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La certificazione delle competenze e gli scambi europei – di Gian Carlo Sacchi

Pubblicato il: 21/03/2018 04:52:14 -


La validazione delle competenze a livello europeo è utile a favorire lo scambio di studenti e cittadini che vogliono farsi riconoscere risultati formali e non formali conseguiti in ambito europeo.
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La formazione delle competenze è un percorso ormai consolidato nelle politiche europee e gli strumenti di validazione e di certificazione sono in giro ormai da un decennio, per favorire lo scambio degli studenti, ma anche dei lavoratori e più in generale dei cittadini adulti che vogliono utilizzare nei diversi Paesi occasioni formative e farsi riconoscere i risultati conseguiti non solo sul piano formale, ma anche non formale e informale.

Non potendo comparare le diverse modalità di valutazione ed i relativi titoli di studio, l’Europa ha puntato sulle “operazioni” che attestano gli esiti degli apprendimenti e su questi, considerati come standard, si sono distribuiti indicatori di livello in base alla complessità di quanto appreso. Punti importanti di sintesi: le “competenze chiave di cittadinanza” (2006) e “l’european qualifications framework”  (EQF)(2008). In Italia le prime sono state utilizzate dalle indicazioni nazionali per il primo ciclo (2012) e per il biennio iniziale del secondo, in corrispondenza al compimento dell’obbligo di istruzione (2007), il secondo in tempi molto più recenti con l’istituzione del “quadro nazionale delle qualificazioni” (QNQ) (2018).

Un tale impianto però nella scuola della formazione generale deve convivere con un valutazione in decimi e le innovazioni vengono dirottate verso l’istruzione e formazione professionale, mentre il nostro ordinamento sempre di più sposta il baricentro verso la formazione permanente, intesa come “qualsiasi attività intrapresa dalle persone…nella varie fasi della vita al fine di migliorare conoscenze, capacità e competenze in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale…” (L. 92/2012) e si è impegnato a costituire un sistema nazionale di certificazione delle competenze, da porre in relazione con quello europeo.

L’ EQF rileva i risultati dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, conseguiti mediante diversi tipi di percorsi, formali, non formali e informali, nei contesti nazionali e internazionale. E’ utile per la circolazione delle persone in ambito europeo ed anche per i migranti, al fine del riconoscimento delle qualifiche straniere. A sua volta è collegato con altre procedure che riconoscono i crediti di tipo accademico (ECTS) o professionalizzante (EQVET). Propone una misurazione in otto livelli rispetto ad operazioni teoriche e pratiche, non passando più tra i vari gradi scolastici, per agevolare il riconoscimento delle competenze acquisite in diversi sistemi scolastici-universitari, ma anche lavorativi e sociali, spendibili secondo repertori  di qualifiche elaborati a livello nazionale.

Scarsa trasparenza dei titoli e difficoltà di trasferimento delle competenze da un sistema all’altro sono le criticità emerse dal primo rapporto italiano sull’utilizzo dell’EQF (2012) e la richiesta di definire codici di riferimento comuni basati appunto sui risultati dell’apprendimento come standard formativi minimi ha fatto sì che a livello europeo si stia mettendo a punto una classificazione di abilità, competenze, qualifiche e occupazioni (ESCO).

A dieci anni di distanza arriva il QNQ, l’EQF italiano, con la funzione di raccordare le qualificazioni tra i vari Paesi europei e di coordinare e rafforzare i sistemi che concorrono all’offerta pubblica di apprendimento permanente e dei servizi di validazione e certificazione delle competenze, migliorando l’accessibilità e la trasparenza delle qualificazioni stesse e facilitandone la spendibilità in ambito nazionale ed europeo, in funzione della mobilità geografica e professionale. Anche il QNQ si articola in otto livelli caratterizzati dalla crescente complessità degli apprendimenti e ad esso ci si deve riferire obbligatoriamente per tutte le qualificazioni nell’ambito del sistema nazionale di certificazione delle competenze. Si tratta di un’azione che interessa solo l’ambito dell’istruzione e formazione professionale, oppure dovrebbe comprendere davvero tutte le procedure di valutazione e certificazione ? E’ interessante notare come quest’ultimo provvedimento in ordine di tempo, ancorchè limitato ad un solo settore del nostro sistema formativo, di fatto possa interferire non solo con le scale decimali, ma anche con altri ambiti nei quali inizia un processo di certificazione delle competenze, come nel primo ciclo nel quale però vengono usati quattro indicatori di livello. Se poi si pensa all’INVAlSI e a PISA dove i livelli sono cinque, la babele è assicurata.

Il QNQ assume un concetto inclusivo di competenza quale descrizione di comprovata capacità di utilizzare in situazione di lavoro, di studio o nello sviluppo professionale e personale un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale e informale, compatibili con il contesto lavorativo o di studio, in modo da potersi rivolgere ai diversi attori dei rispettivi sistemi dell’istruzione, della formazione e del lavoro, secondo un approccio qualitativo, che tenga conto della complessità del contesto di esercizio della competenza e del livello di controllo sull’azione e sui risultati.

L’altro aspetto che corre parallelo è quello della certificazione delle competenze nei due segmenti del primo ciclo: la scuola primaria e secondaria di primo grado. Una siffatta didattica è stata indicata dalla legge 53/2003 e da allora si è sperimentato tanto a livello di modelli di istituto e nazionale, fino ad arrivare ad una diffusione ufficiale. Sembra la volta buona per chiudere il cerchio, anche se come si è visto ci sono ancora diverse distonie e dal rapporto del MIUR sulla sperimentazione (2015) emerge si un gradimento delle scuole per quanto riguarda la certificazione delle competenze, ma rimane ancora una notevole incertezza sul piano didattico. I docenti condividono l’uso degli indicatori di livello, ma i politici non vogliono abolire i voti e questo pone in conflitto la visione formativa della valutazione con quella sommativa.

Si dice che i numeri siano più facilmente comprensibili, soprattutto dalle famiglie, cosa che si ripete fin dai tempi delle schede personali. Il problema vero è dato dalla difficoltà di superare il disciplinarismo frammentario per un apprendimento fondato sull’interconnessione dei saperi. Un approccio per competenze avrebbe bisogno anche di una diversa organizzazione del curricolo, degli orari, dei gruppi e perfino delle strutture, a beneficio di laboratori, tempi pieni, metodi attivi e collaborativi, per realizzare un “apprendimento situato”, collocato cioè in un contesto esperienziale e operativo. E questo sarà più difficile.

 

Gian Carlo Sacchi

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