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Un favoloso giovine: Leopardi fra emozioni e contrasti

Pubblicato il: 06/11/2014 07:38:24 -


“Il giovane favoloso”, film sulla vita di Giacomo Leopardi, recente realizzazione cinematografica del regista Martone che suscita emozioni e considerazioni.
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Un film troppo intellettuale? Il racconto di un Leopardi fuori dagli stereotipi? Una biografia educativa per chi ancora non conosce il poeta di Recanati o è vittima dei luoghi comuni?

Ricordo che, tempo fa, provai, con un certo successo a “tradurre” in linguaggio attuale, modificando le cose da mutare per attualizzarle, il “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani” scritto da Giacomo Leopardi nel 1824. Il testo fu compreso e, anche grazie a questo, apprezzato da gruppi di lettura ristretti (come la società ristretta che il poeta e filosofo citava) ma significativi e disomogenei.

Un po’ diverso e, naturalmente un livello differente, è il caso del “Giovane Favoloso”.Ci sono le letture de “Alla luna”, l’”Infinito” e “La ginestra” ma c’è anche un racconto che pare appassionato e non stereotipato della vita e del sentire leopardiani.
Il film è piaciuto a docenti di letteratura, a studiosi, addetti ai lavori e amanti della poesia, del cinema e dell’arte colta che ho intervistato e interpellato.
Non credo però possa arrivare altrettanto al grande pubblico che temo lo possa percepire come noioso, prolisso e troppo intellettuale. Non credo che il cinema, come le altre arti, debbano essere aristocraticamente ipertestetici rischiando di essere anestetici e assolutamente non universali.
Il professionista e l’appassionato hanno detto di apprezzare le scenografie e il taglio dei luoghi, la sceneggiatura teatrale, i dialoghi profondi e spesso eruditi, la recitazione esperta e modulata, il ritmo sovente emozionante. Il grande pubblico forse avrebbe gradito una storia capace di educarlo usando il suo linguaggio meno colto, istruendolo, divertendolo e commuovendolo insieme senza però cadere nella fiction più banale.

Per non ripetere le impressioni esposte da altri e sottrarmi all’effetto alone di questi giorni e alle prese di posizione ipercritiche e iper osannanti, posso affermare di aver condiviso la recensione di Andrea Baroni su “35 mm” quando rileva qualche lungaggine narrativa, indugi sulla condizione fisica e psicologica del poeta e su qualche tratto eccessivamente e pedantemente didascalico. Condivido, per averci pensato a lungo, il cenno, sottotraccia, al timore che pervade tutto il film nell’affrontare, per la prima volta con intenti di serietà e rigore, un personaggio così difficile, geniale e tormentato.
Ho trovato discutibili i flash delle visioni oniriche di Giacomo nei momenti dei suoi deliri tra corpo e mente, mentre ho vissuto momenti di emozione e di memoria, per il luoghi e le atmosfere, da recanatese pervaso veramente di amore e odio verso la città, come insieme di persone bigotte e conservatrici ma, a volte, contesto adatto alla formazione di personalità sensibili e geniali.

Ho subito la noia per i risvolti scolastici nella recitazione di versi che fanno parte di me ma che avrei voluto ascoltare da altra voce e con altri ritmi e pause. Non sono d’accordo con quanti, percorrendo un altro pericoloso luogo comune, Roberto Saviano compreso, hanno dato la colpa alla scuola di aver “stuprato” Leopardi presentandolo di fatto come lo sfigato del “Sabato del villaggio” e del “Sempre caro mi fu…”, affidando il pesante e immeritato compito di una “riabilitazione” al film di Martone.
Io, che per inciso, ho frequentato il Liceo Classico Giacomo Leopardi di Recanati dove mi sono diplomato facendo un tema d’italiano sul pensiero di Leopardi e Shopenauer, insieme a molti altri come me, per formazione e sensibilità, hanno sempre saputo bene quel che oggi ci pare tentare di raccontare tra le righe Martone. Lo abbiamo sempre saputo meglio e di più grazie a docenti illuminati e profondi.
È pericoloso e ingiusto generalizzare e banalizzare un’idea del poeta diffusa tra l’ignoranza e perpetuata con l’analfabetismo di ritorno di quei non pochi italiani che Giacomo già descrisse nel 1824. Nel film si tenta di far giustizia presso il grande pubblico, ma non è scontato che quest’ultimo lo veda e ne regga l’impostazione erudita. Mancava davvero poco, infatti, per dirla ancora con Baroni, per giungere alla definizione di un’opera d’arte e forse di un capolavoro?

Certo è che le emozioni indotte per fortuna restano.

Immagini:

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Immagine in testata dell’ANSA (tratta dal film “Il giovane favoloso”, 2014)

Giuseppe Campagnoli

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