Home » Politiche educative » Spazio e tempo senza libertà

Spazio e tempo senza libertà

Pubblicato il: 28/09/2022 07:02:15 - e


Vittoria Gallina intervista Mauro Palma sulla Relazione al Parlamento del Garante Nazionale
Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Vittoria Gallina.  Grazie per aver accettato questo dialogo come contributo alla nostra rivista proseguendo una collaborazione che si ripete da qualche anno.

Mauro Palma. Conversare con te, ma più in generale con la Redazione di Education2.0. dopo la mia annuale Relazione al Parlamento quale Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, è occasione unica per riflettere su quanto elaborato con tutto lo staff dell’Ufficio, su quanto poi prodotto nella stesura del corposo testo, e su quanto successivamente evidenziato quale filo conduttore di tali riflessioni da presentare a più interlocutori istituzionali: a un’Assemblea parlamentare spesso distratta rispetto ai temi attorno alla privazione della libertà, alle autorità governative presenti e consapevoli dei problemi posti, ma spesso prese dai conseguenti compiti amministrativi ben al di là della riflessione circa l’esercizio di quel massimo potere coercitivo che risiede nel privare una persona della libertà e nell’essere poi responsabile del suo tempo recluso; infine presentato a un attento Capo dello Stato, certamente interlocutore privilegiato sia come garante della Costituzione, sia come responsabile e costruttore della coesione complessiva del Paese.

Riflessione tematica iniziale, redazione dei testi, loro compilazione in un unico prodotto, quale è la complessiva Relazione, esposizione del filo conduttore di questo percorso a un autorevole auditorio non sono operazioni semplici. Soprattutto richiedono poi una riflessione di verifica, quando l’emotività del momento è calata e ci si interroga su cosa sia rimasto.

Per questo le conversazioni, quale quella di oggi, qui di seguito trascritta, sono essenziali. Proprio a partire da domande che non sono tali perché sono anch’esse complesse riflessioni d’interlocuzione.

 

V.G.  È la sesta volta che nel tuo ruolo di Garante nazionale utilizzi l’occasione della presentazione della Relazione al Parlamento per chiamare tutti, a partire dalle più alte cariche dello Stato fino a quanti hanno la possibilità di assistere da remoto dai luoghi oggetto della relazione, a osservare e riflettere sugli elementi positivi e sulle tante persistenti criticità che caratterizzano la complessa realtà dell’area “della privazione della libertà personale” nel nostro paese. Come già lo scorso anno, vedo l’esplicito richiamo al decreto-legge 130 del 2020 che ha modificato il testo del DL146 del 2013, eliminando nel nome del Garante nazionale due parole «detenute o» dalla precedente formula «detenute o private della libertà personale» ed ha posto l’unica formulazione di «persone private della libertà personale». Quella correzione esprime bene il messaggio contenuto nella Carta costituzionale circa i diritti intangibili di ogni persona. Nel corso delle tante e continue visite che hai fatto anche in questi anni, hai notato se, quanto e in che modo questa cultura del diritto di tutti e di ciascuno è positivamente presente e praticata nei luoghi che sono oggetto dell’attenzione del Garante o se le criticità ancora evidenziate consistono proprio nella persistenza di una concezione detentiva e quindi esclusivamente punitiva? Ti sei trovato spesso ancora di fronte ‘a muri e cancelli’ che negano, anche oggi, di fatto questi diritti?

M.P. Non è stata una cancellazione di routine. Perché da un lato è risultata necessaria dopo l’esperienza di visita, monitoraggio e vigilanza in strutture che nulla hanno a che vedere con la responsabilità penale. In molti casi, infatti, soprattutto in strutture sanitarie o in strutture statutariamente definite per un compito positivo – quello del prendersi in cura delle persone accolte – vi era difficoltà ad accettare e cooperare con una Autorità di garanzia, ancora poco conosciuta proprio per la sua giovane età, che nel suo nome richiamasse la detenzione. Perché la detenzione evoca una propria responsabilità rispetto all’essere stati privati della libertà, contraria alla ragione della situazione che si verifica in strutture di tipo diverso.

