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Valutare e finanziare la ricerca universitaria: la voce del mondo accademico

Pubblicato il: 23/09/2014 09:42:08 -


Le politiche di valutazione e d’incentivo alla ricerca sono uno degli aspetti salienti per la crescita di un Paese. Analisi degli obiettivi e delle tendenze che mettono in luce le differenze.
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Le politiche di valutazione della ricerca rispondono alla necessità di distribuire le risorse pubbliche in modo efficiente ed efficace, ai fini di massimizzarne i risultati. Ma quale è la percezione del mondo accademico, il cui lavoro quotidiano è fortemente influenzato da tali politiche? Quali sono le principali differenze di atteggiamento nei diversi Paesi europei? E quali gli aspetti sui quali c’è ampio accordo? Ascoltando la voce dei ricercatori è possibile trarre considerazioni utili per disegnare politiche condivise e coerenti.

Abbiamo somministrato un questionario ad un campione di docenti e ricercatori, per raccogliere le opinioni espresse dal mondo accademico in Italia, Francia, Germania e Spagna rispetto a temi cruciali riguardanti la valutazione e il finanziamento della ricerca universitaria (1).



In questo articolo presentiamo una sintesi dei risultati ottenuti.

Le principali differenze tra Paesi
L’analisi delle risposte (2) al questionario ha portato alla luce alcune differenze nel modo in cui la comunità accademica dei 4 Paesi si rapporta ai temi in discussione. La prima differenza riguarda la distribuzione delle risorse per la ricerca. Di fronte all’affermazione: “E’ opportuno che le risorse economiche per la ricerca vengano concentrate sulle realtà/progetti d’eccellenza” Italia e Spagna risultano molto più favorevoli rispetto a Francia e Germania. Nel caso della Francia, l’egualitarismo è molto forte all’interno del sistema universitario e questa posizione contraria alla concentrazione selettiva dei fondi ne è una dimostrazione. Nel caso della Germania, è ipotizzabile una reazione di cautela e timore del mondo accademico di fronte alla recente presa di posizione del Governo Federale tedesco, che negli ultimi anni ha lanciato numerosi programmi volti alla valorizzazione dell’eccellenza.

Un altro punto su cui si riscontrano significative differenze è la possibilità di misurare oggettivamente la qualità della ricerca utilizzando indicatori quantitativi. Di fronte all’affermazione: “La qualità della ricerca scientifica si può misurare oggettivamente con l’utilizzo di indicatori bibliometrici” l’unico Paese a mostrarsi moderatamente ottimista è la Spagna. La Francia è ancora una volta la più scettica, ma anche in Germania e in Italia prevalgono i contrari. In generale, la Francia si caratterizza come il Paese più timoroso nei confronti della valutazione, vista dalla quasi totalità dei rispondenti al questionario come una minaccia alla libertà di ricerca. Questa paura è presente anche negli altri Paesi, seppur in misura minore.

La Germania appare come il Paese che ha più fiducia nella capacità del mondo scientifico di autoregolarsi, perseguendo comunque l’interesse collettivo. A fronte di questa fiducia, la Germania è anche il Paese che meno di tutti accetta ingerenze dello Stato nella distribuzione delle risorse economiche per la ricerca. Al contrario, la Spagna è il Paese più “statalista”, in cui il mondo accademico si ritiene più strettamente legato e dipendente dallo Stato, ritenuto il principale responsabile dei problemi esistenti nel mondo della ricerca universitaria.

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L’indagine campionaria, oltre a metter in luce le differenze tra Paesi, ha consentito di individuare alcuni punti fermi, sui quali la comunità accademica concorda all’unanimità, o quasi, nei quattro Paesi considerati. Primo fra tutti: i risultati della ricerca sono un bene pubblico, pertanto lo Stato deve finanziarne l’attività. Essendo un bene pubblico, per definizione non escludibile e non rivale, è necessario diffondere il più possibile equamente i benefici della ricerca, prestando particolare attenzione alle aree più deboli. Coerentemente, nei quattro Paesi una larga maggioranza di ricercatori ritiene necessario garantire che, accanto ai finanziamenti selettivi, si provveda anche ad un finanziamento sufficiente della ricerca diffusa all’interno delle università.

