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Il Presidente “dell’italiano”

Pubblicato il: 26/10/2015 12:16:27 -


In occasione dell'82mo congresso internazionale della società Dante Alighieri, il Presidente Mattarella ha voluto richiamare, da un punto di vista molto particolare, le responsabilità di tutti di fronte ai nuovi processi di immigrazione che stanno caratterizzando il nostro Paese.
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In occasione dell’82mo congresso internazionale della società Dante Alighieri, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha pronunciato un discorso che avrebbe meritato una maggiore attenzione da parte di tutti.

“Credo che dovremmo essere più impegnati nel promuovere ed assicurare la conoscenza della nostra lingua agli immigrati che si insediano nel nostro Paese, perché la lingua può essere veicolo di integrazione tra i cittadini e le comunità di immigrati che si sono insediate nei nostri territori”. “Comunicazione – ha proseguito il Presidente – significa conoscenza e la conoscenza abbatte i muri della diffidenza e della paura. Previene la formazione di ghetti, che sono innanzitutto linguistici e culturali”.

Dunque, accoglienza non significa solo assicurare condizioni dignitose di cura ed assistenza a chi proviene da storie drammatiche; significa anche costruire da subito percorsi virtuosi di integrazione di cui la conoscenza della nostra lingua è condizione fondamentale.

Per queste ragioni il Presidente lancia un appello affinché la promozione e la diffusione della nostra lingua trovi nuovi e più incisivi strumenti. Che questa sollecitazione arrivi nel momento in cui il Parlamento, in sede di Commissione, sta elaborando la proposta per la cittadinanza dei bambini nati in Italia da famiglie di immigrati, aumenta il valore etico e culturale della sua riflessione.

Il Presidente ha inoltre affrontato il problema della diffusione della lingua italiana nel mondo. Anche in questo caso, egli ha messo in rilievo come la “domanda di italiano” sia ben più forte di quella che noi supponiamo e assicuriamo.

A dispetto di provincialismi e derive localistiche che continuano a caratterizzare anche il dibattito politico, la domanda di italiano all’estero è in continua crescita. Si tratta di una domanda in cui la lingua è il significante di un mondo “made in Italy” che va dalla alimentazione all’arte, del patrimonio artistico e culturale alla prestigiosa produzione artigianale. Una crescita non solo trainata dall’Expo ma anche dalla crisi europea e internazionale, del tecnicismo ed economicismo che hanno dominato nel ventennio che ci lasciamo alle spalle.

Quella deriva non ha prodotto soltanto politiche economiche che hanno alimentato disuguaglianze e stagnazione, ma anche un impoverimento del linguaggio e quindi un forte ridimensionamento della vocazione sociale ed etica della Comunità europea. La lingua italiana, con la sua ricchezza lessicale, con la sua raffinata articolazione, rappresenta la rivincita della creatività, della libera espressione, della comunicazione aperta ed accogliente, dell’attenzione alla persona e alla sua crescita culturale.

Le nostre istituzioni non sembrano ancora all’altezza di questa nuova sfida. Per queste ragioni, fin dallo scorso anno, la Fondazione di Vittorio, insieme ad altre importanti associazioni della società civile, ha promosso una iniziativa tesa ad innovare la normativa e gli strumenti per la diffusione della lingua italiana dentro e fuori i confini nazionali.

Qualcosa si è messo in movimento: i nuovi CPIA (centri provinciali per l’istruzione degli adulti) potranno costituire una risorsa territoriale importante sul versante dell’offerta agli immigrati se saranno virtuosi i processi di collaborazione con gli enti locali e le scuole del territorio. Queste ultime, nel loro programma triennale di attività, potranno includere l’insegnamento della lingua italiana agli immigrati e potranno prevedibilmente contare su nuove risorse di organico.

E’ inoltre un via di istituzione una nuova classe di concorso, la A23, che dovrebbe assicurare la figura professionale del docente di lingua italiana come lingua2, innovazione fondamentale per evitare una deriva scolasticistica dell’insegnamento, con effetti controproducenti rispetto agli obiettivi. A tutto ciò potremmo aggiungere le tante iniziative meritorie delle associazioni di volontariato, di enti ed imprese private, Università ed enti locali.

La sensazione è, tuttavia, ancora quella di essere nel campo delle singole e sporadiche innovazioni, della dispersione di energie e risorse finanziarie, della mancanza di un disegno unitario capace di tenere insieme questa pluralità di esperienze.

Non a caso il cuore nelle proposte della Fondazione Di Vittorio è l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio, di un’Agenzia per la promozione e la diffusione della lingua italiana, capace di essere il vero centro propulsore e di coordinamento di tutte le iniziative, superando le parzialità e le separatezze oggi esistenti tra interventi del Ministero degli Esteri , del MIUR ed esperienze dei privati. Un obiettivo possibile innanzitutto attraverso una innovazione legislativa che tarda ad arrivare soprattutto per la storica difficoltà a mettere in comunicazione i due dicasteri citati. Insomma una difficoltà a “fare squadra”, come ha sottolineato – sempre nello stesso intervento – il Presidente della Repubblica.

Resta da augurarsi che l’autorevolezza del messaggio aiuti a superare questa non invidiabile tradizione italiana.

Per approfondire:

L. Berlinguer, Il brand italiano migliore è nel connubio fra lingua e cultura

Dario Missaglia

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