Registro elettronico: dalla natura delle reti alla loro violenza

in Tecnologie e ambienti di apprendimento

di Arturo Marcello Allega | del 08/11/2012 |commenta

Registro elettronico: dalla natura delle reti alla loro violenza
Una questione politica di grande rilievo. Riflessioni sulla complessità del “sistema scuola” e dell’ “organismo che apprende”.

Quando pensiamo al registro elettronico si scatenano le seguenti parole calde, caldissime: “controllo”, “marketing”, “valutazione”, “valutazione di processo”, dematerializzazione dello studente”, “libertà”, “responsabilità”, “dematerializzazione della scuola”, “tracking”, “decisioni strutturate”; e così frasi come “L’istruzione NON è un processo di business e NON può quindi essere sottoposta alla dittatura dell’Information Technology”, “Eliminare le attività in cui gli attori trasportano informazioni, sostituendole con dei sistemi Informativi che rendano le informazioni disponibili a tutti gli attori simultaneamente”, “L’obiettivo degli informatici non è quello di rendere più semplice la vostra vita ma di produrre e gestire gigantesche quantità di informazioni rispetto alle quali il fattore umano è un costo”, “L’Information Technology genera una massa di informazioni incoerenti e disordinate”, “La scuola italiana ha bisogno di ascoltare i bisogni degli insegnanti, degli studenti e dei presidi, prima di ascoltare le necessità dell’Information Technology”; infine, riflessioni come “La politica è assediata dal dissenso, si agita nervosamente cercando di liberarsi del cappio che negli ultimi vent’anni si è andata stringendo da sola intorno al collo”.
Intanto, vorrei dire, ex abrupto, che condivido pienamente le perplessità, le consapevolezze e le aspettative, la polemica e la contestazione di queste posizioni (per il lettore invio al link del blog http://claudiosalone.liceoaristofane.it/). Anticipo, però, che le problematiche sollecitate dal registro elettronico non si esauriscono con le critiche pungenti e opportune qui sopra accennate ma, per ragioni che spero condividerete, considero questo problema uno tra i più difficili ed estremamente eccitanti, la cui soluzione o semplice comprensione rappresenta una straordinaria occasione per avviare una necessaria e sempre più urgente “rivoluzione silenziosa” (come direbbe Bobbio). Non so, forse comincio a essere troppo vecchio per questi discorsi (come pensare ad una possibile rivoluzione), ma prima di essere rottamato vorrei rottamare un bel po’ di cose. Il futuro ha bisogno di interventi coraggiosi, magari anche un po’ avventati… (il che non vuol dire ovviamente sprovveduti!).

Tutti stiamo assistendo all’assurdo delle conseguenze ineluttabili dei “tagli lineari”. Il registro elettronico è, prima, uno strumento di “taglio lineare”, e solamente dopo una proposta “tecnica” e “tecnologica” di gestione del rapporto scuola famiglia. La soluzione tecnica fa collassare il complesso tema politico e relazionale tra scuola e famiglia-studente, ma soprattutto, fa collassare la complessità e la profondità delle relazioni umane in un’arida e scheletrizzata “rivoluzione digitale”. E non è e non può essere così!!! La stessa rivoluzione digitale non si “riduce” a questo o a forme di controllo così sciatte!
Nella scuola in cui lavoro, abbiamo cominciato a discutere del registro elettronico da circa due anni. Ne abbiamo fatto oggetto di sperimentazione. Eppure, nonostante ciò, restiamo ancora tutti molto perplessi, soprattutto sugli effetti che avrebbe nella relazione adulto-scuola. Ricordiamo la radice principe dell’istituzione scuola. La scuola, storicamente, nasce in condizioni molto difficili, dove la crescita e lo sviluppo del cittadino sono al centro della crescita sociale. Nel secondo dopoguerra l’analfabetismo (tradizionale) era elevatissimo e si è passati dal “Libro Cuore” al “Non è mai troppo tardi”, alla Scuola di Barbiana… cioè una scuola fondata prima di tutto sulle relazioni, sull’educazione al contesto e alla vita e solamente dopo all’istruzione. Nel contempo, la rivoluzione industriale produce il Taylorismo, gli automatismi di Friedman, fino alla “qualità dei processi produttivi” di Ishikawa! Insomma, oggi si pone una scelta importante: la prima via o la seconda, perché la prima esclude la seconda e viceversa, e questo proprio perché non è possibile governare la seconda (quella del meccanicismo e del riduttivismo) senza la politica. La politica non c’è! La “vera” politica che definisce le finalità sociali su un fondamento come quello della Vita, la Libertà e la Felicità (vedi la Dichiarazione d’Indipendenza - prima forse ancora della Democrazia e del Lavoro, quand’anche se ne potesse e volesse discutere…) non c’è più da tempo. Quindi, stabilire che la crisi economica e finanziaria si debba risolvere in termini economici e finanziari significa semplicemente che “Dio è morto” (se qualcuno ancora non se ne fosse accorto). Se “education” significa costruire una sana, consapevole ‘persona competente’ allora occorre battersi affinché “Dio torni alla Vita” (e penso proprio ai Nomadi e a Guccini piuttosto che a Nietzsche della Gaia Scienza, ovviamente tanto presente quanto i primi, dove Dio e la Vita sono sinonimi di idee, libertà della creatività).

