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Le lettere sovversive e perturbatrici di don Milani

Pubblicato il: 24/01/2024 06:13:35 -


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Tra le iniziative per il centenario della nascita, un’interessante Giornata di studio su “L’eredità di don Lorenzo Milani” ha ripercorso l’impegno sociale e civico del Priore di Barbiana e le linee guida del pensiero, puntando l’attenzione sulle Lettere e mettendone a fuoco  l’attualità e il piglio progressista, grazie a contributi molteplici e autorevoli, tra cui quello del giornalista e biografo Mario Lancisi[1].

Don Milani ha sempre messo nero su bianco le sue opinioni, anche le più controverse e nelle sue parole non v’è traccia di vaghezza o ambiguità, che possa dar adito all’equivoco: in un mondo diviso tra privilegiati e oppressi, sa benissimo da che parte stare e si schiera a fianco degli ultimi. Rivendica il principio deontologico che leggi ingiuste devono essere condannate e non applicate, che bisogna battersi per cambiarle e renderle più giuste. Dice no all’obbedienza cieca, no agli atti e alle scelte che sono in contraddizione con i propri valori; sì, invece, all’esercizio della critica e al primato della coscienza. In un’epoca in cui la leva era obbligatoria, per esempio, prende posizione a favore degli obiettori di coscienza,  dà la sua approvazione a due armi soltanto, nobili e incruente – lo sciopero e il voto –  e, quando viene denunciato per apologia di reato, sceglie di difendersi nel processo e non dal processo[2].

Tante le incursioni fulminee del suo pensiero, indefessa la ricerca di risposte nuove, deciso l’appello all’assunzione di responsabilità, granitica la posizione pacifista e non violenta: con coraggio e lucidità intuisce il bisogno di un cambiamento culturale, tradisce la sua classe sociale borghese, spogliandosene francescanamente, e semina un pensiero di opposizione, che fino a oggi continua a germogliare.

“Lettera a una Professoressa” è un libro-manifesto sulla scuola, pubblicato nel 1967 e scritto in soli due mesi. E’ il testo più celebre di don Milani, o meglio, come direbbe il Priore, del gruppo di scrittura: il suo nome non compare infatti neppure in copertina, dove l’autore è indicato come “Scuola di Barbiana”,  proprio in quanto il testo è frutto del lavoro di una scrittura epistolare collettiva, di un processo complesso di confronto con i suoi ragazzi, di ricerca continua di nuova documentazione e di un’operazione di cesello per renderlo comprensibile ai più.

Una lettera fatta di parole faticosamente messe insieme, che testimonia la ricerca intorno all’arte dello scrivere, “che è una cosa seria, ma fatta di una tecnica piccina, esito dello slancio collettivo verso il massimo di capacità di esattezza d’espressione,”. “Spiego la cosa così” – scrive don Lorenzo a Mario Lodi : “ogni ragazzo ha un numero molto limitato di vocaboli che usa e un numero vasto di vocaboli che intende molto bene e di cui sa valutare i pregi, ma che non gli verrebbero alla bocca facilmente. Quando si leggono ad alta voce le venticinque proposte dei singoli ragazzi accade sempre che o l’uno o l’altro (e non è detto che sia dei più grandi) ha per caso azzeccato un vocabolo o un giro di frase particolarmente preciso o felice. Tutti i presenti (che pure non l’avevano saputo trovare nel momento in cui scrivevano) capiscono a colpo che il vocabolo è il migliore e vogliono che sia adottato nel testo unificato[3].”

A don Milani va riconosciuto il merito indiscusso di avere compreso che la parola è un dono che necessita di un grande apprendistato e di essersi battuto contro l’ignoranza, che è una forma grave di deprivazione e di povertà, per dare ai suoi ragazzi le competenze linguistiche che rendono le persone padrone di sé, membri attivi della società e cittadini sovrani: “I poveri non hanno bisogno dei signori; i signori ai poveri possono dare una cosa sola, la lingua. Lo sanno da sé i poveri che cosa dovranno scrivere, quando sapranno scrivere”, puntualizza nella lettera a Nadia Neri, una delle ultime scritte di suo pugno, che costituisce una sorta di testamento spirituale del Priore di Barbiana ormai molto malato e sofferente [4].

