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Li chiamavano “ispettori”

Pubblicato il: 13/01/2010 17:49:29 -


Sia consentito a un ispettore di lungo corso, come lo scrivente, di esprimere una qualche riflessione sulla situazione della funzione ispettiva, a valere come metafora per il futuro del sistema educativo.
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Dove siamo arrivati (nel buio del tunnel).

È sotto gli occhi di tutti la triste condizione in cui versa l’ispettorato tecnico nel nostro Paese. Pochi dati bastano a illustrare la situazione: attualmente esiste un organico di 335 “dirigenti tecnici” nell’ambito del Ministero dell’istruzione (erano ben 695 all’inizio degli anni ’90), ma risultano in servizio solo 115 “dirigenti” (15 al centro, 100 in periferia). In intere regioni, con centinaia di istituzioni scolastica e migliaia di insegnanti, opera – si fa per dire – un solo ispettore. L’attuale corpo ispettivo risulta composto di persone ormai alle soglie della pensione, visto che gli ultimi concorsi pubblici si sono svolti circa 20 anni fa e non si è provveduto a rinnovare con gradualità e continuità la composizione del gruppo ispettivo.

Il concorso a 145 posti bandito due anni fa (e che è in fase di lento svolgimento) riapre positivamente un itinerario di immissione di nuove leve nella funzione ispettiva, ma le procedure e, soprattutto, i contenuti del bando di concorso (per una analisi dell’impianto culturale del concorso ispettivo in atto, emanato con Decreto Dirigenziale del 30/1/2008: Giancarlo Cerini e Mariella Spinosi, “Notizie della Scuola”, Tecnodid, Napoli) appaiono del tutto “fuori asse” rispetto ai compiti che generalmente in Europa vengono affidati agli ispettori scolastici, ad esempio in merito alla valutazione del sistema educativo. Il profilo del futuro ispettore italiano sembra piuttosto riferirsi a un consulente giuridico dell’amministrazione scolastica (connotato semmai da un tono più autoritativo) o ad un “giudice delle indagini preliminari” in concorrenza con la magistratura ordinaria o del lavoro o minorile. Insomma un Tex Willer che dovrebbe mettere sotto scacco i “cattivi” o un Di Pietro, prima maniera, quando smascherava i rei confessi.

Ispezionare, valutare, promuovere (si può fare).

Non è di queste figure che ha bisogno la scuola italiana, anche se sono in aumento sia il contenzioso giurisdizionale sia le situazioni patologiche. Servirebbero, piuttosto, esperti qualificati e autorevoli, in grado di interagire costruttivamente con le scuole, i dirigenti scolastici, gli insegnanti, per sostenere processi di miglioramento nel funzionamento delle scuole, quindi nell’insegnamento e nei risultati degli allievi.

Anche quando si manifestano situazioni di disagio, conflitti, gravi carenze (e il 70% delle ispezioni si riferisce a problematiche relazionali e didattiche all’interno delle classi, situazioni per le quali la conoscenza del codice di procedura penale è del tutto ininfluente) alle spalle c’è quasi sempre un’insufficiente attenzione del contesto scolastico alla qualificazione del personale, alle dinamiche di relazione e di comunicazione nella comunità professionale, alla mancata condivisione di scelte e responsabilità. E anche ogni soluzione successiva all’eventuale intervento ispettivo dovrebbe basarsi su questi elementi di accompagnamento, piuttosto che sulla semplice comminazione di una sanzione disciplinare una tantum.

Ma è soprattutto sulla partecipazione a un moderno sistema valutativo che dovrebbe giocare le sue carte il “nuovo” servizio ispettivo. Forse troppe speranze sono oggi rivolte alla valutazione. C’è il rischio di una eccessiva enfasi sul testing (e sulla rilevazione standardizzata degli apprendimenti) come via privilegiata alla qualità della scuola. Prove di verifica delle conoscenze (e delle competenze) apprese dovranno quanto meno essere accompagnate da visite e sopralluoghi alle scuole da parte di team qualificati, che possano rilasciare report e suggerimenti per il miglioramento, sull’esempio dell’Ofsted inglese (the Office for Standard in Education). Resta poi aperto il problema della valutazione delle prestazioni degli operatori, questione da affrontare con molta delicatezza e condivisione di soluzioni, così come le scuole vanno invogliate a dotarsi di strumenti di autovalutazione e di rendicontazione pubblica (ad esempio, di un bilancio sociale). Insomma, la valutazione è questione troppo delicata per lasciarla ai soli docimologici o statistici e richiede l’apporto di professionalità qualificate, in grado di esplorare il prima, il dopo e il perché della valutazione (e non solo il come). Ad esempio, non basterà fissare degli standard e poi misurare gli apprendimenti per capirne il livello, se non si costruisce dal basso una cultura dello standard (come nascono, a cosa servono, che rapporto hanno con le pratiche didattiche, con la valutazione, con il lavoro quotidiano dei docenti).