Allora, in un complesso così complicato è naturale che la “dittatura dell’Information Technology” si realizzi “proprio” nel caos dell’Information Technology, nel più vecchio degli stratagemmi politici del “divide et impera”, ormai sistemico e sistematizzato dal controllo informatico-informativo orwelliano. E come vedremo, il caos dei dati e della loro gestione non significa necessariamente disordine… ma può implicare un ordine superiore all’origine di un’altra forma più evoluta di dittatura! Intanto, credo sia opportuno specificare che:
1. La didattica, come sistema sociale complesso, è un “knowledge complex social system” che non si potrà mai ridurre alla cosiddetta ‘scuola digitale’, nonostante tutti i poveri e disperati tentativi del sistema industriale, perché questo sistema è complessificato dalla presenza simultanea di adulti, giovani e bambini, maschi e donne, diversabili e diversamente inabili, … di tante diversità che difficilmente si lasceranno ‘linearizzare’!
2. Il “Knowledge Management” – KM (quello che c’è stato finora, ed è già grave di suo) è il sistema di controllo per eccellenza (che va ben oltre le tecnologie digitali). Il Knowledge Management cerca di trasformarsi (ad opera degli ingegneri del controllo, ovviamente, non Giacomo, spero tanto) in “Learning Management”– LM, in quanto gli esperti definiscono la scuola come “Learning Organization”. Ebbene, qui, credo, si fanno quei famosi “conti senza l’oste”! La trasformazione del KM in LM o LO è una transizione veramente complicata. Non solamente! Abbiamo finora ben capito che al centro della crescita ci sono gli apprendimenti e che questi, tutti insieme, rappresentano un organismo (quindi, non necessariamente un sistema di gestione razionale e produttivo): un “organismo che apprende” (Learning Organism – LO) come quello di una cellula, vivo, turbolento e ricco di iniziative, è sempre pronto a difendersi in ogni momento ed in ogni dove. Lo dimostra il fatto che, per quanto si cerca di distruggerla (e l’uomo ce la sta mettendo tutta), essa (la VITA, in tutti i suoi organismi) trova sempre il modo di difendersi e di riprodursi.