Da un altro lato, però, toglieva, con quella disgiunzione «persone detenute o private della libertà», la connotazione ‘uniforme’ che l’impossibilità di autodeterminare il proprio tempo, il proprio movimento, il proprio progetto quotidiano caratterizza le persone a ciò sottoposte, qualunque sia la motivazione che ne sia stata la causa. Le motivazioni della privazione della libertà personale sono diverse: spaziano dalla responsabilità individuale per quanto commesso, alla situazione consapevole dell’irregolarità amministrativa, alla necessità di separazione da altri per sospetto su quanto si possa aver commesso, fino al disagio di natura psichica e alle vicende della vita. Tutte situazioni, però, che hanno una comune connotazione: la maggiore vulnerabilità dei propri diritti a causa della temporanea o definitiva separazione dalla collettività e della sistemazione in luoghi non direttamente visibili allo sguardo quotidiano.

Per questo, ho molto caldeggiato il cambiamento, quale segno uniforme di una tutela che valica muri e cancelli.

Ma la domanda che mi hai posto richiede due ulteriori specificazioni. La prima risiede proprio nel concetto stesso di “diritti della persona” ai quali spesso facciamo riferimento come assolutamente inviolabili qualunque sia la situazione soggettiva in cui ci si trovi. Il concetto di persona nel nostro testo costituzionale non è un concetto ‘monadico’ nel senso di individuo non interrelato con gli altri: al contrario, la persona è caratterizzata dal suo essere soggetto in sé ma correlato agli altri e parte di un tessuto connettivale relazionale. Questo comporta che i diritti della persona non possono essere ristretti al non subire violenze o all’essere ben accuditi dal punto di vista sanitario e biologico; essi comprendono la sua possibilità di relazione. Quindi, la vigilanza sulle strutture di assistenza e cura ha come nodo centrale anche l’analisi del potenziamento della capacità di autodeterminarsi che, seppure a volte residuale, connota ogni persona. Altrimenti tali strutture divengono istituzioni detentive in senso stretto.

La seconda specificazione da cui discende il mio appoggio a quella piccola cancellazione del nome è nell’ambiguità intrinseca del termine “cura”. Anche non volendo riprendere le affermazioni antiche dell’antipsichiatria di Ronald David Laing e David Cooper circa l’intrinseca violenza della frase «lo faccio per il tuo bene», dobbiamo riflettere sull’ambiguità intrinseca del termine cura.

Cura è, infatti, una parola polisemica, connotata da ambiguità. Da un lato ha un significato terapeutico inteso come complesso di mezzi e prescrizioni in grado di trattare, nell’ampio senso di tale parola, una malattia, da un altro ha un significato di attenzione, di presa in carico dell’altra persona, di provvedere alle sue necessità. Un significato, questo, che ne determina il riferimento alle connessioni relazionali in cui il ‘mal-essere’ si inserisce e il disagio o la malattia si sviluppano e, quindi, alla predisposizione di tutti gli strumenti che possano ricostruire un lenitivo di tale situazione e un mantenimento di soggettività, al fine di ricostruire un nucleo di possibile ‘ben-essere’. Così definito, il suo significato e la sua dimensione vengono ad avere un’ampia area di intersezione con quella dell’esercizio di diritti. Qui si apre un’attenzione non semplice in strutture apparentemente ‘semplici’: l’ampiezza esplicita della platea di intervento del Garante nazionale, non più interpretabile come rivolta alla sola area della detenzione penale, aiuta a riflettere sul significato del prendersi cura.

V.G. Quali a tuo avviso sono le ragioni che ostacolano pratiche rispettose dei cittadini e del testo costituzionale? Si tratta di ragioni che potremmo definire ideologico-culturali o piuttosto di conseguenze, difficoltà e carenze di tipo economico organizzativo o addirittura della persistenza di obsolete normative ancora in vigore?

