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Perché fasciarsi la testa

Pubblicato il: 10/03/2009 15:45:15 -


Il professor Gianni Ballestrin racconta nel suo libro un luogo scolastico insolito, l’ospedale. Qui incontriamo Giovanna, che ha la sua “classe” nel reparto di Clinica Pediatrica.
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Giovanna sta migliorando, adesso il progresso è evidente e lo vede anche lei. Eppure quanta angoscia per quel cervello che non funzionava più come una volta. Adesso i calcoli sono tornati più sicuri, l’orientamento spaziale, le capacità logiche. Oddio, proprio normali non ancora, ma è ormai evidente che la strada è avviata e il traguardo è sempre più vicino. Domani le toglieranno i bendaggi e non ci saranno più turbanti sulla testa. Già, “turbante”, è proprio il sostantivo-aggettivo giusto, il più adatto a sottolineare quelle fasce. Non c’è stato giorno in cui lei non mi abbia dovuto dire che prima era brava, che quegli esercizi li sapeva fare bene, prima. Quanti “prima” ho conosciuto nel mio far scuola in Pediatria! I “prima” che non sapevano di esserlo come per ognuno di noi è abituale che sia. Prima. La consapevolezza è cosa del dopo. Nasce, si afferma, si consolida, solo nel dopo. E il dopo può essere quella malattia e il dolore e la perdita di coscienza e un intervento difficile con la mamma lì fuori a penare. Tutti ad aspettare il “dopo” mentre il presente frigge di paura. Acida, penetrante, insinuante. Paura! E il mondo di cui si era sicuri, si diceva, certi, si diceva, cade. Precipita. Si disintegra mentre tu ti disperdi, ti polverizzi nel non poter più dire nulla di te. Al massimo puoi chiedere: Guarirò? Sarò come prima? Perderò l’anno? E tra tutte queste domande la mano annaspa alla ricerca del conforto, del contatto, della compagnia che promette aiuto. Ce la farò? Sì, Giovanna, ce la farai! Poi lei ti guarda e tu capisci che vorrebbe farti un’altra domanda. Sì, Giovanna, ce la faremo insieme. Era questa la domanda. Era l’insieme la cosa. E io che me ne vado ad occuparmi di un altro, uno che ho saputo giusto ieri che non ce la farà, penso a quell’insieme. Insegno matematica e cerco di non fare poesia. Non contenimento, matematica.

Non coccole ma radici quadrate, teoremi, prove. Logica. Sacrificio, fatica e successo. Non sempre, a volte non riesce, quasi sempre sì, però. Investo in autostima, quella che ti permette di andare avanti. Quando uno, davanti all’assicella da superare, sta lì e ci pensa troppo, quando fa saltelli di auto incoraggiamento, mima una rincorsa, solleva il ginocchio da fermo pensando di andare in su, però poi non si muove, spesso si mette a far filosofia, a raccontarsela, forse proprio per nascondere a se stesso che di autostima non ne ha più. Persa. Magari ti insegna come si fa, però lui non va. E quando, esaurite tutte le cerimonie mistificatorie, si ferma riconoscendo la sconfitta, affranto, spesso è troppo tardi. Perché avevi così paura di quell’assicella? Devi chiederlo prima di tutto a te stesso per sperare di capire il perché di lui. Se il perché è che si è ammalato, allora lo devi soccorrere. Devi! Non puoi pensare che si debba arrangiare, che in fin dei conti anche Darwin, il democratico Darwin, teorizza di selezione naturale. No, la malattia non deve fare selezione, non deve tagliare le gambe a quel ragazzo, non deve rischiare di sollevare fino al cielo quell’assicella, tanto da fargli perdere ogni speranza. Ci vuole una mano e severità, impegno, affetto e una direzione. Un cammino deciso, per andare, ancora una volta andare. Insieme.

Per approfondire:
http://hsh.istruzione.it/portal/home.jsp

Gianni Ballestrin

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