Home » Politiche educative » La Finlandia innalza l’obbligo scolastico

La Finlandia innalza l’obbligo scolastico

Pubblicato il: 22/09/2021 06:06:40 -


Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Con il primo agosto 2021 in Finlandia tutti i giovani dovranno andare a scuola fino a 18 anni. La sfida dell’aumento delle competenze necessarie per il mondo del lavoro viene raccolta investendo  sul sistema formativo e sulle sue caratteristiche di coesione e di equità. È uno sforzo economico notevole giustificato dalla condivisione che in quel Paese esiste da tempo nelle parti politiche e nella società circa l’importanza attribuita alla formazione, e dall’impegno che lo Stato centrale e gli enti locali pongono contemporaneamente nel sostegno finanziario, ma anche culturale e sociale, al sistema formativo..

Sarà perché alla base di quel sistema non ci sono logiche di tipo commerciale, dove i genitori non sono clienti, ma insieme agli amministratori e al personale scolastico sono impegnati per la qualificazione continua del lavoro didattico e della sua innovazione, utile allo sviluppo del territorio. Una tale sinergia ne fa un sistema che all’esterno risulta competitivo e tra i migliori, e all’interno risulta  centrato sugli studenti, quindi flessibile, in grado di motivare l’apprendimento e ridurre la dispersione.

Già nel processo riformatore la partecipazione delle comunità territoriali è in grado di anticipare l’efficacia di determinate scelte che poi saranno loro stesse a mettere in pratica. Anche la realtà italiana è fortemente radicata nelle municipalità e diversità territoriali, ma il centralismo delle decisioni fa si che vi siano perdite nel sistema difficilmente recuperabili, nonostante leggi che regolamentano l’esercizio associato delle funzioni comunali, ma che non coinvolgono le scuole.

Infatti, le riforme nel nostro Paese sono prevalentemente ordite dalla politica, in questi ultimi anni con un notevole portato dell’economia, con scarsi contributi degli attori scolastici, se si eccettuano interventi dei sindacati, e di alcuni contesti locali; questo fa sì che una volta approvati i provvedimenti questi non siano del tutto conosciuti da coloro che li devono attuare e quindi con il tempo, mancando un’adeguata azione di monitoraggio del centro nazionale, perdono forza e fanno riemergere la routine consolidata dalle competenze già acquisite dei docenti

Un modello flessibile

Nell’ottica della flessibilità il modello finlandese è in grado di sostenere sia le scuole con utenze particolarmente disagiate, sia quelle delle eccellenze, con la diversificazione dei finanziamenti e la presenza di figure professionali per il sostegno, l’orientamento, la consulenza psicologica; il personale scolastico completamente gestito dalle scuole stesse è così in grado di fronteggiare esigenze diverse, riuscendo a ottenere risultati che tendono a ripianare le differenze.

C’è un’ampia condivisione delle politiche educative su tutto il territorio nazionale e ciò rafforza il livello culturale delle famiglie, e una forte devoluzione verso gli enti locali. Lo stato stanzia il 57% delle risorse finanziarie e le trasferisce agli enti locali, che a loro volta impegnano il 43% direttamente, con un’ampia autonomia nell’imposizione fiscale, per quanto riguarda i costi dell’istruzione. Il sistema formativo  non è semplicemente un servizio che lo Stato ha l’obbligo di fornire ai cittadini, ma è considerato una componente indispensabile per la costruzione del Paese e quindi una priorità nella organizzazione sociale ed economica.

 L’ampia autonomia riconosciuta alle scuole e agli enti locali nella gestione dell’offerta didattica fa sì che tutta la società sia coinvolta nel processo educativo, dai livelli istituzionali di base, per far crescere la domanda fino al livello nazionale e poi ritornare al territorio per la realizzazione. È interessante notare il timore di un eventuale neocentralismo regionale che porta tali politiche su binari paralleli e talvolta discordanti, come accade nei sistemi federali o aspiranti a esserlo, come in Italia dove la riforma del titolo quinto della Costituzione ha fatto delle  Regioni i soggetti in grado di legiferare e di realizzare la  programmazione del servizio sul territorio, facendo salva l’autonomia delle scuole, che però rimane per larga parte incompiuta. 

La scuola finlandese non è vissuta come un organismo dello Stato, ma come un’istituzione che appartiene alla comunità, secondo una chiara applicazione del principio di sussidiarietà, mentre da noi la presenza vincolante dell’amministrazione statale nel governo di tutti gli istituti scolastici, non fa altro che suscitare conflitti di competenza con le Regioni che rivendicano maggiori poteri per far aderire il sistema dell’istruzione alle esigenze del territorio stesso, con particolare riferimento ai rapporti con il mondo del lavoro. Ed è per la mancata applicazione della predetta riforma costituzionale che diverse regioni hanno chiesto un regionalismo differenziato, previsto dalla Costituzione, ma per ora, complice il covid, i Ministeri preposti cercano ancora di tergiversare.

