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L’accordo di un’integrazione… lontana

Pubblicato il: 22/06/2010 14:48:38 -


L’accordo di integrazione, a ben vedere, assomiglia troppo a quei patti che un tempo si definivano leonini. Da un lato c’è uno Stato che impone degli obblighi precisi e che però non si obbliga ad assicurare le condizioni di un loro effettivo adempimento. Dall’altro il singolo migrante che, non essendoci impegni precisi da parte dello Stato, non potrà neppure contestarne l’assenza e basare su questo la giustificazione di un eventuale non raggiungimento di ciò che ha sottoscritto.
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Se nel 2011 il numero degli immigrati stranieri che richiederanno per la prima volta il permesso di soggiorno non subirà flessioni – anche qui la crisi morde, e non poco – saranno in 240.000 a dover sottoscrivere all’atto della richiesta il cosiddetto “accordo di integrazione”. Che condiziona la conferma del permesso – e viceversa spalanca la porta all’espulsione – al conseguimento nei due anni successivi di una conoscenza “sufficiente” della Costituzione e delle istituzioni e norme della vita civile (istruzione, sanità, servizi, obblighi fiscali, lavoro) e dell’italiano parlato del livello A2 del framework europeo. A cui si aggiungono quelli che, dal gennaio 2011, dovranno superare un test di lingua italiana dello stesso livello per ottenere il permesso CE per soggiornanti di lungo periodo. Dal punto di vista simbolico l’accordo di integrazione è una svolta. Si incrina l’equazione tra immigrato e “lavoratore ospite” che dovrebbe tornarsene a casa se il mercato del lavoro cambia, e si fa invece strada l’idea che è qui che molti resteranno e cresceranno i loro figli. In un paese come il nostro che si ostina a non riconoscere lo status di cittadini neppure ai figli di genitori stranieri che ci nascono non è poco. Ed è anche apprezzabile, o comunque foriero di evoluzioni positive, che venga riconosciuto tanto valore, oltre che all’italiano e alla formazione civica, anche al conseguimento di titoli di studio e di qualifiche professionali (sebbene il buon senso vorrebbe in primo luogo un più efficiente e generoso riconoscimento delle tante lauree e diplomi conseguiti nei paesi di origine). L’italiano parlato del livello A2 vale da solo 20 dei 30 punti da accumulare in due anni, e 12 punti una formazione civica “di livello elevato”. 10 punti vale la frequenza “con profitto” di un corso di istruzione e formazione professionale di almeno 250 ore, e via crescendo con diplomi, lauree, master, dottorati di ricerca.

Porte aperte dunque, in nome dell’integrazione, alla crescita culturale e professionale, alla valorizzazione delle capacità e dei talenti indipendentemente dall’origine e dal colore della pelle?

Non esageriamo. Il testo del Regolamento, ancora non definitivo, dice anche altro. Colpisce, intanto, lo scarso garantismo in materia penale: si perdono crediti, e tanti, anche per sentenze non definitive, un vulnus palese alla nostra civiltà giuridica. Viceversa, è poco coerente con gli obiettivi dichiarati, e soprattutto con un’evasione scolastica che colpisce ancora in modo significativo certi settori dell’immigrazione, che non si debba certificare – per non essere inadempienti agli obblighi dell’accordo – la frequenza scolastica dei figli minori, ma basti dimostrare di essersi “adoperati” perché andassero a scuola. In che modo? E perché questa indulgenza? E inoltre, perché si parla di obbligo scolastico fino ai 16 anni e non del più largo diritto-dovere all’istruzione fino al diploma o almeno alla qualifica professionale entro il 18esimo anno?

Tutt’altro che convincenti sono anche le scelte in merito alla formazione civica, che sembrano ispirate più dalla pulsione muscolare di uno Stato che deve inculcare il prima possibile rispetto e obbedienza che a una lungimirante educazione alla cittadinanza. I corsi, affidati agli sportelli unici per l’immigrazione, inopinatamente trasformati in agenzie formative, saranno di un minimo di 5 ore e un massimo di 10, e gli immigrati dovranno frequentarli entro un mese dalla richiesta del permesso: quindi quando l’italiano è al minimo e la comunicazione su temi non banali come i principi costituzionali o la materia fiscale davvero difficile. E poi in base a quali criteri si valuterà se il risultato sarà sufficiente (6 punti), buono (9 punti) o elevato (12 punti)?

