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La scuola e… le rane beote

Pubblicato il: 15/04/2011 13:32:00 -


Una rana viene messa in una pentola piena di acqua a temperatura ambiente, poi viene posta sul fuoco lento di un fornello. La rana si abitua all’acqua sempre più calda, quando la temperatura è alta mostra disagio senza forti reazioni. Alla fine muore bollita... E nella scuola, com’è la temperatura?
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Un filosofo franco-svizzero, Olivier Clerc, ha sviluppato recentemente una riflessione molto interessante prendendo spunto da un esperimento condotto su una ranocchia. L’esperimento: una ranocchia viene messa in una pentola di plexiglas piena di acqua a temperatura normale dove nuota tranquilla; la pentola viene successivamente posta sotto il fuoco lento di un fornello. La ranocchia si abitua così, piano piano, al cambiamento di temperatura dell’acqua, mostrando disagio a temperatura alta ma non reazioni forti; alla fine la rana muore bollita. Una identica rana messa nella stessa pentola di acqua già a 50 gradi reagisce invece balzando immediatamente fuori dalla pentola.

Questo esperimento per il filosofo rappresenta una efficace metafora del modo umano di reagire a certi cambiamenti: quelli inoculati lentamente e gradualmente nelle coscienze delle persone attraverso i mezzi di comunicazione di massa e che portano le coscienze ad assuefarsi a qualunque negatività o immoralità, riducendo o inibendo, nel tempo, la capacità di reazione. In questo modo si manipolano subdolamente le coscienze e, senza toccare apparentemente la loro libertà, le si annichiliscono di fatto.

20, 30 o 40 anni fa, afferma Clerc, certe situazioni che oggi passano come normali ci avrebbero scandalizzato e fatto reagire con giusta indignazione. Oggi invece si è tutti più assuefatti a situazioni, messaggi, pensieri che gradualmente si sono imposti come “normali”, mentre normali non sono.

ANCHE NOI RANE BEOTE?

Leggendo le riflessioni di Clerc sulla rana beota, mi è riaffiorato un ricordo. Per pagarmi l’università, nel periodo tra il 1986 e il 1989, ho insegnato presso una scuola di lingua italiana per stranieri. Incontravo così manager o futuri manager di tutto il mondo occidentale, venuti in Italia per lavoro. Con mio grande imbarazzo, tutti (ma proprio tutti!) tra le prime impressioni che mi davano dell’Italia era lo stupore per la licenziosità o l’immoralità della nostra televisione, in particolare di certi programmi televisivi trasmessi anche in prime-time. Non avendo altri riferimenti, io ero in realtà convinto che le nostre televisioni potessero essere addirittura più castigate, per esempio, di quelle tedesche, o svedesi, o inglesi, i cui Paesi, come noto, sono più secolarizzati del nostro. In effetti risultava addirittura il contrario.

Spesso, quando guardo la televisione accanto ai miei figli più piccoli, davanti a certe pubblicità o alla valanga di messaggi insensati, mi rendo conto di provare disagio, ma rimango paralizzato senza sapere cosa fare. Tutto ormai ci è scivolato dentro subdolamente. Come nel “Deserto dei Tartari”, in molti siamo rimasti “sul muro di guardia” ad attendere un nemico che scavando sotto il terreno era già entrato da tempo nella “nostra città”, ovvero nella quotidianità del nostro vivere. Ora, voltandoci, e vedendoci tutti ormai beatamente mescolati ci sentiamo forse un po’ fessi e certamente impotenti. Possiamo anche spegnere la televisione, un atto di sacrosanta giustizia, ma ormai siamo circondati e al tempo stesso attraversati da questo inafferrabile nemico.

ESEMPLARITÀ O RIFLESSIVITÀ?

L’atto esemplare e personale è quanto mai importante, ma non più sufficiente a salvaguardare una cultura (civiltà?) contaminata e pericolosamente insidiata soprattutto nelle giovani generazioni. Sconfiggere un nemico che sta fuori è relativamente facile, sconfiggerne uno che ci vive dentro è invece terribilmente difficile. Non valgono più le stesse “armi”, le stesse cautele, categorie di analisi, azioni… Se di fronte a un nemico esterno basta dire o proporre un “no”, di fronte a un nemico interno e confuso occorre una azione di “disintossicazione” che, non potendo più avvalersi di un confine, deve produrre in ognuno una capacità di discernimento interiore. Ecco il punto: questo anticorpo del discernimento interiore richiede capacità di riflessione; imparare a riflettere: su di sé, sulle cose, sulle esperienze, sul mondo… su ciò che ci è comune.

