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Storia e nuove generazioni

Pubblicato il: 14/02/2011 14:56:15 -


In questi ultimi anni abbiamo fatto noi tutti dall’esterno e dall’interno della scuola qualcosa per essere concretamente e solidaristicamente vicini ai giovani che si sono allontanati dall’istruzione? In che modo si può scongiurare l’emarginazione sociale e lavorativa di questi ragazzi?
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La crisi economica mondiale sconvolge e travolge ogni speranza adolescenziale, giovanile e studentesca. Ma ci sono situazioni ancora peggiori. Frequento un bar di adolescenti e giovani di tutte le età, molti di essi a malapena hanno raggiunto il diploma di scuola media inferiore. Non hanno un buon ricordo della scuola e sono del parere che coloro che posseggono l’istruzione e la cultura sono dei privilegiati che costituiscono una specie di club esclusivo: gli “iscritti” a questo club troveranno sempre delle buone opportunità di inserimento, di lavoro e di carriera senza nutrire alcun interesse per quelli che ne rimangono fuori. Non si può certo definire questa mentalità adolescenziale e giovanile ottimistica e progressiva.

D’altra parte questo approccio adolescenziale alla scuola e alla società mi fa subito venire in mente che esso non è del tutto nuovo, anzi, direi che è un leit motiv ricorrente nella nostra storia millenaria. Se ricordo bene, ai giacobini napoletani fu rimproverato dalla plebe partenopea di essere solo dei “signori”, vale a dire borghesi aristocratizzati e sofisticati da una iperborea e asettica istruzione del tutto avulsa dalla miseria delle masse plebee che scorgevano in essi, i giacobini, solo ed esclusivamente borghesi impegnati nello spasmodico tentativo di ritagliarsi un ruolo politicamente e socialmente sempre più dominante e totalizzante.

Anche questo approccio classista e plebeo all’istruzione contribuì non poco alla prematura e sanguinosa fine della Rivoluzione partenopea del 1799 che condusse una intera generazione di intellettuali meridionali in esilio, privando il Sud per secoli di una classe dirigente, istruita, colta, progressista e aperta al mondo.

Stiamo assistendo alla riapertura di quel solco e di quella ferita? Se cosi fosse, ci troveremmo di fronte non solo a un evidente fallimento del nostro sistema scolastico, ma di fronte a un fallimento ben più drammatico, quello di un’intera società, quella italiana.

In questi ultimi anni abbiamo fatto noi tutti dall’esterno e dall’interno della scuola qualcosa per essere concretamente e solidaristicamente vicini a questi adolescenti e a questi giovani?

A questo punto e “istruito” da tali su citati esempi, sinceramente, più di un dubbio comincia a riaffiorare nella mia mente di uomo del mio tempo, docente e “giacobino”.

Possibile che non ci siamo accorti che si stava scavando un baratro tra noi docenti, percepiti come “signori” istruiti, dediti solo alla nostra autoriproduzione, e adolescenti e giovani “plebei”, alla ricerca di propri linguaggi, codici e mondi, completamente avulsi dalla scuola e dalla società dei “giacobini”?

Urgerebbe rispondere a queste domande, ma credo che non sia questa la sede per dare risposte né compete a chi scrive trovarle, ammesso che le domande siano ben poste e giuste.

Bibliografia:
• J. Bruner, “La fabbrica delle idee”, Laterza, Roma-Bari, 2006.

Gennaro Tedesco

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