Ma i tratti più inquietanti sono altrove. L’accordo di integrazione, a ben vedere, assomiglia troppo a quei patti che un tempo si definivano leonini. Da un lato c’è uno Stato che impone degli obblighi precisi e che però non si obbliga ad assicurare le condizioni di un loro effettivo adempimento. Dall’altro il singolo migrante che, non essendoci impegni precisi da parte dello Stato, non potrà neppure contestarne l’assenza e basare su questo la giustificazione di un eventuale non raggiungimento di ciò che ha sottoscritto. In effetti nel testo del Regolamento non sta scritto nero su bianco, e neppure in grigio, che verrà assicurata un’offerta formativa pari alla domanda, accessibile per localizzazione e tempi di funzionamento, e magari anche gratuita. C’è solo il riferimento a possibili iniziative “nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente” in raccordo con Regioni e Enti Locali. Che potrebbero non avere le risorse economiche e organizzative, o non volerle utilizzare a questo scopo, o avere motivi di contrarietà. Nel merito, e per il fatto di vedersi caricare addosso oneri e responsabilità mentre grandinano i tagli alle risorse per i servizi sociali locali. È dunque concretissimo il rischio che saranno in molti, nei due primi anni di un inserimento sempre complicato, quelli che per i più diversi motivi di vita e di lavoro non avranno il tempo, i mezzi di trasporto, la concentrazione per poter accedere alle opportunità formative disponibili e per superare le prove formalizzate di apprendimento dell’italiano. Il Regolamento, in verità, cita tra le possibili agenzie formative anche i CTP che finora sono stati, insieme alle scuole del privato sociale che operano in numerose città, la più solida, diffusa, gratuita opportunità di formazione linguista e sociale. Oltre 150.000 iscritti stranieri l’anno, con molte scuole ormai accreditate dalle Università per stranieri di Siena e di Perugia come centri di somministrazione delle prove previste dal framework europeo.

Peccato che il nuovo Regolamento in via di attuazione stia liquidando ogni percorso formativo breve e non finalizzato al conseguimento dei titoli formali di istruzione; e neghi la possibilità di accesso alle persone già in possesso di licenza media e di diplomi. Strada sbarrata, dunque, agli stranieri del “permesso a punti” che certo non hanno la possibilità di frequentare corsi lunghi e strutturati e, probabilmente, almeno all’inizio della loro vita in Italia, non hanno tra le priorità quella di ottenere un titolo di studio italiano. E difficoltà anche per le scuole del privato sociale, che non mancano di insegnanti volontari, ma non dispongono delle aule per allargare l’offerta né delle risorse per sostenere i costi (fino a 40 Euro pro capite) per l’attivazione delle prove di tipo europeo. E la politica? Non mancano le polemiche tra un centrosinistra che, quando se ne ricorda, vede nell’accordo di integrazione solo un dispositivo di tipo vessatorio e un centrodestra che al contrario rivendica l’alto valore delle sue nuove politiche per l’integrazione. Ma il tempo stringe, ed è ora di lavorare alle soluzioni. È anche su questi temi che si gioca la qualità civile di un paese, il suo sviluppo, il suo futuro. Non solo. Ci sono già parecchi segni che lo scarto che si aprirà tra l’obbligo di accumulare quei 30 punti e le condizioni per rispettarlo si tradurrà in varchi per vari tipi di business, più o meno legale. Qualche giorno fa un’associazione di volontariato che si occupa di migranti si è vista recapitare la cortese lettera di un istituto privato con corsi di italiano lingua seconda che chiede di procurargli iscritti, e promette per la collaborazione una partecipazione agli utili pari al 20% di ogni tariffa di iscrizione. Proposta indecente, ma non per tutti. Non è improbabile, in un paese in cui si vendono e comprano diplomi e lauree, che si materializzino presto, per qualcosa che può valere più di una laurea, anche venditori di altro tipo. La formazione civica degli stranieri, allora, potrebbe risolversi nella conoscenza di quel tratto interessante del nostro vivere civile fatto di distanza tra le norme e i fatti, e di obbligo per chi è nei guai di trovare e pagare chi può e ha l’interesse ad aggirare le regole. Non sarebbe una buona cosa.

Farinelli

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