Segnare il cammino

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di Benedetta Cosmi | del 21/01/2010 |1 commento | commenta

Segnare il cammino
"Di un ragazzo discolo, riottoso, caratteriale noi, con grande sapienza, sappiamo fare un ragazzo normale. Non so se questo è un esito auspicabile".



Segnare il cammino, con il suo calore e il freddo di un percorso da inventare. O tanti replicanti. Tanti nessuno. C’era una volta il futuro. Quella nostalgia di qualcosa da sognare ci accompagna anche oggi con i debiti e i crediti che ogni quartiere, ogni aula lascia. C’è la rabbia o non c’è l’orgoglio. Seguire lo sguardo altrui alla ricerca di un dove e un quando tornare. “Pierino è il ragazzo integrato. È quello che sa tutto, perché a scuola, dopo che a casa vive di una cultura omogenea quindi ha ottimi voti, successo e carriera. Gianni è un reietto, è un bocciato, però non è che non ha una sua cultura, solo che essa non è omologata. Il pericolo della scuola è di far sì che Gianni diventi Pierino. E noi non facciamo che questo, praticamente. Di un ragazzo discolo, riottoso, caratteriale noi, con grande sapienza, sappiamo fare un ragazzo normale. Non so se questo è un esito auspicabile”. Questi due nomi, simbolo di un libro che ha il cuore, l’anima, il fegato, le gambe, la testa per predire anche oggi. “Le bocciature di quest'anno mi hanno rinfocolato la rabbia e penso che verrà fuori un capolavoro. Del resto – “Lettera a una professoressa” – sarà un canto di fede nella scuola”. Con le sue novità, con le sue accuse, coi suoi argomenti stringenti, precisi, documentati, con le sue proposte e il suo linguaggio semplice ha saputo dire a tutti verità che molti intuivano, ma che pochi riuscivano a esprimere. Barbiana, ossia l’esperienza viva di “Lettera a una professoressa”, era un’altra cosa. Era studio duro 10 ore al giorno per tutti i giorni, compreso la domenica, le feste e l’estate. Era una scuola esigente, dagli interessi vasti, dove si approfondiva tutto a lungo e dove si indicava al ragazzo un obiettivo alto: studiare per uscire insieme dai problemi. E allora il futuro ha ancora un nome: “I Care”! Mi interessa. La società del Comun(icare) allora sarà più avvincente di quella della conoscenza, priva di passioni. Vi racconto una storia: quella di “noi altri”. A Barbiana si è inventata una scuola nuova. Forse quando sto bene mi mancano quei compagni, che faticano, sempre in lotta con una sopravvivenza, che non sono stati amati, che non sono stati cresciuti, perché non ne hanno avuto tempo. Quelli che non ho mai conosciuto, e quelli senza i quali ogni giorno ho un motivo in meno per sentirmi a mio agio. A volte senza sfide mi sono sentita persa anche io, e allora li ho ricercati, quei ragazzi, quegli uomini e donne, ma non sapevo più i loro nomi, i loro incubi, e così non avevo ormai sogni neppure io. E voler fare il giornalista, l’avvocato, l’università, il cantante, il grande fratello allora ha lo stesso significato se non sento un pugno allo stomaco, un ardore dentro e se non lo pratico nel momento del bi-sogno. In relazione a te. Idem, spero che tu possa riportare le mie parole a qualcosa che riguardi il tuo ambito di azione, le tue preoccupazioni o le tue gioie. Siamo di rientro da un capodanno a Londra, e anche questa è stata l’occasione giusta per riflettere sugli usi e consumi. Abbiamo trascorso quello che in Italia sarebbe stato il cenone del 31 dicembre… mangiando in una sorta di pub irlandese, dove siamo giunti a dieci minuti dalla chiusura della cucina quindi ci siamo affrettati a ordinare, altrimenti sarebbe stato possibile poi soltanto bere. Era strano trovare alimentari aperti, pub frequentati in quella data. Forse in Italia allora le ferite delle famiglie si avvertono di più. Pensate a chi non ne ha una numerosa, o non ne ha una soltanto. Che a volte può equivalere a non averne. Col fenomeno delle separazioni, delle famiglie allargate. Quindi l’informalità della festa, anche di quella natalizia, in fondo agevola. Il futuro accogliente che vorrei? L’indomani si è palesato un ostacolo, molto ben strutturato in tutte le capitali, direi: volevamo andare a visitare la National Gallery. In quanto primo gennaio era chiusa! Pensate quanto poco sia in linea la tendenza delle politiche culturali con le agende moderne dei cittadini. Prima abbiamo parlato dell’impegno nel lavoro. Ora parliamo degli impegni nelle vacanze. Prima abbiamo parlato della scuola. Ora della cultura. In verità parlare di un museo chiuso significa parlare di cosa? Di una cultura chiusa. Quindi in vacanza da essa? Significa anche parlare di disoccupazione. Di economia. Di fame. Di opulenza. Di pochi e di tanti. Di disuguaglianze. Di priorità. Di abbandoni. Di chi può e di chi non ce la fa.

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elogio di stefanoparisi, pubblicato il 01/02/2010 bellissimo articolo, come sempre. benedetta cosmi scrive con la leggerezza di chi è abituato a giostrare sulle parole come se fossero onde e cavalcarle usando la grammatica italiana. riesce a esprimere più concetti usando le stesse parole. leggerò sempre con piacere gli articoli di Benedetta Cosmi.

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