Invalsì, Invalno...

in Politiche educative

di Salvo Piccinini | del 22/07/2010 |2 COMMENTI |commenta

Invalsì, Invalno...
L’ingresso dell’Invalsi a scuola non può comportare l’imposizione di metodologie didattiche in cui i docenti non credono, censurandone la libertà e mortificandone la passione educativa.



Dal 2012 l’Invalsi farà il suo ingresso in via definitiva anche nel secondo ciclo, gestendo direttamente la terza prova dell’esame di stato e test al termine del primo biennio. E già si profila lo scontro fra chi è assolutamente favorevole a un’innovazione che ci porta in Europa e oggettivizza i risultati e chi, in misura inversamente proporzionale, vede i test nazionali come l’ennesimo provvedimento calato dall’alto che limiterà ulteriormente la libertà degli insegnanti.

Ricordo che già nel primo anno di esercizio della legge sull’autonomia, in un liceo classico siciliano, un docente di quinta ginnasio, nell’ambito di uno specifico progetto di valorizzazione della cultura e della letteratura isolana, sostituì lo studio dei “Promessi sposi” con “Il birraio di Preston” di Camilleri.

Scatenando – tra parentesi – una vivace diatriba fra chi inorridiva di fronte al sacrilegio dell’omessa lettura del romanzo con la erre maiuscola della letteratura nazionale e chi salutava con trionfale entusiasmo lo svecchiamento della cultura italiana.

Ma in un sistema di istruzione che – pur favorendo l’autonomia – voglia rimanere nazionale, non bisogna garantire unitarietà nella preparazione?

E, non solo rispetto ai contenuti, ma anche rispetto alle abilità e alle competenze.

Nel 2006-2007, dato che l’italiano era stato affidato al commissario esterno, ho voluto fare un esperimento in una quinta classe, per curiosità, e vedere se era il caso di correggere il tiro finché ero in tempo.

Ho chiesto a un’amica e collega di correggere un compito delle mie alunne (che, ovviamente, erano informate e consenzienti), utilizzando le mie griglie.

Il risultato fu che i suoi punteggi si discostavano mediamente dai miei di un punto e mezzo.

Già questa sarebbe una ragione più che valida per sostenere l’ingresso di prove oggettive.

È ragionevole, infatti, presumere che un identico voto corrisponda alle medesime conoscenze, abilità e competenze da Pordenone a Ragusa se già nello stesso dipartimento i docenti, a parità di griglie, attribuiscono punteggi significativamente diversi al medesimo elaborato?

D’altro canto, nel momento in cui si struttura una prova uguale per tutti, non si andrà contro la libertà dei docenti di scegliersi un metodo?

Se insegno latino al biennio e voglio utilizzare il metodo Ørberg, al momento del test i miei alunni si troveranno in svantaggio rispetto ai loro colleghi, e non perché il metodo, nel lungo periodo, dia risultati meno significativi, ma perché presuppone una tempistica differente, un diverso approccio rispetto al testo da tradurre...

Un mio collega insegna grammatica generativa; i suoi alunni – in un test nazionale concepito secondo i dettami della grammatica tradizionale – non verranno penalizzati?

E parliamo del biennio.

E agli esami di stato, quando il test contribuisce alla determinazione del voto?

Inevitabilmente i docenti tenderanno ad appiattirsi su determinate metodologie didattiche per evitare che i propri alunni siano sfavoriti; ma questo sarà un bene?

Il generativista o l’orberghiano, costretti ad abbandonare un metodo in cui credono e che, nelle loro mani, produce risultati apprezzabili, raggiungeranno i medesimi obiettivi utilizzando metodi in cui non si riconoscono?

Allora, d’accordo sull’esigenza che la certificazione del voto d’esame sia la più oggettiva possibile (tra parentesi, che fine ha fatto l’idea della certificazione delle competenze?).

Anzi, negli ultimi anni di tutorato SSIS ho potuto notare come nessuna delle mie tirocinanti avesse nozioni di docimologia; stranamente, infatti, nelle nostre università sembra si sia sottovalutata l’importanza della scienza della valutazione nel curricolo del futuro docente, anche se poi nelle rivelazioni internazionali i nostri alunni, in media, si piazzano nella parte bassa della classifica (sarà anche perché poco abituati a scuola a certe procedure valutative?).

