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Fuga dalla scrittura, fuga dalla memoria

Pubblicato il: 25/04/2022 12:13:04 -


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“Leggere, scrivere e far di conto” si diceva una volta per sintetizzare le finalità della scuola elementare.

Trascurando in questo contesto il “far di conto”, il rapporto sequenziale tra leggere e scrivere non è poi così ovvio. È noto infatti che nel metodo montessoriano, ad esempio, si impara prima a scrivere e poi a leggere quel che si è scritto.

A proposito della fuga dalla scrittura di cui parla Giuseppe Fiori nel suo articolo qui stesso pubblicato, forse è oggi necessario porre a noi e agli studenti una paradossale domanda “primigenia”: perché imparare a scrivere? A cosa serve la scrittura?

Se si guarda, seppure molto sommariamente, alla storia culturale dell’Occidente, si constata che la scrittura è arrivata tardi, a processi culturali già giunti a maturazione (basti pensare alla “oral composition” dei poemi omerici).

Importata dall’Oriente, fu all’inizio uno strumento meramente amministrativo-contabile. La lingua delle celebri tavolette micenee in Lineare B, decifrate come greco da Michael Ventris, deluse molti studiosi, che avevano sperato di leggervi brani del più antico epos ellenico e invece si trovarono di fronte a semplici elenchi di oggetti e di derrate alimentari.

Né si può dimenticare il disprezzo che Platone/Socrate nutriva per la scrittura, giudicata una mera sequenza di salme che un tempo erano state pensiero vivo, dialogico. 

La scrittura quindi come oralità raggelata è un portato dell’accresciuta complessità dello sviluppo storico e della necessità di non perdere memoria della tradizione e dell’eredità culturale di ciascuna comunità. 

Ecco dunque che la scrittura, più che alla lettura, andrebbe rapportata alla memoria. 

Da tempo nella scuola si fa troppo poco per esercitare la memoria, intesa come ri-appropriazione personale e “in interiore homine” di testi, soprattutto poetici. C’è stata addirittura una fase – che probabilmente perdura – in cui l’aggettivo “mnemonico” ha assunto un’accezione tutta e solo negativa, quasi fosse un indizio di mancanza di personalità. Questo in omaggio a una visione tardo-romantica del “genio creatore dal nulla”, come individuo “assoluto”, libero e non condizionato da ciò che lo circonda. Di qui anche la condanna del termine “retorico”, sinonimo di non originalità, di insincerità. 

Se oggi si presenta quanto mai urgente una riflessione sul “bello scrivere”, intesa come funzionale al ben pensare, ripristinare la centralità della scrittura come sistema di comunicazione complesso e stratificato significa riaprire le strade a un pensiero che solo di parole si nutre e non di formule precostituite. L’avversione – più o meno giustificata – verso le forme tradizionali dell’apprendimento della scrittura (il tema), volendo ridurre l’alea della verifica orale dei contenuti con l’introduzione massiccia di prove cosiddette oggettive, anche nelle materie più intrinsecamente dialogiche, come la filosofia, ha aperto la strada a uno scrivere ossificato e al rischio della standardizzazione, se non della sclerosi del pensiero.

Nella comunicazione sui cosiddetti “social”, che andrebbe analizzata più in profondità e “annessa” in qualche modo ai processi di apprendimento nella scuola, si assiste in realtà a un recupero sui generis dell’oralità, ma anche a una delle ragioni dell’abbandono delle mnemotecniche: perché mai sforzarsi di mandare a mente un brano, una data, quando a portata di clic, è possibile servirsi di una “memoria esterna” per avere a disposizione l’universo mondo?  Dato lo stretto, antico legame tra memoria, scrittura e pensiero, tutto questo non può essere senza conseguenze.

Inforchiamo dunque la bicicletta offertaci da Giuseppe Fiori, sapendo che il traguardo è quello di riempire ordinatamente e con coscienza i nostri magazzini interiori dei beni che la tradizione ci ha consegnato, perché ne possa nascere il futuro.

 

Claudio Salone

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