M.P. Bisogna premettere che la Costituzione non è (solo) un testo scritto, bensì un testo vivo. L’ambiente culturale della sua stesura rifletteva una condivisione di valori – certamente ancorati alla catastrofe precedente – che oggi è difficile ritrovare. Al contrario, la divisione e l’impossibilità di ritrovare un nucleo di valori condivisi sembrano essere le connotazioni del presente, anche per il venir meno di ‘corpi intermedi’ in cui elaborare cultura sociale e politica e la conseguente accentuazione di una visione individualistica e proprietaria falsamente proposta come espressione di libertà. Ritornano le appartenenze, si cerca il luogo simile a noi stessi: si vuole la scuola direttamente sintonica con la cultura familiare e non più primo luogo di esperienze di confronto di culture e modi di vedere ed essere diversi. L’assenza di una condivisione di reciproca riconoscibilità determina l’impossibilità di affermazioni riconosciute da tutti e come tali fatte vivere.

Non è un fenomeno che avviene solo a livello del nostro Paese: la comunità internazionale, dopo la tragedia che aveva caratterizzato la prima metà del secolo scorso, si era ritrovata in un atto dichiarativo di volontà politica espresso da quell’incipit della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del dicembre 1948 che afferma «Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti». Tralasciando la constatazione sul frequente tradimento di tale dichiarazione negli anni successivi, possiamo certamente dire che oggi la comunità internazionale non riesce a trovarsi unanime con alcuna dichiarazione, o al più può ritrovarsi coesa in interessi di ambito di mercato. Questa è una innegabile debolezza del presente internazionale e di quello nazionale che comporta la facilità della violazione dei principi che la Carta costituzionale individua come atti di riconoscimento della nostra collettività.

Accanto a questa amara constatazione c’è però anche il legame tra i due aspetti che tu poni nella domanda: ragioni ideologico-culturali e difficoltà amministrative o economiche. Sono due aspetti dello stesso problema perché l’irrilevanza sul piano del mercato e dell’utilità politica dell’attenzione ai settori marginali della società e, quindi, alle realtà recluse sono due aspetti dello stesso problema. Si concedono meno risorse perché si ritiene che la scelta opposta sia scarsamente condivisibile dalla collettività espressa in una presunta ‘pubblica opinione’ e si determinano così le incongruenze amministrative che portano a considerare progressivamente come accettabile il degrado e il non rispetto di norme di civiltà minime verso persone non considerate come interessanti sul piano della produzione e della vivibilità accettata come normale. Al contrario, le condizioni peggiori sembrano venir proposte come maggiormente rassicuranti la collettività al di qua dei muri.

 

V.G. Lo scorso anno una parte importante della tua Relazione ha affrontato il problema del linguaggio necessario a dare consapevolezza e consistenza a tutto quello che esprime le condizioni di privazione della libertà, “le parole per dirlo” è stata la cifra del tuo ragionamento. Questo anno tu approfondisci il tema e indirizzi l’attenzione verso il vuoto, che la privazione della libertà genera nel soggetto che la subisce, in relazione alla percezione di sé. Se non interpreto male tu usi la formula “tempo vuoto” per rappresentare il tempo della privazione della libertà. In che senso questa metafora descrive e dà una connotazione specifica alle diverse forme di privazione della libertà con cui ti confronti, facendoti guidare dalle quattro parole simultaneità, lentezza, dilatazione, misura e dalla locuzione tempo di un mandato, che sono il centro del testo di questo anno?

M.P. Premetto che il Garante nazionale deve occuparsi, come del resto ho precedentemente accennato, di cinque aree di possibile privazione della libertà de iure o de facto. La prima area è quella penale che include la detenzione di adulti o minori in carcere o in Istituti minorili, nonché la loro possibile privazione della libertà quale misura sostitutiva in comunità chiuse, sempre sulla base di un provvedimento di natura penale emesso da un magistrato; la seconda invece riguarda le Forze di Polizia e le loro strutture per la custodia, gli interrogatori e le fasi immediate dopo una arresto o fermo; la terza la detenzione amministrativa dei migranti irregolarmente presenti nel territorio del nostro Paese e le procedure che avvengono sia nei cosiddetti hotspot dopo lo sbarco e che spesso si protraggono in ambienti inidonei alla lunga permanenza, sia i Centri per il rimpatrio, sia, infine, proprio i voli di rimpatrio forzato. Vi sono poi due aree di carattere sanitario e assistenziale: i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, dove spesso si praticano i trattamenti sanitari obbligatori e le residenze socio-assistenziali per anziani o quelle per disabili che spesso, soprattutto nel periodo della pandemia, si sono riconfigurate come luoghi in cui non è possibile l’accesso delle figure di supporto affettivo oltre alla impossibilità di uscirne.