Anche le funzioni di supporto non si improvvisano, né possono essere surrogate dai grandi sistemi telematici o dalle piattaforme e-learning, per quanto interattive possano essere. Si dovranno piuttosto svolgere nel territorio, nelle scuole, a contatto con docenti e dirigenti (dando la possibilità a docenti e dirigenti di svolgere essi stessi compiti di formazione e consulenza ai colleghi, in forma di peer education), salvaguardando momenti di interazione diretta, di scambio, di comunicazione empatica (il miglior formatore è, spesso, il collega autorevole della porta accanto).

L’ipotesi dei tre/terzi (appunto: ispezionare, valutare, promuovere).

Ecco in breve delineate le funzioni indispensabili (per la scuola, non tanto per gli ispettori) che potrebbero essere presidiate da un moderno e aggiornato corpo ispettivo. Riassumiamole:

a) intervenire nelle situazioni conflittuali o di inefficienza, con possibilità di esercitare funzioni sanzionatorie, ma soprattutto azioni di ricostruzione in positivo di climi relazionali, stili professionali, competenze culturali e didattiche (era il saggio di M.S. Giannini a prefigurare il servizio ispettivo nella pubblica amministrazione come funzione volta a migliorarne i comportamenti);

b) partecipare al sistema di valutazione, per dilatarne il campo di azione oltre la logica dei test e per far crescere la cultura della valutazione tra gli operatori, oltre che esercitare una funzione di “armonizzazione” dei risultati e della qualità della scuola (quindi non semplici missi dominici dell’Invalsi, ma parte integrante dell’evoluzione del sistema di valutazione, modello Ofsted);

c) promuovere iniziative di formazione, di ricerca didattica, di innovazione dei curricoli e dell’organizzazione, verso e con le scuole, in una dimensione territoriale, di forte connessione con gli enti locali e altre agenzie scientifiche e formative. Desta qualche perplessità la centralizzazione dei servizi di supporto all’autonomia, attraverso agenzie nazionali che rischiano di oscurare le progettualità locali. Il livello nazionale dovrebbe piuttosto essere “coperto” da un istituto nazionale per la ricerca educativa.

Per ognuna di queste tre funzioni (contenzioso, valutazione, formazione e ricerca) l’apporto della componente ispettiva, qualora aggiornata, rivisitata, riampliata, potrebbe risultare determinante.

Chi fa cosa, quando e dove? Rispettando l’unicità della funzione (cioè di un ruolo di carattere nazionale cui si accede con rigorose procedure pubbliche), che dovrebbe essere incardinata a livello statale, presso il Ministero dell’istruzione (a garanzia dell’unitarietà del sistema educativo), le tre funzioni potrebbero essere svolte separatamente, anche se solo temporaneamente.

Un terzo degli ispettori dovrebbe operare a livello di MIUR e di Uffici Scolastici Regionali per gli interventi di carattere ispettivo in senso proprio; un terzo dovrebbe essere incardinato funzionalmente presso un Invalsi (indipendente) per agire nel sistema valutativo “allargato” a livello regionale; un terzo dovrebbe operare su una dimensione territoriale, preferibilmente provinciale, ove dovrebbe assumere la direzione tecnica di strutture territoriali di supporto alla scuola (così come capita di vedere nel modello trentino). Va dunque favorita una certa distinzione di competenze e di preparazione, recuperando istituzionalmente le tante “vocazioni” dei membri del corpo ispettivo.

Insomma, poiché siamo al fondo del barile, non dovrebbe essere così difficile per i decisori politici assumere – appunto – una qualche decisione, utile al futuro del nostro sistema scolastico. In mancanza non resterà che certificare la scomparsa del servizio ispettivo (poco male), ma forse –contemporaneamente – di una delle poche voci “critiche” dal di dentro della scuola. Nessun sistema cresce e migliora se non è dotato di una propria “riflessività”. Le scelte sulla scuola le faranno allora i mass-media e gli opinionisti (o meglio, i titolisti) sulle prime pagine dei giornali.

Giancarlo Cerini

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