
Cari amici,
nell'augurarvi buone vacanze, vorrei sottoporvi alcuni spunti di riflessione per riaprire il dibattito a settembre.
Professori e dialetti
Leggo dalle cronache una bislacca novità: i professori e i presidi devono essere di contrada o di quartiere, un corpo docente, quindi, polverizzato sul territorio. Comprendo e condivido che gli alunni a scuola imparino a conoscere culturalmente e a interpretare il proprio territorio (letteratura, lingua e dialetti, storia, economia, tradizioni e quant'altro). Lo studio deve servire anche a questo. Contemporaneamente è urgente che la gestione delle scuole e del sistema educativo passi alle Regioni e si riduca drasticamente il grande Moloch del Ministero della Pubblica Istruzione (Titolo V della Costituzione). Tre campi di intervento, tuttavia, fanno assoluta eccezione a questa impostazione: la gestione dei curricoli, e quindi il sapere nazionale ed europeo, la valutazione dei risultati dell'attività educativa e, sottolineo, l'unitarietà nazionale del corpo docente. Come si fa a pensare di ridurre docenti e dirigenti alla stregua di poliziotti di quartiere? Ma questi signori hanno la pallida idea di cosa sia un docente, di quale sia la sua fisionomia intellettuale e morale?
Education 2.0 è impegnata in un'azione intransigente contro questo rischio. Vorrei che aprissimo una discussione su questo tema, insieme a una riflessione più ampia sulla funzione docente nel secolo ventunesimo, su quali sono gli stimoli e le misure per valorizzare la professione educativa e il suo riconoscimento sociale.
"Quer pasticciaccio" della scuola media
È scoppiato finalmente il caso della scuola media. Non facciamoci deviare dall'epifenomeno dell'esame finale: andiamo più a fondo. È vero: quanti sono i cinque trasformati in sei? Per carità, silenzio, non diciamolo... È questo il modo migliore per affrontare il problema della insufficiente preparazione della maggioranza dei nostri alunni? La questione è di merito: il problema è come fare perché i nostri ragazzi imparino di più. Gradirei riflessioni, testimonianze, esperienze; non approcci lamentosi o trionfalistici, ma realistici e scientifici, sul vero senso del segmento scuola media, nel più ampio ciclo dell'istruzione. Riflettiamo sul micidiale danno morattiano della cancellazione della riforma dei cicli, affrontiamo alla radice i problemi della preadolescenza, cosa e come si impara in questa delicatissima fase, e così via... Occorre un esame comparativo internazionale e una valutazione realistica dell'esperienza italiana di questi decenni. Parliamo di cose serie.
La "Questione meridionale" e la scuola
Si scopre che la disinvoltura della finanza creativa non ha limiti: si spostano allegramente i fondi destinati al Mezzogiorno, i fondi FAS, come accadeva per i carri armati di Mussolini. E oggi riemerge il dramma del Mezzogiorno d'Italia. C'è chi parla addirittura di fare un partito del Sud. Non sarebbe meglio potenziare e riformare la scuola nel Sud? Esiste la questione delle risorse. Ma non si tratta solo di questo. Non riproponiamo in modo vecchio questo problema. La situazione è critica: i risultati educativi del sistema scolastico nel Sud sono preoccupanti. Ieri uno studente di un liceo napoletano o milanese erano preparati alla stessa maniera e con lo stesso successo. Altrettanto nella scuola elementare. Oggi non sembra sia così. Perché? domandiamocelo, documentiamolo. Ieri la scuola era la centrale educativa quasi assoluta; oggi il 70% appartiene all'informale, a fattori esterni alla scuola. Il contesto socio-economico, la realtà circostante sono oggi fattori decisivi della formazione. La scuola non può ignorarli, anzi: i due fattori vanno integrati. L'obiettivo oggi è il sapere per capire, non soltanto gnoseologico. Per capire e per essere soggetti attivi della propria vita. In altri termini, il rapporto fra conoscenza e competenze e ancor più il sapere per risolvere, anche in termini di autopromozione. In tutto questo il contesto conta e, nel Mezzogiorno, aiuta molto meno che nel Centro-Nord. Nel Sud si registra una caduta dei servizi da parte delle istituzioni e della società e ha un peso, più che altrove, la cultura della clientela, la cultura della raccomandazione; addirittura una fetta del territorio nazionale è sottratta ai poteri dello Stato. Non mancano certo esperienze eccellenti, di rilievo nazionale, ma la realtà è puntiforme e queste esperienze non fanno media. Anche su questo abbiamo bisogno di idee, testimonianze, riflessioni e proposte.
Sempre a settembre, con degli articoli di Walter Moro, apriremo una discussione sulla professionalità dei docenti. Altro tema su cui attendiamo i vostri contributi sono le linee di indirizzo per la scuola dell'infanzia, elementare e media, che saranno in vigore già da settembre.
Nel frattempo, buone vacanze.
Luigi Berlinguer
Due modelli di formazione di eubas09, pubblicato il 15/09/2009 La domanda è: come fare perché i ragazzi imparino di più? Ci sono essenzialmente, seocndo l'epistemologo della formzione Michel Fabre, due modelli di insegnamento. Il primo si ispira all'artigiano, che opera secondo tecnica, ed aggiunge sapere a sapere. Il secondo si sviluppa secondo la natura, che non aggiunge, ma evolve, rimodella, trasforma. Insegnare secondo natura significa quindi lasciar emergere i talenti degli alunni, coglierne gli stili di pensiero, valorizzare i primi, sviluppare i secondi. In questo modo l'apprendimento non è un prodotto estrinseco, che si sfalda alla prova dei fatti e non resiste al transfer delle conoscenze da disciplina a disciplina e da disciplina a constesto extrascolastico, ma il risultato dei processi evolutivi della mente e della persona accolti, interpretati, catalizzati, incrementati dall'azione educativa. Gardner e Sternberg: con loro dobbiamo fare i conti Eugenio Bastianon
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