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Ridare ruolo alla Istruzione tecnica valorizzando la formazione delle professioni

Pubblicato il: 24/11/2021 05:00:17 -


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L’istruzione tecnica  è il fanalino di coda della formazione generalista e in quanto tale necessita di un Photo Shop filosofico… oppure è la punta di diamante della formazione per il lavoro? In questo dilemma si può forse riassumere il problema.

La proposta di introdurre la filosofia negli Istituti tecnici è solo l’ultima puntata di una lunga storia che nasce dalla prima ipotesi e che ha le sue radici in Italia nel fatto che  questo indirizzo formativo è nato negli anni ‘30 del secolo scorso senza avere alle sue spalle un solido filone di formazione per il lavoro, sia nel segmento preliminare  che in quello della formazione terziaria. Il problema sta nel fatto che siamo ancora a questo punto.

Quello della straordinaria fortuna della licealizzazione non è del resto una vicenda solo italiana. Ne fa fede la Francia  – un paese a noi culturalmente vicino -che per dare più dignità  e pertanto consistenza alla formazione per il lavoro ha ribattezzato ormai decenni fa’ tutte le scuole superiori licei, donde i Lycées professionnels. Da cui negli anni ‘90 fra le altre cose anche i Licei tecnici sperimentali nostri. Ma forse nessun paese come l’Italia ha negli ultimi due anni sfondato la soglia magica del 50 % per una licealità peraltro molto variegata.

Licealizzazione vs. formazione per il lavoro

È infatti una tendenza in atto da anni in tutti i Paesi ricchi occidentali. Sinteticamente la si può attribuire a due fattori: il crescente benessere per cui strati sempre più ampi della società si possono permettere di non dover mandare i figli al lavoro, una forma di lusso, insomma, come la seconda macchina e le vacanze, ed è senza dubbio una forma apprezzabile. Ma un altro è stato il crescente battage sulla fine dei lavori industriali pesanti e usuranti e il dilagare nell’immaginario dei lavori leggeri qualitativamente superiori e più prestigiosi: informatica, comunicazione, stili di vita. Salvo scoprire con la pandemia che comunque i lavori pesanti rimangono alla base della sopravvivenza delle società e che, se non li facciamo noi, li fanno o qui o fuori dei nostri Paesi altri popoli che giustamente cercano di migliorare – e migliorano magari a nostre spese – con ciò le loro condizioni di vita. Donde schiere di disoccupati o sottoccupati, le cui caratteristiche sono state ben lumeggiate in La società signorile di massa, di Luca Ricolfi. 

Anche negli altri Paesi europei il settore della formazione per il lavoro  vel VET (Vocational Educationi and Training) non va poi cosi bene, tanto da generare massicci investimenti in progetti ad hoc della Commissione Europea. L’eccezione ancora viva della Germania, malgrado un periodo difficile con la crisi economica  che ha reso problematica la formazione sui posti di lavoro, si spiega con la cultura tradizionale del Paese che si radica nel concetto protestante di Beruf  (professione) e sembra oggi fra le altre cose alla base della sua felice congiuntura economica. Ma negli altri Paesi si registra uno iato fra studi ed esigenze del mercato del lavoro. Siamo dunque in ’cattiva’ compagnia anche se sembriamo  brillare negativamente.  

Il problema dunque della Istruzione tecnica italiana sta forse  nel fatto che essa può irrobustirsi solo collocandosi al centro di un filone di formazione per il lavoro – osmotico per carità con l’altro filone generalista – che abbia una solida base in una formazione professionale di base (regionale?), che doti tutti i giovani di accettabili competenze da cittadino e produttore rispettando e non disprezzando le loro vocazioni e un terminale altrettanto solido e rispettabile nel terziario con la doverosa ristrutturazione e rivalorizzazione degli IFTS. Da solo nessuno si salva. Qui il punto delicato può essere la parziale sovrapposizione con le classi apicali della IeFP cioè le quarte classi che sono peraltro collocate nel Quadro di Riferimento Europeo nella stessa categoria della Istruzione tecnica. Un problema da affrontare in prospettiva, anche se al momento si tratta di offerte formative presenti in poche regioni, con pochi iscritti, tanto che nessuno, anche nella stampa specializzata, sembra saperne nulla.

