A scuola senza zaino

in Organizzazione della scuola

di Marco Orsi | del 20/07/2012 |commenta

A scuola senza zaino
Le scuole del modello “Senza Zaino”: il “come” fa la differenza.



PROVIAMO A ENTRARE IN UN’AULA!

Le scuole “Senza Zaino” sono a oggi 75 e sono diffuse non solo in Toscana (dove è nato il primo nucleo), ma anche in tutto il territorio nazionale. Sono raggruppate in 35 istituti scolastici e coinvolgono circa 6700 alunni e circa 650 docenti. Si tratta di un movimento che, nato nel 2002, si è costituito in rete secondo la normativa prevista dal dpr. 275 del 1999. Senza Zaino (SZ) è realizzato nelle scuole dell’infanzia, primarie (elementari) e secondarie di primo grado (media). E possiamo dire che è l’unica rete in Italia che si propone di sviluppare un modello di scuola diverso da quello tradizionale che è di gran lunga presente nel nostro Paese.

Se proviamo a entrare in un’aula SZ non troviamo né la cattedra né i classici banchini monoposto disposti in fila separati l’uno dell’altro, né un ambiente scarno, asettico, privo di qualsiasi oggetto e strumento. Lo spazio è articolato in aree di lavoro: l’area tavoli, l’area della matematica, l’area della lingua, l’area delle scienze naturali e antropologiche, l’area delle arti. Infine abbiamo un luogo chiamato agorà dove si svolgono gli incontri di gruppo. Quando è possibile, le aule vengono dotate di computer e di LIM. Le aule sono sempre fornite di materiali didattici attinenti alle varie discipline e inoltre una particolare cura è riservata alla pannellistica e ai cartelloni (la comunicazione visuale). Questo ambiente fisico attrezzato è coerente con la metodologia improntata a rendere più varia e ricca l’attività didattica. C’è anche l’intento di valorizzare il corpo e la mano nel processo di apprendimento e di sviluppare l’autonomia e la responsabilità di ciascun allievo.

Il decalogo che segue può dare un’idea del come funziona la didattica:

1. viene realizzata la differentiated instruction, ovvero un insegnamento diversificato, sia a livello individuale che di gruppo, concretizzando anche l’obbiettivo della personalizzazione. La lezione frontale ha uno spazio limitato, pertanto l’attività didattica è molto varia e non standardizzata come avviene di solito;
2. l’aula è divisa in aree di lavoro ed è arricchita con strumenti e tecnologie didattiche (libri, enciclopedie, computer, schedari, giochi, flash card ecc.) che consentono un insegnamento che si avvale di modalità comunicative iconiche, attive, simboliche, analogiche;
3. gli alunni sono informati e stimolati a prendere decisioni anche sulle attività didattiche, nonché invitati a organizzare seminari e conferenze per presentare e mostrare i contenuti, i saperi e le competenze acquisite;
4. l’insegnante svolge una pluralità di ruoli: organizza l’ambiente, spiega, mostra e fa vedere “come si fa” (modello dell’artigiano), affianca come un allenatore, offre strutture e sostegni, sa infine “abbandonare il campo” in modo che gli alunni imparino a fare da soli;
5. l’insegnamento è solo in parte trasmissivo, poiché si mette l’accento in modo speciale sul fatto che l’alunno deve saper scoprire e impossessarsi delle conoscenze, porsi domande, saper ricercare, in una parola essere responsabile delle costruzione del sapere;
6. i docenti formano una comunità di pratiche, nel senso che non conta solo il singolo, ma anche il lavoro di gruppo, lo scambio di idee e esperienze: si è visto che la cooperazione ha un impatto positivo sull’apprendimento;
7. la scuola è la comunità di base formata dai docenti, dagli alunni e dai genitori e l’istituto è inteso come rete di scuole-comunità;
8. i contenuti e gli obiettivi dell’insegnamento sono quelli previsti dai Programmi Nazionali (Indicazioni Nazionali per il Curricolo) che SZ intende perseguire avendo l’ambizione di raggiungere per gli alunni migliori risultati. Negli ultimi anni sono anche stati approfonditi diversi ambiti disciplinari con introduzione di didattiche nuove;
9. si presta una particolare attenzione alla dimensione corporea, alla gestualità e alla prossemica come aspetto che qualifica la relazione. Così come all’uso della voce del docente e degli alunni: l’impiego di volumi bassi e la sobrietà nell’impiego del linguaggio verbale a favore di quelli non verbali;
10. si pone attenzione all’organizzazione della giornata scolastica evitando l’improvvisazione e strutturando bene i ritmi, i tempi, la successione delle attività, l’inizio e la conclusione.

Questi 10 punti possono dare un’idea di SZ, anche se certamente non sono esaustivi. Essi fanno parte di una proposta didattica più complessa che viene definita “Approccio Globale al Curricolo” la cui prima sistematizzazione si ha nel testo “A scuola Senza Zaino” (M. Orsi, ed. Erickson, 2006). I valori su cui si fonda la proposta educativa sono: la responsabilità, la comunità, l’ospitalità.