Nei quattro Paesi si registra un accordo molto elevato rispetto all’idea che ogni pratica di valutazione debba tenere in considerazione il contesto, per esempio le condizioni di lavoro e le risorse disponibili. In base a questo principio appaiono prive di senso le classifiche delle università (ranking), che forniscono il posizionamento nazionale o internazionale di un’istituzione senza considerare alcun fattore di contesto, risultando così completamente inadeguate, quando non addirittura fuorvianti, al fine di “comunicare” la qualità. Un altro aspetto sul quale si rileva un accordo molto elevato è l’inaffidabilità dei sistemi di valutazione attualmente disponibili. Tuttavia, i ricercatori non escludono a priori la possibilità che si possa effettivamente misurare la qualità della ricerca. Potrebbe esistere, quindi, un sistema di valutazione della qualità della ricerca in grado di ottenere la fiducia del mondo accademico, anche se non è stato ancora disegnato.

Infine, è interessante analizzare le reazioni all’affermazione: “Nel mio Paese, le risorse a disposizione per la ricerca sono adeguate alle necessità”. La comunità accademica mostra un certo grado di disaccordo in tutti e quattro i Paesi, ma il livello di tale disaccordo è esattamente speculare all’investimento in ricerca e sviluppo: l’Italia è il Paese nel quale si registra il disaccordo più elevato, seguita in ordine da Spagna, Francia e Germania.

Considerazioni conclusive
La valutazione è indubbiamente un essenziale strumento di miglioramento della ricerca, ma dal mondo accademico internazionale proviene forte la richiesta di una nuova cultura della valutazione, che sappia andare oltre i ranking e i numeri, per riuscire a cogliere il vero significato della qualità nella ricerca. Per raggiungere questo obiettivo, è essenziale che vi sia un forte impegno dei governi.
L’indagine ha mostrato che la cosiddetta “terza missione” dell’università – creare una società più equa e democratica – è fortemente sentita nel mondo accademico internazionale. Le politiche riguardanti la valutazione e il finanziamento della ricerca non solo devono tenerne conto, ma possono anche diventare uno strumento fondamentale per la realizzazione di questi obiettivi.

(*) La prova è stata somministrata ad un campione casuale stratificato di 1995 tra professori ordinari, associati e ricercatori che operano in Atenei distribuiti sul territorio dei 4 Paesi oggetto d’analisi. Per garantire un’equa distribuzione sul territorio di ciascun Paese si è proceduto come segue: •Italia: scelta casuale di 5 Atenei al nord, 5 al centro e 5 al sud; •Francia: scelta casuale di un Ateneo per ciascuna Regione Metropolitana; •Germania: scelta casuale di un Ateneo per ogni Land; •Spagna: scelta casuale di un Ateneo per ciascuna Comunità Autonoma. All’interno di ciascun Ateneo selezionato, sono stati individuati i dipartimenti e per ciascuno di essi sono stati selezionati casualmente gli indirizzi e-mail di tre docenti, appartenenti rispettivamente alle tre fasce. La lista finale d indirizzi è risultata così composta da 579 nomi per l’Italia, 405 nomi per la Francia, 479 nomi per la Germania e 532 nomi per la Spagna.

(1) Si tratta di una prova di atteggiamento (24 Items), scala Likert, 6 gradi di accordo, somministrata ad un campione casuale stratificato di 1995 nomi (professori ordinari, associati e ricercatori che operano in Atenei distribuiti sul territorio dei 4 Paesi oggetto d’analisi).
(2) Abbiamo ricevuto 478 risposte: il 45% proviene dagli accademici italiani, il 19% da quelli francesi, il 18% dagli spagnoli e il 17% dai tedeschi.

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Immagine in testata di Wikipedia (licenza free to share)

Silvia Zanazzi

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