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Educare a tutto, educare a niente. In memoria di Giulia Cecchettin.

Pubblicato il: 22/11/2023 04:36:54 -


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Ultimamente seguo con attenzione il percorso politico di Elly Schlein perché mi sembra che stia riportando al centro della sinistra alcune parole e alcuni concetti fondamentali della sinistra; sennonché appena ho sentito la proposta di introdurre nella scuola l’educazione affettiva mi sono cadute le braccia.

La scuola è educazione affettiva. Le letterature, italiana, francese, inglese, la filosofia, la storia dell’arte e così anche la matematica e la fisica che nella mente infondono il senso della proporzione e dell’armonia, il senso della legge, sono educazione affettiva. 

Per chi non riesce a intendere questo concetto basterebbe citare il titolo di uno dei capolavori mondiali della letteratura: L’educazione sentimentale di Flaubert; basterebbe indicare come la parola ‘docilità’ venga esattamente dal verbo docere

E invece si continua a frantumare la coltura dello spirito come se questa fosse una tecnica da insegnare in tante microskill staccate l’una d’altra. È una schizofrenia. Una schizofrenia didattica che fa il paio e più con la schizofrenia sociale che permea la società contemporanea. Che genera la schizofrenia psicologica per cui vediamo i giovani amare e uccidere nello stesso tempo. 

Amare e uccidere, sì! 

Un’ulteriore skill, quella di non uccidere, che una scuola in cui tutto viene risolto a tecnica dovrebbe insegnare. Una scuola che dovrebbe insegnare tutto. E nel momento in cui la famiglia e le istituzioni politiche le appaltano ogni responsabilità. Non uccidere una ragazza di ventidue anni dovrebbe essere qualcosa che insegnano i genitori! La fede – dicono a messa – si coltiva in chiesa ma nasce in famiglia; ecco, lo stesso è per l’educazione sentimentale. Che è essa stessa una fede. La fede dell’umano e nell’umano. 

Più si va avanti, invece, e più ogni elemento sentimentale si risolve in una skill e questa skill viene esternalizzata alla scuola. Ma non perché la insegni con la letteratura, la musica (che Lorenz Mizler, un allievo di Bach, chiamava ‘il suono della matematica’), la letteratura, l’arte; la scuola la deve insegnare, come se peraltro essa stessa non fosse un’esplicazione della società in cui vive, con una sorta di omeopatia didattica: frantumandosi in una miriade di vuote chiacchiere da cui è già nata la frantumazione degli individui e della società. 

Non faremo un passo avanti nella politica, nella scuola, nella società e soprattutto verso i giovani fino a che non rimetteremo al centro il senso dell’intero. Nei dialoghi giovanili di Platone, la prima grande testimonianza della crisi della democrazia e dell’intera società ateniese, gli interlocutori di Socrate si andavano chiedendo e gli andavano chiedendo che cosa fossero il coraggio, la santità, la temperanza (a proposito di docilità), l’amicizia e la giustizia. E la persona che l’oracolo di Delfi aveva indicato come l’uomo più sapiente della sua intera epoca non aveva altra risposta che indicare come, qualora si cerchi nel particolare non si troverà mai niente; non si troverà il coraggio, la santità, l’amicizia, la giustizia e la temperanza qualora non ci si interroghi sull’universale. Non ci si interroghi su cos’è la virtù. Sono le pagine mirabili del Protagora platonico nell’analisi delle altre pagine memorabili di Guido Calogero. Calogero, chi era costui? Chi pensa più nella scuola che si debba sapere di Guido Calogero e del suo La scuola dell’uomo; e chi pensa in fondo più che si debba sapere di Socrate stesso! Ormai l’importante è ogni sorta di educazione (digitale, alimentare, stradale, civica, alla scelta universitaria, affettiva, etc. etc). Educazioni a tutto, educazione a niente! 

In memoria di Giulia Cecchettin, questo il mio lutto e il mio fiore per te, dolce ragazza. Fino all’ultima parola non smetterò di prendere parte in questo modo, dolce ragazza, questo è il mio fiore del partigiano! 

Giuseppe Cappello Docente di filosofia e storia al Liceo Augusto Righi di Roma

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