Certo non dobbiamo dimenticarci che esistono “virus” che possono piegarci le ginocchia ma la “scienza delle reti” ci insegna a capirli al fine di “controllare i possibili controllori”. È una lotta senza quartiere dove la conoscenza passa attraverso le relazioni.
Oggi scopriamo che la Rete non è caotica come sembra, che non è reticolare e aperta con la possibilità di seguire i percorsi informativi come più ci piace, quasi fosse random (libera) nella sua più intrinseca natura. La Rete non è democratica, essa è autoritaria con una struttura di ‘hub’ e ‘connettori’ (gatekeeper) che trasformano un insieme caotico di nodi in una struttura ad invarianza di scala, autorganizzata, frattale che prende vita e si autodefinisce in una gerarchia dove pochi hanno il maggior numero di link e molti hanno pochissime relazioni, dove pochissimi hanno il potere della comunicazione e moltissimi sono frammentati in piccole isole di informazione. Eppure, si scopre che la dinamica dei “cluster giganti” della Rete sono piccoli mondi dove ognuno può essere in contatto con l’altro attraverso pochi link. Quindi mentre alcuni nodi hanno una distanza di pochi link dagli altri, molti hanno una distanza infinita da tutti gli altri. Queste strutture ormai si autoalimentano e si autoriproducono. Non è facile controllarli. Internet, il Web, la cellula, le reti alimentari… sono tutte reti così fatte! Non c’è nulla di democratico perché sono organismi dove la sopravvivenza è determinata dalla replicazione del modello. E il modello dittatoriale qui rappresentato è la perpetuazione della legge di Pareto 80/20.
Attenzione, però! Questi sistemi dipendono da una soglia critica rispetto alla quale, se la si supera, la struttura appena descritta si stabilizza e sopravvive, al di sotto della quale, invece, il sistema degenera, si frammenta e sparisce. Nel caso limite, infine, la soglia sparisce ed il sistema resta così com’è. Se un virus, ad esempio, infetta una cellula al disopra della soglia, resterà nel sistema in eterno, per sempre. Il modo più semplice per distruggere un simile sistema? Colpire direttamente gli hub dei cluster più giganti che sono quei nodi con il maggior numero dei link. In questo modo si alza la soglia e diventa altamente probabile il collasso e la frammentazione del sistema. Non solo. Per i sistemi senza soglia (threshold-free) occorre creare delle nuove condizioni al contorno affinché la soglia ritorni ad esistere (si riproduca) e si alzi sempre di più. È in questo contesto più generale che andrebbe trattato il registro elettronico.

Tutto questo ci è molto utile per capire che le tecnologie digitali, ed i vari processi che innescano, non necessariamente vedono soccombere l’istruzione, e più che mai, l’education. C’è una ragione, che credo sia più profonda di tutte le altre, e che vorrei indicare perché esiste veramente, è un fatto incontestabile, è una realtà che ci riguarda tutti da vicino ed è la più sconcertante ma innovativa, al tempo stesso, che ci sia.
La forza invisibile ma intensissima ed altamente diffusiva che si oppone e si può imporre a questa natura perversa delle reti: quella del “nativo digitale”. È la crescita del ‘nativo digitale’ nel contesto di un adulto ‘analfabeta digitale’. È l’interazione tra vecchio e nuovo, tra passato e presente, tra superato e innovativo, tra management e organismo, tra processo aziendale e processo sociale, è sostanzialmente la capacità innata e distintiva dell’essere umano che chiamiamo “creatività”. La creatività come linguaggio, come comunicazione, come sostanza. La creatività è personale, ma si esprime anche collettivamente. La creatività collettiva si esprime con la democrazia, con la forza delle sue idee, con la tenacia della sua costanza, con la fermezza della sua verità. Il tentativo del BPR (Business Process Reengineering), del CRM (Content Relationship Management), e degli ERP (Enterprise Resource Planning) dovranno vedersela con la SPC (Social Process Creation), il CRO (Content Relationship Organism) e gli illimitati ed infiniti CReLBLOW (Casual Resource Learning-Based Lan-Oriented Walks). Sono semplici riflessioni, veloci e dirette. Chi ne vuole sapere di più può leggere miei contributi come Cloud Education, I nativi digitali non sono tutti uguali e Link Education (dove, ad esempio, si pone proprio come oggetto di analisi l’aspetto più nascosto e più criticato dei nativi digitali: quello delle loro difficili relazioni sociali).

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