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La riorganizzazione del sistema universitario

Pubblicato il: 05/11/2009 15:25:52 -


Quale tipo di razionalizzazione potrà rendere più funzionali le istituzioni universitarie?
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La tanto promessa revisione del sistema universitario è stata presentata e ha subito suscitato molteplici e sovente sconclusionati commenti giornalistici. Si tratta di un documento molto ricco di proposte innovative che merita analisi approfondite e riflessioni non affrettate. Invece di concentrarsi su aspetti specifici occorre domandarsi sia quali siano, nella mente dei proponenti, le funzioni dell’università che stanno alla base di questo disegno, sia come queste trasformazioni potranno essere messe in atto e con quali effetti.

Perché dunque questa riforma? Appare subito chiaro che si tratta di un intervento che intende incrementare il controllo dello stato e del mondo esterno in generale sul sistema universitario, ritenuto inefficiente e improduttivo. Si intende dunque intervenire costringendo le università ad aprirsi a controlli esterni (ex-ante e ex-post). Ma si tende anche a far ordine sui processi di reclutamento e carriera del personale docente mirando a premiare il merito (i controlli a questo dovrebbero servire).

È abbastanza evidente che il modello ispiratore degli estensori sia quello della Gran Bretagna dove l’intervento di controllo del governo sul funzionamento delle università (storicamente nate autonome) ha creato un sistema di competizione e di quasi-mercato sull’onda delle teorie neo-liberali note con il titolo di “New Public Management”. Sarebbe utile ripercorrere la storia di questo processo messo in atto negli anni Settanta dai governi conservatori guidati dalla Signora Thatcher anche per verificare i costi non-economici che questo processo ha comportato. Ma sarebbe ancora più istruttivo verificare le resistenze che questo modello ha incontrato e incontra nei paesi dell’Europa continentale (Germania, Francia e Spagna, tra gli altri). Se ne dedurrebbe che i modelli che funzionano in certi contesti culturali non sempre sono destinati ad aver successo in altri che non per caso hanno avuto origini ed evoluzioni diverse.

Dal complesso delle misure contenute nel Disegno di Legge emerge un atteggiamento francamente punitivo nei confronti del mondo universitario. Lo si era già osservato nelle recenti misure tese a ridistribuire parte del Fondo di finanziamento ordinario secondo discutibili parametri non comunicati in anticipo. Anche qui l’intento penalizzante è molto più chiaro del generico risvolto premiante e soprattutto viene ad essere inevitabilmente caratterizzato da standardizzazioni burocratiche che non considerano le differenze esistenti nelle situazioni dei singoli atenei, nei diversi bacini di utenza, nelle diverse politiche già in atto circa ad esempio il diritto allo studio (fine del ruolo delle Regioni). La situazione che ne risulterà non sarà omogenea e l’attuale DdL finirà per fare di ogni erba un fascio penalizzando i virtuosi. Ma è evidente che non potrebbe essere altrimenti se si ripropone il meccanismo centralistico che fa parte della nostra storia (e che forse a molti nel mondo accademico di fatto non dispiace).

Occorre dire che il mondo accademico italiano ha perso – con la realizzazione della riforma degli ordinamenti didattici – un’occasione storica di usare virtuosamente l’autonomia e di crescere con e attraverso essa. Quello che appare necessario per il funzionamento oggi di un sistema d’istruzione superiore è infatti un modello di reale autonomia, regolato da un serio sistema di valutazione che premi i comportamenti virtuosi. Allo scopo è stato destinato l’ANVUR, ma val la pena di ricordare come vi fosse un decreto del febbraio 2008 già sulla G.U. che attendeva soltanto la messa in opera. Il nuovo governo ha fermato tutto per modificarlo, quindi a fine luglio 2009 il Consiglio dei Ministri ha approvato uno “schema” (ritoccato solo per alcuni dettagli) che prima di divenire decreto deve ancora superare un insieme di pareri: da allora non se ne è più saputo nulla!

Che non si vada in questa direzione lo si vede con chiarezza anche nel DdL che alterna misure di controllo insensate e inapplicabili: le prove nazionali standard affidate alla “Consap” per la gestione del Fondo per il merito o le 1500 ore di attività di ricerca e studio da certificare da parte dei docenti/ricercatori (ma autogestibili da una comunità accademica che si sentisse tale), a parametrazioni uguali per tutti e dunque penalizzanti la qualità dell’offerta didattica: il costo standard unitario di formazione per studente.

Ma qui si entrerebbe nell’analisi dell’applicabilità di buona parte della nuova normativa, cominciando con il destino dei ricercatori attuali e a venire (a tempo determinato). Il non considerare la loro funzione didattica fa pensare a una costruzione di un modello ingegneristico ancora una volta sganciato dalla realtà alla quale si dovrebbe applicare. E la conferma viene dalla “sottostima” della portata finanziaria del progetto, a prescindere dalla crisi attuale dei bilanci degli atenei.

E tuttavia vi sono interessanti spunti nel disegno di legge – soprattutto per quanto riguarda la governance degli atenei e le forme di apertura dell’università al mondo esterno. Ma qui ritorna, con varie possibili alternative, il tema del funzionamento dell’istituzione “università” con le sue indispensabili autonomie e la necessità contemporanea di formare sistema, dunque di essere in grado di elaborare linee politiche in rapporto alle proprie vocazioni e al proprio contesto di riferimento, ma ad un tempo disponibile ad essere valutata da una agenzia finalizzata a migliorarne le prestazioni nell’interesse della collettività.

Sono questi i temi che andrebbero discussi nell’ambito di un quadro di trasformazioni che fosse coerentemente indirizzato all’identificazioniedei nuovi ruoli dell’università nella società contemporanea. Il DdL potrebbe fornire l’occasione per sviluppare questo genere di riflessioni.

Roberto Moscati

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