Ho già detto che si tratta di situazioni diverse e che la permanenza in esse è diversamente motivata, ma che sono unite dalla necessità di un’accentuata vigilanza e tutela dei diritti.  L’analisi di un occhio esterno in tutte queste strutture non può limitarsi al doveroso controllo delle situazioni materiali di alloggiamento, accoglienza, supporto. Deve anche interrogarsi sui processi individuali di auto riconoscimento che riguardano le persone ospitate e sull’incidenza che su di esse ha il mutamento della percezione del proprio tempo. Questo è stato il ‘filo di analisi’ della Relazione al Parlamento e del lavoro preparatorio di quest’anno.

Il tempo per tutte persone ha un incipit dato dall’attimo in cui in taluni casi si è decisa la commissione di un reato, in altri la decisione di mettersi in nave per tentare un ‘altrove’ possibile, in altri il momento dell’arresto, in altri ancora il momento del ricovero, voluto o meno. Sono istanti che ritornano nell’esperienza successiva e che determinano il proprio rapportarsi con il tempo del futuro perché questo si riconfigura proprio in conseguenza di quell’attimo iniziale.

Sorge poi la domanda successiva su come scorra questo tempo riconfigurato, su come esso si relazioni o meno al tempo esterno o divenga sempre più distante da esso. Sorgono domande sulla diversa percezione di rapidità o lentezza del proprio tempo e del proprio agire nel contesto di un’esperienza di non libertà, soprattutto rischia di emergere una ciclicità del tempo recluso che sempre più si allontana dalla linearità del fluire del tempo esterno. Forse sembra impossibile che possano ritrovarsi nel momento del ritorno alla collettività o per taluni non si ritroveranno mai.

Da qui le parole scelte per la descrizione del nostro tempo presente. A esse abbiamo unito la locuzione del «tempo di un mandato» per esprimere, ora verso la conclusione del ‘settennato’ mio e delle mie colleghe del Collegio del Garante nazionale la difficoltà di affrontare un problema enorme che fluisce nei decenni e nei secoli – la prevenzione di maltrattamenti e torture e l’affermazione della dignità degli ultimi – nei tempi limitati del mandato di responsabilità di una istituzione a tale fine deputata.

 

V.G. Per rimanere al tempo, la relazione potrebbe avere, a mio giudizio, un sottotitolo Il tempo dell’attesa, dal richiamo alla necessità di produrre accertamenti rapidi di fronte a fatti drammatici, vedi santa Maria Capua Vetere, alla /alle aspettativa/e connesse all’impegno di riforma, concretizzato nella legge 227 del dicembre del 2021. In che senso questo impegno sarà capace di conciliare i due aspetti, le due dimensioni di libertà che dovrebbero esprimersi e realizzarsi: la libertà personale e la libertà di scelta? in che senso le vedi distinte e difficilmente conciliabili?

M.P. Ne parliamo mentre la legislatura – diciottesima – si è conclusa e mentre risuonano fortemente i clamori di una inversione possibile di tendenza. Sembra quasi che la legislatura che si sta concludendo sia stata segnata da eccessi di apertura e che ora in molti si voglia dare una frenata. Non ho visto tale apertura se non per l’encomiabile ripresa di un dibattito più civile attorno a questi temi. Mentre discutiamo si è compiuto il sessantaduesimo suicidio in carcere e si è altrettanto compiuta la trentasettesima settimana: sono numeri che, confrontati, fanno pensare. Mentre ne parliamo il Governo in chiusura sta per emanare – e speriamo che tale percorso si compia – i decreti legislativi attuativi di quella legge di riforma che, investendo il sistema penale, dovrebbe ridurre i tempi del processo e ridare quindi, anche significato all’esecuzione penale non rendendola così distante dall’atto compiuto da rischiare di renderla una sorta di retribuzione postuma.