“Lettera a una Professoressa” è un best-seller. Don Milani non ha mai potuto sapere quante ristampe (1 milione di copie vendute) e quante traduzioni ne siano state fatte in tutto il mondo; le ultime in lingua araba e cinese sono recentissime.

E non ha vissuto a sufficienza per assistere al fatto che “Lettera a una Professoressa”  è diventata negli anni immediatamente successivi alla sua morte anche un testo di riferimento del movimento di rivolta degli studenti, grazie alle sue parole d’ordine: il non bocciare nella scuola dell’obbligo e la contrapposizione tra Gianni, lo studente povero, e Pierino, lo studente di famiglia benestante, per affermare che la scuola che perde Gianni non è degna di essere chiamata scuola.

“Chi oggi dirige il Ministero dell’Istruzione e del Merito opterebbe per una riabilitazione della Professoressa Vera Spadoni Salvanti, che fino all’ultimo ha detto di non essersi mai pentita di avere bocciato due ragazzi della scuola di Barbiana!”: così apostrofa l’attuale classe dirigente Gad Lerner, invitato a dialogare sul tema “Lettera a una Professoressa: il classismo della scuola del merito” con Ivo Lizzola, docente e pedagogista.

Ha ancora sonanti nelle orecchie le parole pronunciate sul pratone di Pontida dal Ministro dell’Istruzione  Giuseppe Valditara e da Matteo Salvini, che non hanno mai citato espressamente don Milani, ma hanno dichiarato che stiamo ancora subendo i postumi della cultura del Sessantotto, i danni del sei politico e del non bocciare, del rifiuto e della paura del voto di condotta, di un atteggiamento indulgente nei confronti di chi infrange la gerarchia e manca di rispetto al corpo docente.

Anche Ivo Lizzola teme che la Professoressa destinataria della Lettera verrebbe riabilitata, a meno che non si torni a leggere con attenzione e a comprendere in profondità il testo, che incarna il bisogno di una scuola molto esigente, molto dura e al tempo stesso di una scuola in cui le persone vengono richiamate, perché amate a una a una. Amate con le loro famiglie, riluttanti nel consegnare i propri figli alla scuola, che li strappava al lavoro precoce nei campi.

Quella di Barbiana non era affatto una scuola lassista, prendeva sul serio lo studio e la relazione impegnativa con bambini e ragazzi; era una scuola attenta alle storie di ognuno, capace di costruire una strategia di presa di consapevolezza collettiva e di dare umanità piena, grazie al superamento della privazione della parola, vero strumento di emancipazione.

Il sapere per don Lorenzo vale se lo si spende per altri, alimentando giorno dopo giorno il senso di responsabilità morale e civile e la capacità di creare nelle pratiche la comunità degli uomini e delle donne che sanno posizionarsi nel tempo e nel mondo: “Cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo, per esempio dedicarci da grandi all’insegnamento, alla politica, al sindacato (…), fino a volere che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzarsi tra di loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre”.

Questa scuola che non è strumento di selezione e di controllo, è una scuola sul filo del rasoio tra presente e futuro, una scuola in anticipo, un luogo sociale di emancipazione guidata da un maestro che deve essere per quanto può, “profeta”, “scrutare i segni dei tempi, e indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”.

Una scuola senza consumismo e svago, dove dare orientamento al pensiero – anche  attraverso la lettura del giornale, il cinema, la musica, i laboratori e gli strumenti di lavoro, le lingue straniere, l’esperienza all’estero. L’insegnamento non ha soltanto l’obiettivo di far conoscere contenuti, ma soprattutto di alimentare la capacità di pensare con altri, di saper analizzare e domandare continuamente per costruire il sapere.

