Opportunità e sfide per una buona scuola

in Organizzazione della scuola

di Micaela Ricciardi | del 07/11/2016 |commenta

Opportunità e sfide per una buona scuola
Con l’avvio di questo anno scolastico siamo al secondo giro di boa della ‘buona scuola’ e, al di là del sordo rumore di fondo di molti media, che trasmette ostilità gridate e critiche spesso ideologiche, appare necessaria una riflessione che si nutra di un vero pathos della distanza, per capire, e, se del caso, migliorare.

Dal mio osservatorio, il liceo classico romano che dirigo, la situazione appare molto più variegata e ricca di opportunità e speranze di quanto molta stampa si affanna a far credere.

E’ vero, l’avvio è faticoso, i ritardi amministrativi nella nomina dei docenti sono di certo peggiori degli anni passati, ma è anche vero che stiamo vivendo una svolta epocale, di cui chi non vive nella scuola sembra essersi dimenticato. Noi no, perché ci stiamo dentro, con umiltà e con speranza.

Vorrei citare solo qualche numero che può quantificare le condizioni oggettive di questa svolta: più di 100.000 docenti immessi in ruolo, ossia con un contratto a tempo indeterminato fra il 2015 e il 2016; fondi per la formazione a ciascun insegnante (i 500 euro ogni anno) e fondi per la premialità del merito (24.000 euro in media a scuola quest’anno, per ca 200 milioni di euro ogni anno); fondi per l’alternanza scuola lavoro, resa obbligatoria anche nei licei, da utilizzare per i progetti e per i docenti (altri 100 milioni di euro ca. all’anno, già assegnati alle scuole per gli 8/12 del 2016); fondi europei PON per il progetto del MIUR, “Per la Scuola” (3 miliardi entro il 2020) con cui si finanziano molti ambiti della Legge 107: in particolare con il progetto “Competenze e ambienti per l'apprendimento” si finanzia il "Piano Nazionale Scuola Digitale” (PNSD).

E si potrebbe continuare, parlando di realtà già in atto. Perchè questi finanziamenti, queste risorse umane sono già arrivate alle scuole. Chi ha partecipato ai bandi dello scorso anno è già stato finanziato per migliorare la rete digitale (LAN e WLAN) e gli ambienti di apprendimento; ma ciò che più conta sono stati assegnati fondi alle ca.300 scuole individuate quali Snodi formativi per svolgere corsi di formazione, ai nastri di partenza o già avviati, a tutte le componenti scolastiche, - dirigenti, docenti e amministrativi -, per sostenere le competenze nella realizzazione del PNSD.

Se le cose stanno così, ed è facile verificare che questa è la realtà, perché tante proteste? Perché fomentare malumori ed enfatizzare i pochi fallimenti, oscurando le grandi potenzialità che stiamo vivendo? Un masochismo un po’ italiota ci acceca, abituati da troppo tempo a tagli e punizioni (come dimenticare il famigerato ‘con la cultura non si mangia’ di qualche anno fa, che ha umiliato una categoria e una nazione?), e incapaci di accogliere risorse e potenzialità nuove. Penso quindi che, passata questo avvio un po’ faticoso, si possa e si debba operare serenamente per un vero rinnovamento del fare scuola, quello sì necessario e non più rinviabile. Con le risorse che ora ci sono.

Vorrei citare 3 situazioni nuove, foriere di grandi cambiamenti. La prima è l’organico dell’autonomia: grazie alla massiccia operazione di immissione in ruolo dei 100.000 docenti, ogni scuola superiore (di queste conosco la realtà) ha ricevuto in media 9-10 docenti in più rispetto alle sue necessità di organico di fatto.

Anche qui mi aiuto con i numeri: si tratta di 180 ore frontali di lavoro a settimana, cui si possono, variamente calcolate, aggiungere altrettante ore di lavoro a casa, visto che ogni docente sa, e giustamente rivendica, che le sue 18 ore settimanali sono di certo il doppio, o più del doppio, con il lavoro di progettazione, studio, correzione di compiti, riunioni pomeridiane di programmazione, ecc..

Un bel patrimonio per ogni scuola, che, se ben gestito, permette di realizzare progetti prima affidati per lo più al volontariato dei singoli, dal momento che non si può considerare riconoscimento economico quanto previsto dal Fondo d’Istituto, negli anni dei tagli ridotto a circa un terzo del suo finanziamento originario. Certo in questa fase d’avvio lo sforzo organizzativo e riorganizzativo è molto impegnativo, sia sul piano culturale (deve essere assimilata con molta chiarezza l’idea che tutti i docenti sono uguali e contribuiscono al funzionamento della scuola per le loro competenze, non in base a differenziazioni d’anzianità o di appartenenza al vecchio o al nuovo organico), sia su quello gestionale: i Dirigenti sono chiamati ad una pianificazione diversa e nuova, soli nel proprio lavoro, se la scuola non è già cresciuta come una comunità di pratiche, che collabora, e fa ricerca didattica, e si confronta, e si mette in gioco.