Siamo, quindi, in un momento di attesa in cui la discussione sulla libertà e le sue forme, a volte apparentemente confliggenti, sembra essere superata dalla necessità di non rendere meramente enunciativi i principi che la nostra Costituzione sancisce. Mi riferisco innanzitutto alla tanto discussa, richiamata e disattesa finalità tendenziale delle pene che deve risiedere nella rieducazione. Quindi, nel diverso ritorno al contesto sociale esterno.

Mi chiedo cosa significhi tutto ciò per le più di milletrecento persone detenute attualmente in carcere per scontare una condanna inferiore a un anno e anche alle altre duemilacinquecento che scontano una condanna tra uno e due anni: tempi brevi per un’istituzione complessa quale è il carcere; talmente brevi da configurarsi come semplice sottrazione di tempo vitale e, quindi, come proposta di periodi di vuoto esperienziale che nulla attueranno sul piano rieducativo e riconsegneranno le persone all’esterno in modo peggiore, perché segnate dall’esperienza carceraria, pronte spesso a rivivere periodicamente la stessa esperienza.

Simmetricamente, rispetto a questo tempo troppo breve, il tempo troppo lungo che porta spesso una persona a dover eseguire una sentenza in carcere a distanza di più di dieci anni dai fatti di cui si è resa responsabile, forse in un’età giovanile, e ora interrompendo così il percorso della propria vita nel frattempo avviato.

Anche in questo caso viene fuori l’interrogativo sul tempo, sul suo dilatarsi o restringersi e soprattutto emerge il rischio che quanto costituzionalmente affermato si riduca a mera enunciazione di principio priva di effetto vitale: perché nulla si realizza in tempi così stretti e perché il troppo tempo trascorso rende impropria la volontà di imporre un percorso rieducativo.

Anche l’accertamento di fatti gravi – tu menzionavi la vergogna di Santa Maria Capua Vetere – richiederebbero una diversa modulazione dei tempi di accertamento, valutazione, sanzione, pur rispettando tutte le garanzie per le persone coinvolte. Lo richiederebbero sia perché il segnale culturale è essenziale proprio se ha una sua rapidità di risposta, sia perché anche le persone accusate hanno diritto a un accertamento rapido.

 

V.G. Le vicende dell’ultimo anno, in particolare la guerra, ma non solo, hanno reso ancora più difficile mantenere a livelli accettabili la capacità di accoglienza ed un generale senso di solidarietà. Ho visto che nel corso dell’anno hai moltiplicato incontri, seminari, tue presenze a convegni di formazione e di supporto rivolto agli operatori che lavorano, a vario titolo, impegno e competenza nelle diverse istituzioni che interagiscono con la quotidianità di quanti sono privati della libertà. Quali sono i temi fondamentali che affrontate in queste attività di formazione, come analizzate i bisogni formativi e professionali di questo personale? Come scegliete le priorità nel realizzare gli interventi?

M.P. Sull’affermarsi del linguaggio di tipo ‘bellico’ e sulle sue conseguenze, permettimi di rifarmi alla citazione di un tratto della Relazione al Parlamento. La riporto qui di seguito:

«Questa linea di continuità tra guerra al virus, guerra al fronte e guerra sperimentata nella povertà diffusa determina dei mutamenti nel nostro confrontarci con le difficoltà – e i luoghi verso cui questo Garante nazionale deve volgere il proprio sguardo sono intrinsecamente luoghi di difficoltà. Questi mutamenti hanno già riguardato il linguaggio – anche quello all’interno delle Istituzioni. Che progressivamente ha fatto sempre più ricorso a termini di schieramento, a espressioni definitive, alla logica dell’inimicizia. La guerra non ricompone nella solidarietà – come taluni potrebbero supporre quale esito della sofferenza visibile e vista. Al contrario, determina un’accentuazione della tendenza selettiva.