Emancipazione attraverso la cultura

In Italia la storia del Novecento vede l’alfabetizzazione andare avanti più lentamente che in altri paesi e formarsi gradualmente classi dirigenti di personalità, che facevano il lavoro minorile e che si emancipano attraverso la cultura: è stato così per gli operai che diedero vita ai consigli di fabbrica (organizzati da Antonio Gramsci intorno alla sua rivista “L’ordine nuovo”, che nel 1919 ebbe come prima parola d’ordine del motto sotto la testata: istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza), per i fondatori del movimento sindacale, per i rappresentanti in Parlamento dei partiti popolari e per i ragazzi di Barbiana.

E’ la cultura la più potente leva di emancipazione per le classi popolari e subalterne, come riconoscono i relatori di questo convegno, toccati personalmente, nel profondo, dal messaggio di don Milani, perché non solo denuncia la selezione nel mondo della scuola, ma individua il virus che nella scuola c’era e c’è ancora oggi, cioè fare misure uguali tra diseguali.

Don Virginio Colmegna – madre operaia, padre invalido, che nel Sessantotto viveva nelle case di ringhiera alla Bovisa, nella periferia milanese – fu licenziato dall’insegnamento di religione alla scuola media Marelli per aver letto agli studenti “Lettera a una Professoressa”; ma poi rientrò nell’esperienza di insegnamento della scuola popolare delle 150 ore, ove apprese un metodo tuttora attuale. Don Milani gli è molto caro, per la spinta pedagogica che seppe suggerirgli e per la presa di coscienza,  che si è riversata pienamente in una visione di Chiesa, che riconosce nella povertà un segno di dignità e si batte per i valori di fraternità, solidarietà e presa in carico, al servizio dell’uomo con i suoi bisogni.

Per Ivo Lizzola la lettura di  “Lettera a una Professoressa” è stata come la lettura della sua storia e di quella dei suoi coetanei: figlio di operai, come più di mezza classe, ha frequentato la scuola media unica obbligatoria, altrimenti sarebbe andato all’avviamento professionale e è stato tra i pochissimi della parte più povera della classe a proseguire gli studi alle superiori.  Ha vissuto l’esperienza delle 150 ore grazie al sindacato, che aveva bisogno anche degli studenti delle scuole superiori per l’insegnamento a contadini e operai e quell’esperienza ha dato senso e orientato il suo studio. Poi la laurea in filosofia, conseguita come studente lavoratore, e l’insegnamento nelle scuole medie delle remoti valli bergamasche, prima di approdare alla docenza universitaria e a svolgere la funzione di tutor di ragazzi e ragazze impegnati in esperienze di service learning, per esempio nel contesto delle carceri minorili: operazioni di apprendimento servizio, in cui gli adolescenti si giocano precocemente in un ruolo di responsabilità e cittadinanza attiva e sanno poi approcciare anche gli stage presso le imprese con domande e istanze di ricerca.

Figlio di mezzadri poveri, bocciato al liceo, Mario Lancisi rimase folgorato dalla “Lettera”  il primo giorno in cui andò a Barbiana nel luglio 1977 e trovò sconvolgente l’affermazione che la scuola deve essere come “uno spedale da campo, per curare i feriti e accogliere gli emarginati” e deve riuscire a farsi carico della fragilità.

A oltre cinquant’anni di distanza si riscopre che l’abbandono nella scuola dell’obbligo in alcune realtà è superiore agli anni Sessanta, che la scuola a tempo pieno – o a “pieno tempo”, come la definiva don Lorenzo – è ancora uno strumento carente per recuperare marginalità proprio nelle aree dove ci sarebbe maggior bisogno di togliere i ragazzi dalla strada (al nord frequentano il tempo pieno  2 ragazzi su 3, al centro 1 su 2 e al sud 1 su 5) e che durante l’emergenza Covid gli studenti delle famiglie più svantaggiate hanno perso mesi interi di scuola, per mancanza di collegamento alla rete.

