali.

È  proprio qui, in un diverso rapporto tra Stato e Regioni (e anche nelle modifiche relative alla costituzione e al funzionamento delle Fondazioni che promuovono e gestiscono gli ITS), che si gioca la partita principale, di sicuro problematica. Se il testo  concluderà senza intoppi  il suo iter, saranno  decisioni statali a definire  non solo  le aree tecnologiche di riferimento (che per i prossimi cinque anni saranno in coerenza   con le priorità del PNRR ), le figure professionali,  gli standard formativi, ma anche l’accreditamento iniziale e periodico, in base ad appositi monitoraggi affidati a Indire, che è condizione del finanziamento nazionale. 

Alle tante difformità quantitative e qualitative di tipo territoriale che hanno finora ostacolato lo sviluppo  degli ITS (le Regioni, si sa, non fanno sempre buon uso delle loro “competenze esclusive” , e il caso ITS non fa eccezioni), la nuova legge oppone una strategia di  ricentralizzazione, ancorché mitigata dai passaggi obbligatori in Conferenza Stato-Regioni e  in un Coordinamento nazionale delle rappresentanze degli attori (Conferenza delle Regioni, Ministeri, associazioni imprenditoriali nazionali, associazioni più rappresentative degli ITS), con assenza ingiustificata del sistema delle parti sociali.  Si stringono le maglie anche sulla composizione delle Fondazioni e i loro organi. I soggetti fondatori devono avere una documentata esperienza nel campo dell’innovazione, la qualifica di ‘fondatori’ può essere riconosciuta  solo a «persone fisiche o giuridiche pubbliche o private, enti o agenzie che contribuiscono finanziariamente o con risorse strutturali al fondo di dotazione o  di gestione delle Fondazioni» tra i fondatori non ci saranno più gli Enti Locali, la struttura di governance non prevede più il Consiglio di Indirizzo e la Giunta esecutiva ma un Consiglio di amministrazione, un Presidente, un Segretario generale. Novità importante, anche se forse non universalmente condivisa,  è che la Presidenza sia sempre espressione delle imprese fondatrici e partecipanti della Fondazione.

Basterà tutto ciò  al rilancio e ai suoi ambiziosi obiettivi ?     

   

 

Fiorella Farinelli Politica e saggista,  docente esperta di  istruzione e formazione, componente dell’Osservatorio nazionale per l'Integrazione degli alunni stranieri

49 recommended

Rispondi

0 notes
632 views
bookmark icon

Rispondi