Come osserva Zygmunt Bauman «la sensibilità pubblica all’umiliazione e l’opposizione a quest’ultima sono di natura selettive. In ogni momento alcuni tipi di umiliazione di certe categorie di persone suscitano clamore e generano appelli all’azione, mentre altri tipi non vengono riconosciuti come problemi che richiedono una risoluzione, oppure vengono giudicati al di là dell’umana capacità di riparazione, oppure ancora vengono definiti sofferenze che non possono essere curate o impedite dall’esterno perché di fatto autoinflitte».

Non è, quindi, certo che la constatazione della espansione globale di sofferenza che una guerra determina sugli strati più deboli della popolazione mondiale determini maggiore capacità di accoglienza in senso generale e maggiore solidarietà. E già oggi vediamo la tendenza selettiva nell’accogliere persone che vengono da conflitti diversi o spinte dagli esiti di conflitti più antichi.

Per questo dobbiamo porre attenzione ai mutamenti che la logica di guerra, la presenza concreta del conflitto nella nostra quotidianità, nei nostri mezzi tradizionali di informazione e ancor più in quelli dove le informazioni stesse sono plurime e incontrollate, porta con sé. Mutamenti che inevitabilmente si riflettono nei luoghi delle difficoltà e nel rapporto che la società nel suo complesso ha con essi. Il rischio principale è nella tendenza a non porre attenzione verso gli strumenti di ricomposizione, ricostruzione e riparazione possibile e a non realizzare progettualità in tale direzione, per rivolgersi invece verso il rifiuto, verso l’affermazione di impossibilità di cambiamento di una persona o di un contesto, verso l’adozione di strumenti centrati sull’incapacitazione e la segregazione di ciò che si ritiene irresolubile.

In ambito penale, prevale così una distorsione del diritto centrata sull’inimicizia e il reo, tramutato in nemico, non è più persona destinata al miglior ritorno avverabile, bensì persona da tenere più distante possibile da ogni ipotesi di ritorno.

In altri ambiti, per esempio, in quello del disagio psichico, scompare l’interpretazione dell’incidenza della relazionalità sociale sul disagio stesso e prevale il desiderio di salvaguardare gli altri dalla presunta pericolosità della persona malata e sostanzialmente fragile. Quanto alle persone migranti irregolari, solo quest’ultimo aspetto – l’irregolarità – diviene sintesi dell’intera vita della persona e viene meno ogni considerazione che aiuti a distinguere la possibile progettualità alla base della ricerca difficile di “altrove” da percorsi invece che possono porre questioni di sicurezza. Tutto è riassunto nella sola irregolarità: le pagine della Relazione di quest’anno riportano un episodio che sintetizza drammaticamente il restringersi di questo sguardo e che ha trasformato un giovane migrante vittima di un’aggressione violenta in una persona di cui disfarsi, rinchiudendola in un Centro per il rimpatrio per la sua irregolarità amministrativa, fino al suo abbandono verso il suicidio.

Nella difficoltà del momento attuale che induce inevitabilmente alla logica propria della guerra, occorre invece ritrovare la capacità dello sguardo normale. Ricordando che la solida ordinarietà dell’agire democratico è l’asse portante della nostra Carta: la parola «solidarietà» compare sin dal suo secondo articolo, la parola «emergenza» non vi compare, mentre anche l’aggettivo «eccezionale» è richiamato per contenere i poteri non per estenderli».

Ecco, questo è stato lo spirito e spesso la lettera della molteplicità di interventi formativi condotti quest’anno. Hanno riguardato ambiti diversi: da incontri sistematici in tutte le regioni con chi ha posizioni di comando nel contesto dell’Arma dei Carabinieri, in accordo con il loro Comando generale, alla presenza in molti corsi di formazione della Polizia penitenziaria e di Stato. Questo per quanto riguarda la formazione cooperativa con gli interlocutori istituzionali con i quali siamo riusciti a far inserire i nostri temi nei complessivi programmi annuali. Poi la formazione delle giovani generazioni: Università e Scuola della magistratura. Sempre sui due filoni del linguaggio e delle sue conseguenze, del tempo e del suo valore.

