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Che roba, professoressa…

Pubblicato il: 11/03/2011 12:44:32 -


Carlo Ridolfi ha letto per Education 2.0 il nuovo libro di Paola Mastrocola edito da Guanda, “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare”... o sulla libertà di non insegnare?
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Nata a Torino nel 1956 e insegnante di lettere in un liceo scientifico, Paola Mastrocola aveva già più volte parlato della sua esperienza professionale sia in forma narrativa (“Una barca nel bosco”, 2004) che di pamphlet (“La scuola raccontata al mio cane”, 2004). Torna a occuparsene in un testo di forte polemica, con l’esistente e con le cause che a suo dire l’hanno generato, che al termine della lettura lascia nel lettore scoraggiamento e perplessità.

Cosa sia la scuola la professoressa Mastrocola lo esprime in modo molto preciso già nelle primissime pagine:

“La scuola, lo ridico, è questo: l’insegnante spiega, l’allievo studia, l’insegnante interroga e l’allievo ripete”. (pag. 23)

Sembrerebbe una definizione dettata dal più elementare buon senso. Ciascuno di noi ha, probabilmente, esperienza diretta di una scuola così determinata. Se non fosse che, a ben vedere, qui siamo alla riproposizione di una immagine che fu incisa nel legno a Norimberga, nel diciassettesimo secolo, nella quale si vede un ragazzo con un buco in testa e nel buco è infilato un imbuto. In piedi, accanto a lui, c’è un insegnante che versa nell’imbuto la conoscenza della quale il ragazzo e la sua testa devono essere riempiti.

Dal ‘600 ai tempi nostri è trascorsa, insieme al tempo, un bel po’ di pedagogia. Eppure la professoressa pensa ancora che la scuola sia quel luogo in cui qualcuno – l’insegnante, il depositario del sapere – lo travasa nella testa, evidentemente vuota, di qualcun altro, l’allievo.

E come sono gli allievi, quelli di oggi, quelli che lei vede ogni giorno? Li descrive nella prima parte del libro, già significativamente intitolata: “I Nonstudianti”:

“Ombre, lemuri. Spettrali. Aspettano l’apertura delle porte. Immobili come statue, a grappoli: gruppi marmorei. Se si spostano, è di poco, qualche passetto di lato o in tondo. Sono lenti, laterali o circolari. Sonnambuli”. (pag. 19)

Qui sta il primo nodo inestricabile di un libro che soffre di un fondamentale errore, evidenziato nel sottotitolo. Al contenuto del volume e all’argomentazione delle tesi esposte sarebbe stato, infatti, molto più adatto porre la dichiarazione “Saggio sulla libertà di non insegnare”, perché è questo, in definitiva, ciò di cui si parla.

La professoressa trova che non valga più la pena di insegnare perché – secondo nodo – la società attuale non riconosce più la gerarchia dei saperi, al vertice della quale stanno le materie di cui lei si occupa: la Letteratura (con dovuta “L” maiuscola), sopra di tutto.

Di chi sia la responsabilità ci viene illustrato nella seconda parte: “Breve storia del nonstudio”. L’eccessiva tolleranza lasciata al diffondersi delle opinioni personali (della “doxa” che si contrappone e sembra aver travolto il “logos” depositato come un tesoro intangibile sulle cattedre scolastiche), tanto per cominciare. E poi i cattivi maestri, tra i quali spiccano don Lorenzo Milani (che, con una lettura quantomeno curiosa di “Lettera ad una professoressa”, avrebbe propugnato una scuola orientata alla più totale immobilità sociale) e Gianni Rodari, reo di aver incoraggiato lo scardinamento delle regole grammaticali e ortografiche a fini di scrittura creativa. E poi il Sessantotto (figurarsi se poteva mancare) e la scuola primaria (dell’infanzia ed elementare e media) che non forma a sufficienza ragazzi e ragazze capaci di leggere e scrivere e far di conto e che li porta alle soglie delle superiori costringendo gli insegnanti a ripartire non proprio dalle aste, ma quasi.

Il terzo nodo, quello che fa riflettere maggiormente, è che all’autrice non sembri mai sfiorare il dubbio, nelle 270 pagine del suo saggio, che ci sia qualcosa da rivedere nei contenuti e nei metodi di insegnamento. Tanto che, nella terza parte, “Lo studio come scelta” giunge alla definizione di alcune proposte pratiche che si possono ridurre a questa: una scuola di alto livello per quel dieci per cento di studenti volonterosi e, per il resto, scuole che preparino a mestieri e professioni, celebrati qua e là in tono persino elegiaco, ma certamente di minor prestigio e affermazione.

Quando si arriva a scrivere, come l’autrice, che:

“… può essere che una persona si alzi al mattino felice di andare a costruire una scala nel cantiere edile dove lavora…” (pag. 210),

bisognerebbe almeno specificare se l’entusiasta lavoratore sia l’architetto che parte verso le undici dal suo studio per andare a controllare l’esecuzione di un progetto pagato fior di soldoni o il manovale dell’Est d’Europa, magari impiegato in nero da una ditta in subappalto, che sulle impalcature ci sta dalle sei del mattino.

Però, verso la fine, l’autrice ci fa partecipi della sua infanzia, raccontandoci che:

“Io per esempio a sei anni volevo fare il muratore, perché davanti a me costruivano un enorme condominio e io m’incantavo per ore a guardare, dal balcone di casa mia al quinto piano, i muratori che facevano il cemento, e che con la calce e i mattoni tiravano su i muri. Un vero spettacolo!” (pag. 253),

(e allora qui non siamo più in un saggio, ma nella memorialistica colorata della rosa rimembranza).

Tuttavia, per non lasciare solo la pars destruens a un libro che ha almeno il merito di mostrarci l’esistenza, dietro una patina di condiscendente democraticismo, di insegnanti ancora assurti sul loro piedistallo, ci permettiamo, con tutta l’improntitudine del caso e a perenne difesa dei non studianti, una modesta proposta construens.

Il terzo paragrafo – capitolo uno, terza parte – del libro di Paola Mastrocola si intitola “Carlo Martello”. Vi si propone una lettura dell’VIII canto del Paradiso dantesco, al fine di dimostrare la tesi che compito della scuola è quello di aiutare gli individui a scoprire la propria vocazione – sia essa quella del falegname o del filosofo – e a perseguirne il raggiungimento per giusti percorsi.

In molte pagine precedenti l’autrice aveva lamentato l’impossibilità pratica di proporre la grande letteratura ai suoi studenti, distratti da un’esistenza consumistica e incapaci di concentrazione perché troppo abituati agli schermi digitali e al multitasking.

Provi una volta, almeno per curiosità, a sperimentare un percorso diverso. Apra il giornale, o l’iPad, come meglio crede. Riprenda una qualsiasi notizia che in questi tempi tristi – in cui gli adulti danno tutto men che il buon esempio – si leggono sulle signorine prezzolate a fini di compagnia non platonica con i potenti di turno. Accompagni la riflessione sulla professione delle stesse con l’ascolto della celeberrima “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, scritta nel 1963 da Fabrizio De Andrè e Paolo Villaggio. A quel punto, si riporti all’immenso magistero dantesco.

Da Ruby Rubacuori al Paradiso, via Faber. Ci si può arrivare. Provi. Si accorgerà, forse, di aver risvegliato attenzione e partecipazione dei “sonnambuli”.

Carlo Ridolfi

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