Se invece questa comunità già esiste, la collaborazione fra DS e docenti sarà fruttuosa e vivace, una sfida di ricerca che attiva positivamente le migliori risorse. Ci vogliono comunque Dirigenti intraprendenti e motivati, che sappiano vedere un futuro possibile e operare per costruirlo; e ci vogliono docenti curiosi e sperimentatori, che non si adagiano nella coazione a ripetere di una vecchia routine: ma la scuola italiana è ricchissima di questi e di quelli. Così in pochi anni con queste risorse che fanno sistema, per tutte le scuole sarà possibile ottimizzare la nuova organizzazione, resi più consapevoli della propria identità di istituto e dei propri bisogni.

La seconda novità cruciale è l’alternanza scuola-lavoro. Quando, noi dei licei in particolare, abbiamo letto l’obbligo di legge, abbiamo pensato ad una follia e alla solita necessità di una soluzione di compromesso al ribasso. E certo un po’ di compromessi sono stati fatti, ma nell’insieme tutte le scuole hanno ottemperato all’obbligo, chi meglio e chi meno bene, con il risultato che tutti i ragazzi si sono finalmente affacciati all’esterno. Abbiamo insomma abbattuto il muro dell’autoreferenzialità della scuola, aperto la finestra per incontrare l’altro, per sviluppare le competenze che una seria cultura del lavoro soltanto può coltivare; abbiamo allargato lo spazio scuola non solo aprendo i nostri edifici alle attività pomeridiane, ma aprendoci a tutti i Soggetti Ospitanti che hanno accolto i nostri ragazzi, in un ideale nuovo spazio in espansione per la costruzione di una vera cittadinanza attiva: non dichiarazioni di intenti, ma competenze agite. Anche in questo caso l’esperienza è stata molto impegnativa e già l’anno passato le risorse dell’organico potenziato arrivate a dicembre sono state assai utili per sostenerne lo sforzo (tutor interni, contatti, accordi, uscite, ecc.): ciò che più mi colpisce è il favore complessivo con cui l’iniziativa è stata accolta da studenti e genitori.

Certo qualcosa non ha funzionato, qualcuno ha ‘lavorato’ poco, o male, o solo osservato gli altri lavorare. Ma in ogni caso ha respirato aria diversa, che ogni anno può diventare più ‘pulita’, se sapremo anche in questo caso avere chiari gli obiettivi. Ancora una volta un’opportunità ed una sfida, per una scuola davvero nuova, delle competenze (magari soft e trasversali) e non solo dei saperi. La terza opportunità della Buona Scuola è la formazione. Nessuna azione, né le due citate, né le molte altre messe in cantiere, possono realizzarsi senza la formazione del personale. La scuola sono le persone che la fano agire, niente di meno e niente di più. Gli strumenti servono, ma non sono condizioni sufficienti per una scuola di qualità.

Le persone sì.

Ho già parlato del grande sforzo formativo che l’Amministrazione ha avviato attraverso le risorse “PON Per la scuola” per sviluppare il Piano Nazionale Scuola Digitale. Non ricordo mai un simile sforzo sistemico nei miei ormai molti anni di esperienza nella scuola italiana.

Ma la sfida che mi appare anche più interessante è quella che si sta delineando in questi ultimi giorni, e cioè dare gambe e fiato al Piano Triennale di Formazione di ogni scuola, cioè in sostanza all’autonomia di ogni istituto. Uno strumento già esistente, ma che fino ad oggi si è per lo più risolto in un vuoto rituale, un luogo dei supremi compromessi e di rivendicazione di libertà corporative, se non individuali, assai poco al servizio del miglioramento di sistema.

Non c’erano i finanziamenti, non i riconoscimenti dovuti, non la volontà politica di valorizzare anche sul piano del merito i docenti che si impegnano in uno studio aggiuntivo, che peraltro ogni categoria professionale ritiene indispensabile e regolamenta come tale. Ora sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che si sia affermata l’idea che, se una scuola è un centro di ricerca didattica autonoma, tutti i progetti promossi in tal senso debbono essere riconosciuti come formazione. Naturalmente insieme alla formazione più strutturata, che non si discute e anzi si potenzia (v. per esempio PNSD citato). Si tratta di una potente leva per favorire il lavoro a scuola e per la scuola, la sperimentazione di nuove metodologie, lo sviluppo di serie pratiche di documentazione, insomma perché la comunità di pratiche si rafforzi nella sua operosità e ricerca.

Nuovi volti della scuola insomma, questi e molti altri, per un’autonomia finalmente agita: una dimensione in fieri, che non deve essere giudicata comparandola con il migliore dei mondi possibili. Non viviamo in Utopia, né la vecchia scuola vagamente vi assomigliava, tutt’altro. E’ bello quindi gioire delle opportunità nuove, con il piacere e il coraggio della volontà che ogni sfida ci chiede. Oggi finalmente non siamo più soli.

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