Yes, we can!

in Racconti ed esperienze

di Paola Severgnini | del 20/05/2009 |commenta

Yes, we can!
Da Harvard, Cambridge, Massachusetts, al Pacioli di Crema, Lombardia. Due settimane di full immersion nella lingua inglese e nella cultura americana. Sport, storia, società, letteratura e... Obama!



Di recente, le classi quinte Periti Aziendali hanno avuto due settimane di immersione totale (venti ore a settimana per un totale di quaranta ore) su aspetti della storia, della letteratura, dello sport e della società americana condotte da Nathan Randall e Laura Reardon. I due neolaureati del Middlebury College e della Harvard University sono con noi tutto l’anno in veste di assistenti di lingua grazie a un progetto di collaborazione con università americane, il Consolato di Boston, e l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia di cui la nostra scuola è coordinatrice.

Gli studenti hanno seguito lezioni, tutte rigorosamente in inglese, partecipato a quiz e giochi, gare e competizioni, lavori di gruppo, guardato video e film, giocato a baseball e football, provato a fare le cheerleaders (le ragazze). Gli argomenti affrontati spaziano dalla storia (gli anni Venti e Trenta, la Grande Depressione, il New Deal, gli anni Sessanta: JFK, la guerra in Vietnam, la crisi dei missili di Cuba) alla letteratura (Steinbeck e Fitzgerald) passando per la società (il discorso inaugurale di Obama, i cambiamenti sociali, le istituzioni americane), includendo gli USA come melting pot (la questione razziale e l’immigrazione italiana) e concludendo con lo sport (la cultura dello sport a scuola e nella società, il football americano e il baseball, con lezioni in palestra).

Quali i punti forti di questo “esperimento”? Come insegnante di lingua penso che siano sostanzialmente quattro: la full immersion (tutto si è concentrato in pochi giorni), l’organicità dei contenuti (la cultura americana), la presenza di docenti madrelingua americani, e (molto importante) la metodologia didattica impiegata: interattiva, basata sul visivo e sull’esperienziale, sul lavoro di gruppo e sul coinvolgimento. Ogni argomento costituiva un piccolo modulo chiuso che finiva con quiz, gioco, verifica e… premi! Incoraggianti sono state anche le valutazioni degli studenti nel questionario finale. In particolare, i ragazzi della 5A dicono: “Abbiamo affrontato argomenti un po’ diversi da quelli solitamente presentati a scuola. Abbiamo visto film, imparato termini dello slang dei nostri coetanei americani, praticato il baseball e il football americani. È stata un’esperienza molto positiva: oltre a imparare aspetti della cultura americana, abbiamo migliorato le nostre capacità di comprensione e comunicazione in inglese. Noi studenti dell’ultimo anno speriamo che con le future classi del nostro corso si possa ripetere questa esperienza”. E hanno avuto anche un’idea: ”Quest’anno, con l’aiuto dei nostri madrelingua organizzeremo una festa di fine anno in vero stile americano, un prom come quelli organizzati nelle high school.” Laura Rerdon, una dei due assistenti americani, ha affermato: “Ci è stato chiesto di preparare un programma che includesse elementi di storia, letteratura, cultura pop, attualità, e anche sport. La sfida di queste ‘settimane americane’ è stata quella di prendere questi argomenti e creare un programma coerente e accattivante che prevedesse materiale multimediale, attività, discussioni. Chiedere a un gruppo di studenti di scuola superiore di passare sette-otto ore con lezioni in lingua straniera può essere difficile. Il nostro obiettivo è stato quello impegnare e coinvolgere gli studenti per tutto il tempo, consapevoli che l’inglese non era la loro prima lingua. Per raggiungere questo scopo abbiamo preparato schede di lavoro, presentazioni Powerpoint, organizzato dibattiti e discussioni, e cercato di variare il più possibile la tipologia di attività. Il nostro fine principale era la partecipazione e l’interazione. La varietà del materiale e le diverse attività hanno aiutato a tenere gli studenti coinvolti. In definitiva, le American weeks sono state qualcosa di sperimentale nella metodologia didattica che, penso, abbiano avuto successo al di là delle aspettative.”

Tutto positivo, quindi? Confesso un dubbio: è forse troppo concentrare quaranta ore di immersione totale nella cultura americana per le classi quinte? In ogni caso, per l’anno prossimo, abbiamo questa bella base di partenza, tanto materiale, e l’entusiasmo dei ragazzi.

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