IL COSA E IL COME

Il modello Senza Zaino, in definitiva, vuole essere uno stimolo ad affrontare la situazione di difficoltà in cui versa la scuola italiana, dove si registra da tempo un certo declino della qualità del processo di insegnamento-apprendimento. Infatti l’attenzione nel nostro Paese da tempo si è spostata sul versante del cosa, ovvero sugli aspetti che possiamo chiamare della conoscenza dichiarativa, dimenticando l’importanza del “come”, ovvero la conoscenza procedurale. Affrontare con efficacia il come è oggi la vera sfida per il rinnovamento. In effetti attualmente ci si interessa quasi esclusivamente di ciò che avviene a monte e a valle del processo di apprendimento – insegnamento, non di quello che sta nel mezzo. È come se per fare un viaggio tutto fosse orientato a definire la meta (ad es. da Lucca voglio arrivare a Roma) senza preoccuparsi dei mezzi (ci vado in bici, a piedi o in aereo?). In Italia si discute tanto di competenze, programmi, obiettivi, curricoli verticali, curricoli integrati, connessioni tra discipline e integrazione delle discipline per i vari gradi scolastici. E poi, successivamente, della valutazione del conseguimento degli obiettivi medesimi, delle mete, delle competenze ecc. Insomma si guarda a quello che sta prima (a monte), le mete, e a quello che viene dopo (a valle), ovvero la valutazione dei risultati, le mete conseguite. Si dimentica, appunto, quello che sta nel mezzo, vale a dire il percorso, l’itinerario, l’esperienza quotidiana, che poi si identifica con il piacere dello studiare e dell’imparare. Questa enfasi sugli obiettivi e sui risultati in una parola rischia di svuotare di senso l’essenza stessa del fare scuola generando il disinteresse e l’impreparazione degli alunni.

Si tratta di un fatto non solo molto preoccupante, ma anche paradossale. Pensiamo per esempio a un imprenditore che centra la sua attenzione solo sul descrivere che tipo di auto deve uscire dalla sua fabbrica: veloce, ecologica, sicura, bella ecc. (la meta), per poi concentrarsi sulla valutazione del risultato. Insomma a lui importa il “cosa”, senza aver premura del “come”. Vale a dire del come si produce, con quali macchinari e tecnologie, stimolando quali rapporti tra reparti, che tipo di modalità di interazione tra persone e gruppi, quali tempi e ritmi di lavoro, quali ambienti, che procedure di lavorazione e così via. Insomma tutto quello che sta nel mezzo a lui non importerebbe affatto.


LA “SCATOLA NERA” E L’APPROCCIO GLOBALE AL CURRICOLO

È il paradosso in cui sta cascando la scuola. L’aula scolastica assomiglia ormai a una scatola nera: si danno certi input in termini di obiettivi e ci si aspettano risultati di un determinato tipo. Ma quello che accade dentro quella scatola nera rimane un mistero, nessuno se ne sa niente, nessuno se ne occupa. Nessuno entra a vedere cosa succede là dentro. L’aula è intoccabile, chiusa, qualcosa che finisce per appartenere all’insegnante, quasi un fortilizio inespugnabile, come fossa una proprietà del docente, luogo di esercizio incondizionato di una libertà di insegnamento malintesa. In Italia non esistono, come negli Stati Uniti e come facciamo in Senza Zaino, persone che entrano in aula e assistono alle attività didattiche, svolgendo una funzione di interfaccia critica e di supervisione, che genera miglioramento e scambio di pratiche. L’aula è – dicevamo – inaccessibile. Il come è oscurato, il processo produttivo sconosciuto.

Ma il come fa la differenza in tanti sensi. E il come per esempio influisce, in definitiva, sui contenuti, proprio secondo l’“Approccio Globale al Curricolo” che viene proposto in SZ. Si pensi solo al fatto che la meta perlomeno si sfuoca nel caso che uno decida di andare a Roma a piedi piuttosto che in auto. Fuor di metafora l’insegnamento può essere noioso, standardizzato, trasmissivo, verboso, astratto, dichiarativo e dunque non essere capace di conseguire gli obiettivi in modo adeguato. Ma se accade ciò – posto che qualcuno se ne accorga – è prassi diffusa non imputarlo all’insegnante quanto piuttosto alla responsabilità e alla carenza di impegno dello studente.

Senza Zaino, rifacendosi anche i classici della pedagogia, come Pestalozzi, Dewey, Freinet, Bruner, Gardner e la nostra, purtroppo dimenticata, Maria Montessori, ha da ormai dieci anni lanciato la sfida del suo modello innovativo, una sfida preoccupata di ridare spessore alla scuola per offrire maggiori opportunità alle nuove generazioni. Il fatto che questo modello si stia diffondendo, pur senza grandi sostegni istituzionali, è forse un piccolo seme della voglia di riscatto che c’è anche in questo mondo così cruciale per la società e per il suo futuro.


PER APPROFONDIRE:

www.senzazaino.it
• Orsi M., “A scuola senza zaino”, Erickson, Trento, 2006
• Pampaloni D., “Senza Zaino! Una scelta pedagogica innovativa”, Firenze, Morgana Edizioni, 2008

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