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Per uno statuto democratico dell’autonomia universitaria

Pubblicato il: 06/07/2011 15:18:59 -


L’impatto della riforma universitaria sugli assetti democratici e sull’autonomia degli atenei. Il racconto della situazione bolognese per farsi un’idea di quanto sta accadendo nell’organizzazione dell’istruzione superiore.
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DUE SORPRESE COME INTRODUZIONE

Avreste mai pensato che sarebbe arrivato un tempo in cui, con una netta frattura rispetto a una tradizione consolidata da decenni e decenni, avremmo potuto non eleggere più, come ricercatori e docenti, i presidenti delle future scuole/facoltà (così come invece ora eleggiamo i presidi)? O i direttori di dipartimento? O i coordinatori dei consigli di campus (1) ? La legge 240/2010, pur essendo ispirata a logiche verticistiche, accentratrici, managerialistiche, lascia ancora margini per scegliere fra organi collegiali e monocratici elettivi o organi designati altrove. Spetta ai rettori e alle commissioni statuto varate dai vari atenei decidere se utilizzare o meno questi margini di democrazia possibile. Troppi atenei, a cominciare da quello di Bologna, nella prima bozza di statuto hanno previsto che queste cariche non siano elettive, ma designate dal Rettore (2).

Avete provato a fare una tabella comparativa su quanti diritti democratici elettorali la legge 240 prevede per gli studenti e quanti invece ne sono previsti per il personale dell’università nelle varie bozze di statuto che si stanno delineando? La legge 240 prevede che gli studenti eleggano loro rappresentanti in ogni organo collegiale, persino in quelli in cui occorrerebbe “alta competenza” come il consiglio di amministrazione. Addirittura gli studenti devono designare un loro rappresentante laddove sarebbe necessaria una precisa competenza specialistica, come per il nucleo di valutazione (3). Chi ha sensibilità democratica non chiederà, ovviamente, di ridurre i diritti democratici degli studenti, ma chiede che i docenti, i ricercatori, i tecnici, gli amministrativi, che dell’università sono la principale risorsa permanente, ABBIAMO GLI STESSI DIRITTI DEGLI STUDENTI!

QUALE AUTONOMIA? QUALE COMUNITÀ ACCADEMICA?

L’autonomia universitaria è definibile con molti aggettivi. Per esempio, la bozza provvisoria di statuto dell’Ateneo di Bologna la collega a queste definizioni: “normativa, organizzativa, finanziaria e gestionale … è garanzia della libertà di apprendimento, di insegnamento e di ricerca”. È sorprendentemente assente un qualificativo fondamentale: “democratica” (4)! Che cosa può dare forza all’autonomia, che cosa può dare fondamento certo alla libertà di insegnamento, cioè che cosa può impedire che forze esterne (economiche, politiche, istituzionali) cerchino di limitare tale autonomia? La sola barriera difensiva possibile è la forza della democrazia interna!

Non solo! Tutti noi, e chi sta ai vertici ancor di più, amiamo parlare di “comunità accademica”. È un’affermazione seria o è un vuoto esercizio retorico? Ora tutte le discipline (sociologia, psicologia sociale, pedagogia, antropologia) che si occupano di questa tematica ci dicono con chiarezza che per costruire “senso di comunità”, “appartenenza forte”, “responsabilizzazione”, “impegno collettivo” massimo (nelle università finalizzato a qualità ed efficacia di didattica e ricerca) è indispensabile una forte democrazia interna e una forte uguaglianza nei diritti. Non si possono ridurre i livelli di democrazia (rispetto alla situazione antecedente e ormai consolidata) e poi invocare senso di comunità, responsabilizzazione, impegno per la qualità!

PROPOSTE ELEMENTARI DI DEMOCRAZIA

Che significa diritti democratici per il personale? Molte bozze di statuto escludono l’elezione per i componenti del CdA. Ma il requisito della “competenza” richiesto dalla 240 non impedisce l’elezione dal basso: un organismo “terzo”, indipendente o elettivo, potrebbe designare un’ampia lista di “competenti”, appartenenti a varie fasce di lavoratori; poi i candidati al CdA potrebbero presentare un proprio programma (dato che non esiste una “competenza” neutrale, come l’attuale crisi economico-finanziaria prodotta dai super-manager dimostra) e il personale universitario potrebbe scegliere col voto democratico. Il futuro CdA avrà in mano le redini del potere, riducendo fortemente il ruolo del senato accademico. Ma nel senato siedono coloro che hanno competenza sui temi della didattica e della ricerca. I pareri del senato su questi ambiti dovrebbero essere non solo “obbligatori”, ma “vincolanti” (entro i limiti di legge e di bilancio). E il senato dovrebbe poter revocare il CdA (e anche il futuro direttore generale, visti gli enormi campi di azione che avrà.

