Includere vuol dire innovare. Responsabilità della scuola e dei ragazzi

in Politiche educative

di Vittoria Gallina | del 10/12/2014 |commenta

Includere vuol dire innovare. Responsabilità della scuola e dei ragazzi
L’anno scolastico e i riti della scuola, fra cui le occupazioni delle scuole superiori. Riflessioni e proposte per includere la ricchezza creativa dei ragazzi, ma con la responsabilità di ambedue le parti.

Il confronto tra curricoli dichiarati e curricoli effettivamente realizzati nelle singole scuole è tema di studio poco praticato, che tuttavia permetterebbe di capire qualcosa di più di quei processi che, ancora oggi, impediscono alla scuola di essere un effettivo strumento di equità sociale.
Studi di sociologia e di sociologia dell’educazione affrontano in profondità il tema della dis-equità; qui si propone, con riferimento alla scuola italiana, una prospettiva meno impegnativa e complessa, ma, sufficiente per dare qualche utile elemento d’interpretazione.

I tempi della scuola si articolano nel calendario scolastico, ma anche questo non è affatto univoco; è possibile distinguere: il calendario istituzionale, il calendario della singola scuola, il calendario della singola classe, il calendario dei docenti e infine il calendario degli studenti.
Il disallineamento tra calendario istituzionale e tutti gli altri dipende da vari fattori, in genere riconducibili alla macchina burocratico-amministrativa, a questi si aggiungono poi gli aggiustamenti delle singole scuole e gli effetti di fenomeni socio-antropologici, quali sono i comportamenti e gli atteggiamenti che realizzano un complesso rito collettivo, l’anno scolastico.
Il calendario dei docenti, volere o no, è condizionato dalla necessità di implementare, attraverso specifici contenuti di studio, le indicazioni programmatiche e le linee guida del Miur.
Il calendario degli studenti è scandito dalle varie forme di verifica e da tutti quei riti collettivi attraverso i quali i giovani sperimentano, verificano e marcano la propria presenza alla vigilia dell’ingresso nel mondo adulto (questo in genere accade alla fine della secondaria superiore).

Facciamo allora un esempio concreto riferito al calendario di un docente di filosofia e al calendario degli studenti di una classe terminale di un liceo. Il docente ha una prima preoccupazione: riuscirò a far lavorare gli studenti intorno alla filosofia hegeliana prima che scatti l’occupazione pre-natalizia?
Questa, infatti, dalla fine di novembre fino alle vacanze di Natale, permette agli studenti di prendersi una pausa, riposare, guardarsi intorno e guardare dentro di sé, liberando il proprio tempo.
Il modo in cui avviene questa riconquista del tempo da parte degli studenti dovrebbe essere studiata con cura, perché anche in questo si evidenziano le dis-equità della nostra società, che la scuola riflette senza mutarle.
Poi, prima di Pasqua, si celebrano quei riti d’iniziazione primaverili, che sono i viaggi d’istruzione, anche qui le dis-equità sociali si mostrano in modo palpabile (un giro d’interviste ad albergatori e autisti coinvolti offrirebbe un eloquente quadro antropologico).
Poi escono le materie d’esame, qui i calendari si riallineano nel rush finale.

Questa la situazione di fatto, stupisce allora, al di là della simpatia umana e della lodevole volontà di avvicinare l’istituzione alle dinamiche di vita dei giovani, di dare il senso della vicinanza e dell’attenzione di questa, la dichiarazione del sottosegretario Faraone sulle occupazioni, che si ferma all’epifenomeno di quanto accade in questi giorni in alcune scuole, si limita a dire “sono con voi” e non coglie queste occasioni per costruire e consolidare pezzi di scuola rinnovata. Come?
Prima di tutto non avallando l’idea che per fare cose che si ritengono utili, interessanti, coinvolgenti anche in senso emotivo, sia lecito ad alcuni di prendersi gli spazi che sono di tutti (le occupazioni non riescono ormai a essere momenti inclusivi in cui tutta una scuola si riconosce e hanno piuttosto il carattere auto celebrativo di gruppetti, sicuramente ben intenzionati, di happy few).

Poi, e questo è un po’ più difficile, si potrebbero offrire agli studenti occupanti e occupati contenuti di riflessione, per aiutarli a essere responsabili del tempo che stanno consumando, qui il ruolo di dirigenti e docenti deve essere valorizzato e non messo da parte.
Infine si dovrebbe – e chi meglio di un sottosegretario può farlo? – promuovere l’utilizzo di tutte le opportunità per attuare la flessibilità dell’organizzazione della scuola e dei curricoli, opportunità che già esistono, ma che restano sulla carta o sono riempiti con progetti calati dall’alto.
L’autonomia scolastica ha la finalità di promuovere curricoli scolastici, rispettosi delle indicazioni nazionali, ma capaci di accogliere (si indicano persino le percentuali di quote orarie) attività di studio, approfondimenti culturali, attività pratiche ed esperienze concrete, che nascono proprio dalle curiosità (il termine è volutamente generico) e dalla creatività di giovani che hanno voglia di mettersi alla prova e di orientarsi per il proprio futuro.

In tutto questo l’istituzione ha un ruolo fondamentale, contenendo atteggiamenti contradditori del MIUR (gli stop and go sui commissari esterni agli esami di maturità, i test d’ingresso alle facoltà universitarie, ecc. sono veramente penosi) e garantendo a studenti, docenti e dirigenti tutti i supporti necessari per costruire percorsi di studio concretamente condivisi e originali, perché originali e ricche di spunti sono le curiosità dei giovani, che devono essere stimolate e soddisfatte con proposte scientificamente valide.

Si tratta di aiutare le scuole a condividere la gestione di un percorso di studio in cui si esercitano passione, responsabilità, gusto per l’impegno di tutti gli “abitanti” della stessa scuola, nessuno escluso. Un po’ di fantasia nell’organizzazione e nella finalizzazione degli organici aggiuntivi, che dovranno essere messi all’opera nei prossimi anni, potrebbe rappresentare un’utile risorsa.


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Immagine in testata di Parco dei Nebrodi Blog

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