Sembra infruttuosa, se non negativa, l’idea di continuamente pasticciare sul curriculo, massimamente se lo si licealizza o si mettono al bando –anche nelle definizioni linguistiche – le esperienze di raccordo con un demonizzato mondo del lavoro. Le famiglie che iscrivono i figli ben difficilmente leggono i piani di studio, come sembra pensare talvolta chi si occupa della scuola in un’ottica scolasticisticamente ristretta. Esse sono influenzate dall’aria e dallo spirito del tempo, anche senza esserne consapevoli. In Italia la tendenza generale è poi ovviamente rinforzata dalla tradizione culturale e dall’atmosfera generale per cui talvolta gli italiani sembrano pensare che non abbisognino di studio perché già la cultura infusa dal paesaggio, dai monumenti, dalla cucina. Se si riflette al tracollo della Istruzione tecnica  Commerciale a fronte di una sia pur faticosa resistenza della Industriale si può rilevare che settori interi della piccola-media borghesia degli affari e del commercio si sono riversati – soprattutto per le figlie – sulla licealità leggera (ex-magistrali, artistici, linguistici). E non certo perché nell’Istruzione tecnica non c’è la filosofia. Gli stessi movimenti sono registrabili fra i settori di recente immigrazione, che hanno cominciato la scalata sociale dai professionali regionali e che ora si stanno affacciando alla Istruzione tecnica.  

Ridare uno sguardo ai mestieri

Sempre guardando l’erba dalla parte delle radici  –cioè della domanda –, ci si deve misurare con due problemi. Il primo è la persistente esistenza ,anche a livello internazionale rilevata in particolare in PISA, di uno zoccolo duro di adolescenti maschi relativamente impermeabili a offerte formative generaliste –  bassi livelli persistenti nelle competenze di base di Lingua1 e Matematica – e anche a fatica coinvolgibili in quelle professionalizzanti. Il livello economico accettabile diffuso delle famiglie sembra permettere loro di sottrarsi all’impegno scolastico ma anche a quello lavorativo, il che abbassa il livello di produttività oltre che di civiltà dei nostri Paesi.   In questi casi la via di una accentuazione della durata del periodo obbligatorio di scolarità in chiave sostanzialmente generalista sembra assolutamente controproducente, mentre un forte impegno sul sistema di formazione per il lavoro e il rispetto e la  valorizzazione effettiva di lavori da qualche decennio spregiati sembra l’unica via percorribile. Interessante il ritorno anche nel nostro Paese ai mestieri dell’agricoltura, a un livello più alto sia come stile di vita (in cui si incarna realmente la cultura acquisita) che come cultura professionale. Ma bisognerà lavorare anche sull’area dei mestieri industriali di cui si sta riscoprendo l’importanza e la indispensabilità.   

L’altro settore critico è quello delle ragazze che nel nostro Paese sembrano molto conservative, sia per il loro persistente disinteresse verso la matematica e le scienze che ‘coerentemente’ per le loro scelte delle scuole secondarie, impropriamente definite come umanistiche: specializzazioni di cura e linguistiche (in senso lato). Manca insomma all’appello quella parte di ragazze che in altri Paesi confluisce da tempo in area STEM o comunque dimostra meno trasporto come invece avviene il Italia,, verso una formazione ‘disinteressata’, tanto disinteressata da risultare alla fine inconsistente e inutilizzabile.

 

Tiziana Pedrizzi Già docente e dirigente di scuole secondarie;  distaccata IRRE. Esperta di  sistemi educativi

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