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Inghilterra, crocevia di riforme e polemiche

Pubblicato il: 31/07/2012 18:06:35 -


Dall’era Thatcher al governo Blair, in termini di politiche educative e universitarie, la musica di fondo cambiò per un verso, dall’altro rimase esattamente sulla stessa linea dei conservatori.
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L’Inghilterra è da sempre un punto di riferimento quando si parla di politica e politiche in tutto il mondo. In questo caso si vuole prendere in esame il processo di cambiamento avviato e portato avanti nel settore dell’higher education inglese a cominciare dagli anni ottanta. Parliamo di Inghilterra e non di Regno Unito perché, in particolare a seguito delle riforme inerenti la devolution, ed essendo l’educazione una delle materie devolute, le politiche di Galles, Scozia e Irlanda del Nord vanno considerate a parte. Il decennio precedente, i Seventies, furono caratterizzati in Inghilterra da una prevalenza ideale e politica dei principi di eguaglianza, progresso e liberalità che erano stati anche il tratto distintivo delle scuole e delle università fino a quel momento, portando a risultati eccellenti, anche in confronto con altre importanti realtà mondiali. Alla fine del decennio suddetto cominciò ad affacciarsi sull’arena del dibattito pubblico il tema della perdita di competitività degli atenei inglesi, in particolare se confrontati con quelli americani, benchmark fondamentale. L’inizio degli anni ottanta coincise non solo con l’affacciarsi di queste problematiche, ma anche con l’arrivo dei Tories e della signora Thatcher al governo del Paese. Furono dunque avviate dure politiche di austerity, consistenti per lo più in una serie di forti tagli all’educazione pubblica primaria, secondaria e terziaria, azioni che ebbero per corollario un rafforzamento dei templi del sapere privato e in particolare di Oxford e Cambridge. In più si mise fine a quello che veniva chiamato binary system, ovvero la tradizionale divisione dell’higher education inglese in università e politecnici, presente anche in diverse altre realtà europee. Tutto questo in nome di un nuovo ruolo da assegnare al sapere scientifico, pratico, più direttamente connesso all’economia e alla finanza, centro del potere e fonte di ispirazione delle idee conservatrici di stampo thatcheriano in Inghilterra e reaganiano negli Stati Uniti. La conseguenza di ciò fu il sorgere in tutto il Paese di molte nuove istituzioni, autodefinitesi università, che portò a un livellamento verso il basso dell’istituzione universitaria stessa, e a un parallelo rafforzamento dell’istruzione privata.

Il potere conservatore durò in Inghilterra per diciotto anni ininterrotti e fu molto forte e popolare per diverso tempo. Solo il nascente astro di Tony Blair riuscì a rompere quello che sembrava un incantesimo e, approfittando anche della non brillante personalità di John Major, successore della Thatcher e suo rivale alle elezioni del 1997, il nuovo leader riuscì a riportare il Labour, ora ridefinito New Labour, al governo del Paese. In termini di politiche educative e universitarie la musica di fondo da una parte cambiò, dall’altra rimase esattamente sulla stessa linea dei conservatori. Cambiò l’entità dei finanziamenti destinati al settore dell’educazione pubblica, a tutti i livelli, registrando un forte aumento; rimase invece inattaccata la nuova struttura delle università, il discourse inerente la competitività, i costi sempre crescenti dell’istruzione universitaria, il distacco tra le tradizionali istituzioni private e quelle pubbliche. Vennero invece introdotti i prestiti per gli studenti, strumento controverso per il duplice effetto che ha ottenuto: da una parte permettere a tutti di pagarsi l’università attraverso un prestito bancario a interessi agevolati, dall’altra creare un esercito di persone indebitate, costrette a ridare i soldi del prestito al primo lavoro dopo la laurea.

Oggi il ritorno dei Conservatori di David Cameron al governo, sebbene coadiuvati e mitigati dalla coalizione con i Liberaldemocratici di Clegg, sembra aver riportato la lancetta indietro agli Eighties, riproponendo un progressivo disimpegno del governo dalle politiche pubbliche universitarie e puntando ancora una volta il dito sui costi eccessivi del settore dell’higher education. Tutto questo viene definito oggi Big Society, in contrapposizione all’idea progressista del Big Government. Chissà se qualcuno prima o poi si accorgerà che non può esistere l’una senza l’altro.

PER APPROFONDIRE:
• “La riforma dell’higher education in Inghilterra”, published in September 2009 on the CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) website
•“Il ruolo delle idee e del loro cambiamento nei processi di policy making universitario nel mondo anglosassone dagli anni ottanta ad oggi. I casi di Inghilterra e Nuova Zelanda in prospettiva comparata” (2009), Phd thesis legally deposited in the National Central Library in Florence and Rome and published in Alma Mater Digital Library

Damiano De Rosa

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