 

V.G. Un’ultima domanda. Tu dici che, nell’emergenza soprattutto in relazione all’aumento delle condizioni di chiusura a terzi, punti di riferimento affettivi importantissimi per persone fragili, malate o disabili, ma non solo, sono saltati, aggravando situazioni già compromesse. Tutto questo ti porta a un discorso di carattere generale, sulla necessità di una riflessione sul concetto stesso di tutela e sul “sempre presente rischio che essa si confonda con la sostituzione della volontà della persona”. Qui fai un richiamo alle “politiche del rispetto” secondo la locuzione di Richard Sennet[1]; potresti chiarire come questi ragionamenti potrebbero essere strumenti adeguati a produrre forme di conciliazione tra il prendersi cura e il riconoscere le diversità? interpreto male o vuoi dire che è proprio sulla diversità delle possibili “conciliazioni” che si fonda qualsiasi forma di relazionalità significativa?

M.P. La categoria del rispetto riguarda tutti gli ambiti di azione del Garante nazionale. Perché è semplice la sostituzione della volontà della persona verso cui ci si rivolge sapendola in una situazione di oggettiva minorità. Può essere quasi un atteggiamento inconsapevole, soprattutto quando si ragiona nei termini di asimmetria con il proprio interlocutore. Credo che questo sia uno dei rischi maggiori: l’asimmetria, infatti, non vissuta soltanto nell’oggettività di essere soggetto libero di fronte a un altro che non lo è, bensì di sentirsi portatore di un valore a cui l’altro non accede e, quindi, finire con l’agire per lui. Penso non solo alle molte situazioni di assistenza in cui chi dovrebbe formalmente amministrare un ‘sostegno’ della volontà della persona assistita spesso amministra una ‘sostituzione’ della sua volontà, ma anche nel rapporto con le persone recluse troppo frequentemente riportate a una dimensione di neo-infantilizzazione della loro adultità che stride oltretutto con qualsiasi ipotesi di assunzione di responsabilità e costruzione di un percorso proprio, personale, di ritorno alla collettività.

Penso inoltre al rapporto che si deve stabilire con le molte diversità soggettive che caratterizzano un mondo naturalmente eterogeneo e falsamente unificato dalla situazione contingente vissuta: l’essere in un luogo con determinate regole comuni. Se le diversità stentato ad affermarsi come valori all’esterno, ancor più rischiano di essere lette come mancanze all’interno. Eppure, è solo il loro riconoscimento – e quindi il sostanziale rispetto – a poter dare strumenti di comprensione e di costruzione di vite condivise e regole accettate all’interno di micromondi che rappresentano però, in forme accentuate e anche esasperate, la complessità della società ormai globale. Solo il rispetto è veicolo di costruzione della consapevolezza delle diversità come valore aggiunto. «I codici del rispetto sono innanzitutto quelli del prendersi cura di sé nella propria azione altrimenti sterile, poi nel riconoscere le diversità come valori e non ostacoli, infine nel riconoscere la relazionalità che lega ineluttabilmente le persone tra loro. Quando gli attori sociali o politici non riconoscono tale relazionalità e pensano di costruire una parvenza di rispetto proprio sul non riconoscimento del rispetto altrui, qualsiasi azione diviene sterile». Questo ha riassunto il mio pensiero di sintesi delle tante diversità a cui il Garante nazionale deve saper rivolgersi.

[1] R. Sennet Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, Il Mulino, Bologna, 2004. Sociologo, critico letterario, scrittore e accademico statunitense si occupa soprattutto dei temi della teoria della socialità e del lavoro, dei legami sociali nei contesti urbani, degli effetti sull’individuo della convivenza nel mondo moderno urbanizzato.

Vittoria Gallina, Mauro Palma Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà

51 recommended

Rispondi

0 notes
1050 views
bookmark icon

Rispondi