Un’ altra indicazione interessante che possiamo trarre dall’esperienza finlandese riguarda il rapporto tra il curricolo nazionale e quello locale. Quest’ultimo infatti ha largo spazio, sia per corrispondere alle domande delle realtà territoriali, sia per assumere i diversi bisogni formativi, compresi gli alunni disabili, con docenti assunti a livello di istituto o di comune. Da noi tale spazio è molto piccolo: il curricolo nazionale infatti copre gran parte dell’orario scolastico e scarsa è anche la flessibilità di cui sente sempre più la necessità per fronteggiare situazioni di crescente criticità negli apprendimenti. Decisivo è il reclutamento dei docenti che insieme alle rigidità di formazione delle classi blocca il funzionamento didattico sulle discipline e le classi di concorso.

Non esiste in quel Paese, com’è noto, un sistema nazionale di valutazione delle competenze degli allievi: ci si affida alla preparazione dei docenti per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla legge, ma i risultati ottenuti dalla partecipazione alle ricerche OCSE-PISA rivelano prestazioni superiori alla media dei Paesi partecipanti, mentre l’Italia ha risultati inferiori. È interessante inoltre vedere come sia possibile conciliare eccellenza ed equità che, sempre secondo le indicazioni PISA, si ottengono più facilmente se le scuole hanno un sufficiente grado di autonomia, che si esplica nella possibilità di determinare i contenuti dell’offerta formativa, di gestire le voci del bilancio scolastico e di scegliere gli insegnanti da assumere. La maggiore autonomia va di pari passo con la maggiore responsabilizzazione delle scuole nei confronti dei risultati degli studenti dei quali devono rendere conto.

I Paesi con i migliori risultati sono quelli che hanno unito un sistema di istruzione comprensivo e un sostegno all’individualizzazione degli studenti: compensare le differenze bilanciando lo svantaggio culturale e promuovendo il talento e l’eccellenza. In Finlandia fino al 40% il curricolo è individualizzato e c’è un notevole sostegno ai singoli studenti, con classi eterogenee e multiculturali. Le tematiche interdisciplinari rivestono un’importanza centrale nel curricolo: esse integrano l’educazione e l’istruzione e richiedono una cooperazione tra i docenti; attraverso di esse si possono affrontare le sfide educative del nostro tempo, in diversi campi della conoscenza.

I punti di forza della scuola finlandese per l‘elevamento dell’obblgo 

Il valore della scuola per la società che spinge alla coesione sociale e presta attenzione alla qualità; il governo del sistema scolastico vicino ai cittadini che partecipano ai diversi momenti di gestione e di riforma; il curricolo centrato sugli studenti, attento a evitare discriminazioni, valorizzando le eccellenze e motivandoli al miglioramento continuo delle competenze, sia per irrobustire la formazione generale, sia per inserirsi in un mercato del lavoro in rapida evoluzione. Questi sono i punti di forza di un impianto di questo tipo per il quale l’ulteriore elevazione dell’obbligo di istruzione può rivelarsi un valore aggiunto ai già brillanti risultati conseguiti dagli studenti e riscontrati nella valutazione delle scuole. 

Per il nostro Paese la coerenza tra politiche, governance e didattica potrebbe portare a una maggiore efficacia dell’azione formativa ? Le politiche sono spesso conflittuali, ideologiche, scarsamente ancorate alla realtà e ogni maggioranza di governo tende a demolire ciò che ha messo in campo quella precedente, ma non riuscendovi mai completamente lascia nell’ordinamento scolastico una serie di provvedimenti contraddittori che determinano discontinuità e frammentazione in un settore che avrebbe bisogno di tempi lunghi e di soluzioni partecipate. Per quanto riguarda il governo del sistema è noto a tutti che l’autonomia delle scuole è rimasta a mezz’aria e il loro funzionamento deve rispondere a una gestione burocratica e centralistica che cerca di fare parti uguali tra bisogni differenti. Il nostro curricolo infine è occupato da contenuti  imposti a livello nazionale, con un insegnamento ancora selettivo che genera dispersione.

C’è chi potrebbe preferire per motivi storici e culturali quello che si fa qui, senza andare alla ricerca di esempi difficili da trasferire in contesti sociali diversi: se ne può discutere, senza tuttavia dimenticare i dati OCSE-PISA che per l’Italia potrebbero rendere necessario un aumento dell’obbligo di istruzione, ma che nella nostra situazione politica ed economica sarà quasi impossibile conseguire.    

Gian Carlo Sacchi  Esperto di politica scolastica. Ha fatto parte del Consiglio di amministrazione dell’INDIRE e ha fatto parte del comitato Scientifico della Regione Emilia Romagna per le esperienze di integrazione tra istruzione e formazione professionale.

22 recommended

Rispondi

0 notes
bookmark icon

Rispondi