Il classismo che ritorna non deve essere considerato inevitabile e accettabile, come purtroppo è accaduto e accade nel sistema scolastico italiano, dove sopravvive un’ideologia di fondo che tende a giustificare le disuguaglianze e a generare un’assuefazione verso di esse. Lo spirito di Barbiana sembra rinnegato nella concezione attuale della scuola, anche a causa del bisogno ossessivo di instaurare un rapporto scuola–lavoro, che tende a subordinare l’istruzione alla finalità di collocare nel mondo del lavoro i ragazzi.

Oggi il pensiero egemone è disturbato in maniera speciale dal passaggio delle prime pagine della Lettera a una Professoressa”, ove si dice “ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Questo richiamo alla politica contro l’avarizia nel luogo sperduto di Barbiana – da cui don Lorenzo non cercò mai di fuggire, ma che fece diventare il centro del mondo[5] – è sovversivo.

Selezione era e è anche oggi, visione selettiva, meritocratica della scuola, che cozza contro la visione opposta che hanno continuato a svolgere molti insegnanti, impegnati per favorire l’integrazione. Don Milani non ha visto l’immigrazione straniera massiccia, ma si sarebbe certamente reso conto che ciò che ha impedito negli ultimi decenni il cortocircuito e la guerra civile, nonostante l’enfasi mediatica contro il pericolo dell’invasione, è stata proprio la scuola con il processo di integrazione che ha saputo mettere in atto.

Aggiungiamo un mappamondo alle carte geografiche appese alle pareti di Barbiana per una visione nuova e diversa della geografia, così come è stata cambiata dai processi storici: don Milani ci farebbe notare – sottolinea Gad Lerner – come il mare Mediterraneo sia soltanto un piccolo lago, rispetto agli oceani, rispetto al ‘globo terracqueo’ e che, quindi, immaginare di potere tenere separate le due sponde di questo mare, è innanzitutto un’assurdità sul piano geografico e culturale, oltre che un misfatto morale e politico.

“Lettera a una Professoressa” continua a essere un libro sovversivo, perché colloca la scuola nell’attesa di futuro e in una relazione responsabile tra le generazioni e nella scuola italiana c’è molto più don Milani di quanto pensiamo.

In risposta all’attacco a don Milani contenuto in articoli pubblicati da alcuni quotidiani del maggio scorso, che lo hanno tacciato di essere profeta dell’illusione e dei fallimenti, risponde categorico l’ex allievo Paolo Landi che se l’ignoranza è una brutta bestia per i poveri, figuriamoci per dei professori che pontificano senza conoscere ciò di cui scrivono![6].

Il mio consiglio – raccomanda Landi – è che ognuno legga don Milani anche senza una guida, senza farlo passare attraverso griglie teologiche, storiche o pedagogiche. Perché lui non fa teoria e si concede al lettore, invitandolo a prendere le decisioni importanti per la vita.

[1] Milano, Palazzo Reale, 26 Settembre 2023. Organizzato da Fondazione Terra Santa. LANCISI, Don Milani. Vita di un profeta disobbediente, TS Edizioni, 2022.

[2] L. MILANI, Lettera ai cappellani militari. Lettera ai giudici, a cura di S. TANZARELLA, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017

[3] http://www.barbiana.it/LODI-MILANI.html. L’ Arte dello scrivere. Incontro fra Mario Lodi e don Lorenzo Milani, a cura di C. Lodi e F. Tonucci, Ed. Casa delle Arti e del Gioco, 2017

[4] Lettera a Nadia Neri, in M. LANCISI, Op. cit.

[5] In una lettera alla madre don Lorenzo la esorta a non preoccuparsi, perché la vita di un uomo non dipende dal luogo in cui si svolge, ma da ciò che fa.

[6] P. LANDI, La Repubblica di Barbiana. La mia esperienza alla scuola di don Lorenzo Milani, Libreria Editrice Fiorentina, 2020

Rita Bramante Già Dirigente scolastica, membro del Comitato Nazionale per l'apprendimento pratico della Musica

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