Nel senato dovrebbe essere ampia la quota di componenti eletta dal basso (5), garantendo non solo l’elettorato attivo e passivo a tutte le fasce, ma prevedendo un meccanismo per cui sia garantita l’elezione di rappresentanti di ogni fascia (6). Così pure nei consigli di dipartimento, nei consigli delle future scuole/facoltà (7) e nel consigli ci Campus, laddove costituiti.

In tutti gli organi poi, ovviamente, andrebbero garantite le quote di genere, almeno negli stessi termini delle recenti norme europee relative alla composizione dei consigli di amministrazione. Nell’elezione del Rettore dovrebbe essere prevista anche la partecipazione dei ricercatori precari (assegnisti di ricerca). Il peso del voto “ponderato” del personale tecnico-amministrativo dovrebbe essere consistente. Alcune bozze di statuto propongono un peso del 10 o 15%. Le rappresentanze sindacali del personale chiedono, fondatamente, quote più consistenti, fino al 25%.

IL CAMBIAMENTO E LA E-DEMOCRACY

I nuovi statuti vengono attualmente predisposti e approvati con modalità e tempistiche molto affrettate e quindi senza un’adeguata riflessione e partecipazione. E parliamo di partecipazione attiva ai processi decisionali, non di semplice “ascolto” formale. È facilmente prevedibile che presto occorrerà mettere in moto processi di cambiamento e miglioramento degli statuti stessi. Attraverso quali strade? Anche questi processi di revisione dovranno prevedere percorsi democratici e non potranno essere delegati a organi ristretti (8), ma sarà indispensabile prevedere modalità ampiamente democratiche di effettiva partecipazione.

Oggi la moderna tecnologia ci mette a disposizione i canali della e-democracy, per es. per consultazioni prima di prendere decisioni rilevanti! Sarebbe un’enorme contraddizione se proprio l’Università, che su questa strada dovrebbe essere all’avanguardia, in uno statuto che si pretende moderno e all’altezza dei tempi, non prevedesse percorsi di questo tipo (9)!

(1) L’Ateneo di Bologna ha costruito con successo il decentramento in Romagna con quattro poli universitari a Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini; tali “poli” col nuovo statuto saranno denominati “campus” con un loro “coordinatore”; l’attuale presidente di polo è eletto come i presidi.
(2) Mentre scriviamo pare, ma non c’è ancora nero su bianco, che a Bologna si sia disposti a modificare la bozza e a introdurre l’elezione dal basso per queste cariche.
(3) Dato che non è possibile che uno studente abbia tali competenze, più corretto sarebbe stato che il consiglio studentesco potesse indicare un esperto di sua fiducia per il nucleo di valutazione. Ma la demagogia populista apparentemente filo-studentesca della legge 240 non si preoccupa di tali “dettagli”.
(4) È sorprendente anche che, fra i principi cui si ispirerebbe il nuovo statuto non sia mai menzionata la “democrazia”, nemmeno laddove si vorrebbero esaltare, giustamente, i “diritti fondamentali della persona”.
(5) In un senato di 35 componenti, per esempio, almeno 25 dovrebbero essere elettivi. Per un’ampia democrazia, si dovrebbe restringere il più possibile la quota dei direttori di dipartimento (che in quasi tutti gli atenei avranno il loro “collegio” con forte capacità di influenzamento sui processi decisionali), con ampie rappresentanze garantite per tutte le fasce, al di là dell’appartenenza di area.
(6) Non basta indicare che tutti possono candidarsi e tutti, teoricamente, possono essere eletti. Sappiamo che i ruoli accademici pesano e possono influenzare fortemente il voto. Per esempio, già oggi per i rappresentanti di area in senato a Bologna teoricamente possono essere eletti anche associati e ricercatori. Ma in tutti questi anni, se la memoria non mi inganna, sono sempre stati eletti solo ordinari (con due sole eccezioni).
(7) Dato che in Italia il termine “facoltà” è tutt’altro che screditato, mentre il termine “scuola” in genere indica i livelli inferiori di istruzione, sarebbe saggio conservare il nome “facoltà”, anche per mantenerne alta l’attrattività per gli studenti e le famiglie (nonché la comprensione dell’organizzazione del mondo accademico). Non sempre ciò che fa parte della tradizione va buttato via!
(8) Nella bozza di statuto di Bologna solo il Senato, sentito il CdA, potrà modificare lo statuto.
(9) La percorribilità di questa strada è confermata dall’ottimo successo della consultazione referendaria sulla democrazia nello statuto, organizzata dall’intersindacale dell’Università di Bologna nei giorni 28, 29, 30 giugno 2011, con ben 2300 votanti!

***
Nella foto veduta aerea della zona universitaria di Bologna.

Leonardo Altieri

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