Non c’è contraddizione tra conoscenze e competenze

in Didattica e apprendimento

di Luigi Gaudio | del 01/03/2010 |5 commenti | commenta

Non c’è contraddizione tra conoscenze e competenze
Conoscenze e competenze sono come due pezzi di un mosaico che si incastrano perfettamente l’uno con l’altro, e l’uno non ha senso senza l’altro, come il symbolum greco, cioè quell’oggetto che era diviso in due pezzi, per dimostrare l’ospitalità e il legame tra le persone.



La conoscenza non è contrapposta alla competenza.

L’una è parte dell’altra.

Insegnare e imparare latino e greco presuppongono un apprendistato (uso volutamente una parola di cui si discute molto oggi) molto simile a un lavoro di falegnameria, pur con strumenti diversi.

Conoscere e fare sono collegati.

Conoscere ti insegna a fare.

Studiare latino ti insegna a fare un libro, sempre ammesso e non concesso che studiare latino non ti possa servire a fare l’ingegnere.

Studiare tecnologia del legno ti insegna a fare un tavolo, sempre ammesso e non concesso che studiare tecnologia del legno sia un’attività che non implica la creatività personale.

Una conoscenza che ha un senso, che non è fine a se stessa, diventa competenza.

Del resto la competenza ha bisogno di conoscenze pregresse.

Chi contrappone competenza e conoscenza non conosce che cos’è davvero la conoscenza e cos’è la competenza.

Pertanto, il bipolarismo, la contrapposizione del partito della conoscenza e del partito della competenza, è fuorviante.

Chi esalta le competenze corre il rischio di giustificare livelli di apprendimento sempre più bassi. Nel nome di una potenzialità che non si svilupperebbe nell’arco del corso di studi, ma solo dopo, nel mondo del lavoro, si giustifica spesso la mancanza di impegno e l’approssimazione.

Chi esalta le conoscenze, invece, potrebbe legittimare un nozionismo vuoto e slegato dalla realtà. È il caso dello studio della letteratura (e io sono un professore di lettere, appassionato di letteratura) o dei teoremi matematici, che certe volte diventa una meccanica ripetizione, che mortifica l’acquisizione di competenze linguistiche, da una parte, o di competenze di risoluzione dei problemi, dall’altra.

Occorre evitare entrambe queste distorsioni.

Conoscere, invece, serve per fare.

Conoscere serve per acquisire competenze, come si intuisce dal Documento della Commissione Europea (Bruxelles – 2005) e dal Decreto Fioroni n. 139 del 2007.

Conoscenze e competenze sono come due pezzi di un mosaico che si incastrano perfettamente l’uno con l’altro, e l’uno non ha senso senza l’altro, come il symbolum greco, cioè quell’oggetto che era diviso in due pezzi, per dimostrare l’ospitalità e il legame tra le persone.

Comunque, conoscenza non è sinonimo di competenza.

Alcuni hanno semplicemente cambiato nome alle conoscenze, chiamandole competenze, perché è un termine più di moda, senza cambiare la sostanza.

Infatti, non tutte le conoscenze diventano competenze utili nel mondo universitario e del lavoro.

Un terzo dei diplomati liceali non passa il primo anno dell’università, e questa è la dimostrazione che la nostra scuola è troppo separata dalla ricerca e dalla realtà esterna.

Il caso italiano è da ricondurre alla predominanza dell’epistemologia delle discipline, al peso rilevante degli insegnamenti astratti, e all’enciclopedismo dell’insegnamento.

Dobbiamo combattere l’astrattezza della scuola.

Occorre applicare la conoscenza alla realtà.

Forse, in conclusione, varrebbe la pena di riprendere in mano un saggio illuminante al proposito, come “La testa ben fatta” di Edgar Morin.

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c'è sempre da imparare di enricomaranzana, pubblicato il 07/03/2010 Grazie per la correzione del mio strafalcione: il lavoro di gruppo serve proprio a questo, ognuno mette a disposizione le tessere di conoscenza che possiede. Un'unica osservazione: quando più persone operano congiuntamente per risolvere un problema devono prestare la massima attenzione alle dinamiche interpersonali che spesso fanno dimenticare lo scopo del lavoro.

di daniper, pubblicato il 07/03/2010 Ho letto "La testa ben fatta" di Edgar Morin. Consiglierei di leggere anche i libri di Antoine de la Garanderie suggeriti nell'articolo "Imparare ad apprendere", in particolar modo agli insigni "colleghi" universitari citati da Gennaro Tedesco nel suo appassionato e condividibilissimo articolo sulla Didattica dell'impossibile.

C'è sempre da imparare ... di luigigaudio, pubblicato il 06/03/2010 ... vero, Enrico?

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