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La formazione per il futuro dell’Europa

Pubblicato il: 15/03/2010 00:45:00 -


Una legislazione lungimirante sull’apprendimento permanente, coerente con la strategia europea dovrà superare la tradizionale separazione tra formazione per il lavoro, formazione per la cittadinanza e qualità della vita.
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Il documento della Commissione De Rita elenca le criticità del sistema della formazione professionale in Italia, presentando una situazione che richiede interventi non più dilazionabili. Un paese che ha il 40% della forza lavoro con al massimo la licenza media e una partecipazione ad attività formative che non supera il 6,2% degli adulti, non potrà non trovarsi in grandi difficoltà nel prossimo futuro, se è vero che entro il 2020 l’economia europea avrà bisogno del 31,5% della forza lavoro con alte qualifiche, il 50% con qualifiche intermedie, mentre la richiesta di qualifiche basse non supererà il 18% dei lavoratori; intervenire in questo contesto significa operare per alzare la qualità dei livelli di istruzione non solo degli occupati, ma dell’insieme della popolazione, perché solo in questo modo si accrescono le opportunità di accesso alla formazione, la cultura e le competenze diffuse di un Paese, e si pongono condizioni atte a stimolare e sostenere l’innovazione necessaria all’industria, ai servizi e alla pubblica amministrazione.

La realizzazione di condizioni che realizzino il diritto all’apprendimento permanente, finalizzato “a favorire la piena realizzazione della persona, la cittadinanza attiva, il benessere e la qualità della vita delle persone, l’occupabilità, la mobilità professionale, l’invecchiamento attivo” appare quindi la priorità per il sistema Italia. Una legislazione lungimirante centrata sull’apprendimento permanente, oltre a essere coerente con la strategia europea, supererebbe la tradizionale separazione tra formazione per il lavoro, formazione per la cittadinanza e qualità della vita. I saperi utili per il lavoro e i saperi necessari per la cittadinanza sono infatti sempre più intrecciati: tutte le indagini a livello europeo confermano la crescente richiesta da parte delle imprese, questa richiesta è tuttavia ancora debole in Italia, di competenze non solo tecniche e professionali, ma trasversali e di base quali autonomia decisionale, capacità di saper risolvere problemi, capacità di relazione e di comunicazione oltre alla conoscenza dell’inglese e dell’informatica. È evidente che tutte queste capacità e competenze sono in egual misura essenziali per il lavoro e per l’esercizio della cittadinanza attiva. Per affrontare realisticamente le criticità del sistema formativo italiano occorre fare i conti con il circolo vizioso che caratterizza la relazione tra mondo della formazione e mondo del lavoro. Si tratta di mettere in atto interventi congiunti e convergenti di politica industriale e di espansione e qualificazione del sistema formativo. Accanto a politiche industriali selettive mirate a favorire la crescita dimensionale e il riposizionamento qualitativo delle specializzazioni del nostro sistema produttivo, occorrono contemporanei interventi finalizzati a costruire il sistema dell’apprendimento permanente e a rafforzare l’istruzione tecnica e professionale e l’istruzione e formazione tecnica superiore, realizzando l’interazione tra sistema produttivo, università, ricerca, istruzione e formazione professionale, anche attraverso l’attivazione di poli e distretti formativi. Occorre inoltre potenziare tutte le strutture, a partire dai Centri per l’impiego, che possano accompagnare sia le persone occupate sia quelle in cerca di lavoro, verso un’occupazione più coerente con la valorizzazione e/o la riconversione delle proprie competenze in relazione ai bisogni reali del territorio e delle imprese.

L’Accordo sulla formazione continua siglato nel 2007 tra Regioni e parti sociali indica una strategia valida per l’oggi e per il prossimo futuro perché istituisce, e questo sta già avvenendo in alcune Regioni e Province Autonome, sedi di confronto tra istituzioni e parti sociali atte a definire strategie condivise per un rilancio delle politiche industriali e dei servizi, anche nel dopo-crisi, che assegnino alla formazione (e alla ricerca) un ruolo centrale e ribadisce l’impegno congiunto per un utilizzo efficace delle risorse regionali e dei fondi interprofessionali, focalizzando gli obiettivi da raggiungere e il monitoraggio permanente dei risultati e non solo le procedure e gli adempimenti burocratici da perseguire.

È evidente che per innestare questi processi, con un’ottica che guardi anche all’uscita dalla crisi, diventa fondamentale rovesciare la logica delle proposte contenute nel Rapporto che evidenziano una sottovalutazione inaccettabile del ruolo dell’istruzione e dell’educazione degli adulti per innalzare il livello di competenze dell’insieme dei cittadini, con particolare riferimento ai processi di dealfabetizzazione che investono i lavoratori e gli adulti in genere. Le proposte del Rapporto risultano infatti deboli e generiche sul versante della risposta ai diversi bisogni delle persone, che non sono riconducibili alla sola dimensione lavorativa, e insufficienti a superare i fenomeni di esclusione delle fasce più deboli e le gravissime discriminazioni di genere, pur ampiamente presenti in tutte le tipologie formative.

Roberto Pettenello

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