Ciò non di meno, l’ingresso dell’Invalsi a scuola non può comportare l’imposizione di metodologie didattiche in cui i docenti non credono, censurandone la libertà e mortificandone la passione educativa.

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Tante strade ma chiarezza sulla meta di Patrizia Truffa, pubblicato il 26/07/2010

La libertà  di approccio non può dimenticare gli obiettivi, le mete. Posso usare la grammatica generativa (o quella di Tesniere), ma alla fine lo studente dovrà riflettere sulla lingua come quello che ha seguito la grammatica tradizionale (e meglio di quello, se no perchè ho cambiato strada?). Posso servirmi di Orberg per il latino, ma alla fine dovrò chiedermi se questo metodo consente di leggere di più e comprendere meglio gli autori che in latino hanno scritto. La libertà non può non avere limiti temporali: la scansione, del biennio prima e del triennio poi, deve obbligare i docenti al confronto, soprattutto sulle competenze raggiunte. La stessa osservazione può essere fatta sulle letture integrali: se non è più pensabile che oggi un ragazzo legga soltanto Manzoni o Dante o Omero, non è neppure auspicabile che non li legga. Anzi, più il testo è lontano nel tempo e nell'ideologia, più ha bisogno di una lettura guidata da parte del docente! Forse Camilleri, affascinante e coinvolgente come pochi, può ancora essere letto senza troppi maestri!

Sarà perchè per troppo tempo ho sentito la mancanza di un sistema di valutazione nazionale che consentisse ai docenti un confronto più ampio e articolato, sono molto soddisfatta di quello che sta nascendo con l'INVALSI. Non è detto che sia perfetto, non è detto che sia "oggettivo e assoluto", non è detto che dovrà essere l'unico modo per valutare gli studenti, ma offrirà uno strumento pensato, validato, confrontabile che, unito a IEA, OCSE..., forse ci aiuterà a rendere migliore l'insegnamento e più utile la grande fatica del valutare.

Gli insegnanti devono conoscere i problemi della meritocrazia e studiare la ricerca teorica e applicata di Teresa Serafini, pubblicato il 24/07/2010

Gli esempi dell'articolo non riguardano tanto le metodologie (induttiva, deduttiva, costruttivista...), quanto i contenuti. Domanda: esistono i programmi, vanno rispettati? Possiamo discuterne. Posso certo insegnare  il modello valenziale, ma ritengo che la morfologia e la sintassi tradizionali vadano comunque conosciuti nelle linee essenziali (i modelli generativi  sono discutibili per la scuola, per chi segue la ricerca - per esempio del GISCEL-).

Io credo che la limitata accettazione delle prove nazionali Invalsi da parte di alcuni insegnanti sia legata a due problemi: 1) lo scarso impegno del ministero nel far conoscere la necessità e il dibattito sulla meritocrazia (basta leggere il bel libro di Piero Cipollone, presidente dell'Invalsi, "Il capitale umano", Il Mulino); e 2) la scarsa conoscenza della ricerca e degli studi recenti da parte di troppi docenti. Al 30 % ogni insegnante può scegliere certo quello che vuole (anche il primo Chomsky, ovviamente), ma per il 70 % deve confrontarsi con la ricerca. Alcune scelte sono  valide, altre sono discutibili... basta leggere alcuni buoni manuali di linguistica teorica e applicata, ecc.  proposti  nelle università (per restare nell'esempio). Chi studia i manuali, per esempio quello della Zanichelli, che presentano le prove OCSE, o legge il libro di Castoldi "Valutare le competenze"... non può che arrivare ad alcune conclusioni... Non mi sembra ragionevole parlare di libertà di insegnamento. Prima di tutto bisogna studiare, poi si può certo entrare nel dibattito. Ma dire che ognuno può scegliere completamente i contenuti  che vuole non mi sembra accettabile. (Anche per "I promessi sposi" esistono soluzioni di compromesso: tutto o niente? Ma no, se ne possono leggere magari solo alcuni capitoli e poi affrontare "Delitto e castigo" o... lo straordinario recente e analogo "Quattro casalinghe di Tokio" di Natsuo  Kirino: un vero capolavoro sull'angoscia del mondo moderno in Giappone... ma anche da noi...). Teresa Serafini

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