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L’invecchiamento attivo

Pubblicato il: 24/11/2009 17:34:16 -


Una vita a lavorare e poi la pensione. Ma a quel punto cosa succede? Succede che si apre uno spazio nuovo e delicato, che è nella realtà molto diverso dall'idea di riposo che regna nell'immaginario collettivo.
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Lucio Saltini (Spi – Cgil) sta portando avanti una sua battaglia affinché lo spazio di vita che segue l’età del lavoro venga definito come esso è e non come gli altri – quelli che non sono ancora andati in pensione – credono che sia. La sua battaglia ha un nome: si chiama invecchiamento attivo. E si può realizzare attraverso la formazione continua.

D: Cosa vuol dire “invecchiamento attivo”?
R: Invecchiamento attivo vuol dire riscrivere l’idea del ciclo di vita: non può più essere ripartito in tre età nettamente distinte e poco comunicanti tra di loro. Serve una transizione graduale da una condizione sociale all’altra, dalla condizione di lavoratore a quella di pensionato, così come dalla condizione di studente a quella di lavoratore. Vuol dire evitare quelle cesure nette di ruolo sociale e di organizzazione di vita che producono veri e propri traumi.

D: In che modo?
R: Puntando sul diritto alla formazione cioè sul diritto a imparare a ogni età. Il problema è che questo diritto oggi non è sufficientemente sancito e questo porta all’espulsione dal ciclo produttivo delle persone più fragili, vulnerabili, e delle persone (soprattutto donne) gravate da carichi familiari non adeguatamente sostenuti dal sistema di welfare. Per questo lo Spi ha partecipato – insieme a Flc, Auser e Cgil – alla definizione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la quale raccoglieremo l’adesione dei cittadini.

D: Cosa intendete ottenere con questa proposta di legge?
R: Vogliamo una legge nazionale che aiuti, in ogni età, ad aggiornare le competenze professionali, a migliorare quelle alfabetiche e a sviluppare le competenze vitali fondamentali per il benessere personale, per l’inclusione sociale e per la partecipazione. Non parliamo certo di ridurre l’offerta formativa nei contesti formali di apprendimento: chiediamo di ampliarla ai contesti “non formali” e “informali”.

D: In che modo si può ottenere questo?
R: Con un riconoscimento sociale delle attività svolte fuori dal mercato del lavoro dalla popolazione anziana. Sono attività previste e sollecitate con lungimiranza dalla nostra Costituzione, che non a caso all’art.4 recita al 1° comma: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, ed al 2° comma: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

D: Quali attività in particolare?
R: Penso alle attività a sostegno delle responsabilità familiari, dello sviluppo dei legami sociali e della democrazia, a difesa dell’ambiente, del benessere e della cultura. Responsabilità che sono assai utili anche nei sistemi di welfare più avanzato, figuriamoci in realtà come quella italiana caratterizzate da sistemi di tutela così inadeguati da rendere difficile per esempio, per le nuove generazioni, la scelta di fare un figlio o di sostenere le persone non-autosufficienti. Gli anziani hanno la consapevolezza della dimensione “tempo”, possono curare beni comuni come le aree pubbliche del vicinato, i luoghi di culto, tanti piccoli e grandi musei con scarse risorse. Possono partecipare al volontariato e alla cittadinanza attiva in mille forme, sostenere associazioni, sindacati e partiti decisivi per la democrazia. In una società nella quale il lavoro (quando c’è) assorbe la gran parte delle energie delle persone – al punto che le relazioni umane rischiano di prodursi solo in ambito lavorativo – le responsabilità familiari entrano in crisi, la cultura quotidiana rischia di appiattirsi ai valori proposti dal mercato. La solitudine che si determina produce insicurezza e paura. In questo quadro le attività dei pensionati hanno un grande valore.

D: Quali politiche “per l’invecchiamento attivo” si potrebbero costruire?
R: Spetta al sistema fiscale, assistenziale e previdenziale l’onere di assicurare un reddito dignitoso alle persone che, dopo una vita di lavoro, escono dal processo produttivo. A questo tendono le nostre piattaforme rivendicative, a partire dalla conquista di un nuovo sistema di indicizzazione delle pensioni, con un “tavolo di confronto” promesso per il 2001 dalla riforma del 1995, riconquistato con una dura vertenza con il Governo Prodi e ora di nuovo scomparso.

D: Quindi lei parla non di attività di volontariato ma di un vero e proprio lavoro per i pensionati…
R: È bene mantenere una distinzione netta tra volontariato (gratuito e libero) e lavoro. I pensionati devono poter accedere al lavoro, se lo desiderano, con gli stessi diritti e con gli stessi doveri degli altri lavoratori. L’introduzione dei voucher per la retribuzione dei pensionati apre un nuovo capitolo e nuove contraddizioni, che dovremo approfondire con attenzione. Ma al di là delle forme di partecipazione dei pensionati ad attività lavorative retribuite, anche le forme di impegno civile meritano di essere sostenute, senza confusione con le esigenze di tutela del lavoro.

D: Quindi, la vostra proposta?
R: Chiediamo una “Cittadinanza emerita” per riconoscere ai pensionati – sulla base di regolamenti municipali discussi e condivisi con le rappresentanze sociali, del volontariato e della promozione sociale – non solo l’impegno profuso per il bene comune, ma anche il “sapere” che con questa attività hanno accumulato. Lo chiediamo come “sindacato generale dei pensionati e degli anziani” cioè come organizzazione che intende rappresentare non solo la condizione di malessere determinato dalla scarsità di reddito e dalla fragilità fisica, ma anche una condizione di benessere conquistata a prezzo di dure lotte per l’affermazione di diritti nel lavoro e nella cittadinanza. Questi cittadini emeriti potrebbero ad esempio essere riconosciuti come autorità civili meritorie degli stessi diritti acquisiti in via elettiva dai consiglieri comunali, e potrebbero partecipare alle consultazioni istituzionali in vista di decisioni rilevanti per la programmazione del sistema di welfare e del territorio. È una proposta, come tale meritoria di molte osservazioni critiche (a partire da quelle gestionali), ma che rappresenta un punto di partenza.

Anna Maria De Luca

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