Le terapie d’urto proposte da certe esperienze radicali sono importanti (evidenziano il “là” del dover essere), ma conquistano solo poche persone, allontanandone il maggior numero proprio in virtù della loro radicalità, percepita come irraggiungibile. Diventano così piccole oasi, luoghi di rifugio per chi non ne può più di questo mondo.

È probabile che le persone dai 45 anni in su una certa base da cui leggere la vita se la siano comunque costruita. Ma: oggi, ci sono luoghi o spazi in cui riflettere la nostra esperienza nel mondo? E ci sono per i nostri figli? Ci sono in famiglia? Ci sono nella scuola? E che cosa produrrà ciò nella nostra società, nella nostra civiltà?

L’impressione personale è, nel merito, alquanto negativa.

RITROVARE SPAZI DI RIFLESSIONE

In realtà, come l’adeguamento al negativo è stato graduale, allo stesso modo il riavvicinamento al positivo non può che essere altrettanto graduale. Ciò non significa cancellare le oasi, ma al contrario significa valorizzarle, usandole come utili provocazioni per costruire spazi differenziati di riflessione, di ingaggio delle persone attorno a ciò che “è possibile fare” contro certi modi, istintivi, indotti, irriflessi di agire e pensare. In questo modo le persone si autoeducano, conquistando gradualmente la libertà dai condizionamenti indotti subdolamente e conquistando con ciò la capacità di pensare: insieme, ma con la propria testa. Sul pensare insieme si fonda la possibilità di costruire insieme. Questa è anche la base della democrazia.

Tuttavia, è diventata decisamente ardua oggi questa prospettiva: i nostri tempi sono sempre più frenetici, dominati dall’individualismo, dalle cose da fare, dalle performance, dall’avere e dall’apparire, piuttosto che dall’essere e dunque dal riflettere. Il ritorno allo “slow” è un segnale del malessere generale e sommerso sempre più forte. Ma gli spazi di riflessione si sono fortemente ridotti, in molti casi addirittura sono spariti: in casa, tra gli amici, nei bar, nei partiti (che difatti non esistono più)… Gli adulti sembra abbiano disimparato a riflettere. E i giovani sono messi inevitabilmente peggio. Non c’è forse qualcosa che riguardi anche la scuola?

CHE RUOLO PER LA SCUOLA

È da chiedersi: questo obiettivo dell’insegnare a riflettere, è mai stato considerato parte della mission della scuola? Penso che si potrebbe aprire un dibattito nel merito, anche a rileggere una certa stagione storica (il 1968) in cui la scuola è stata effettivamente attraversata, suo malgrado, da una forte richiesta di confronto, di riflessione sulla realtà e sul mondo.

Ma in quel caso la scuola svolse un ruolo involontario, fu in certo modo costretta a divenire contenitore di dibattito. Tutto ciò era dunque fuori da una sua scelta, da una mission formalmente esercitata ed esplicitata. La scuola è stata in quel periodo attraversata da uno scontro politico-ideologico che l’ha strumentalizzata, provocata, in qualche caso addirittura “violentata”, ma mai realmente e ufficialmente implicata in una ridefinizione della propria mission. L’urgenza probabilmente era più ideologica che culturale e ciò ha certamente impedito alla scuola di prendere atto di una necessità ben più profonda dell’uomo e dunque di ogni persona rispetto ai destini stessi di una società.

Ma di lì a poco iniziava il riscaldamento lento dell’acqua della pentola e siamo entrati nell’epoca post-idelogica. Essere liberi dalle ideologie è fondamentale per capire che al fondo di ogni pensiero sul mondo, ci sta il bisogno costitutivo di ogni singola persona d’“essere parte di”.

Ciò è vitale per una democrazia che si regge sostanzialmente su due pilastri: da un lato l’insieme delle persone che liberamente “si sentono parte di una comunità”, dall’altro l’insieme delle norme e delle strutture che permettono alle persone di essere effettivamente e fino in fondo “parte di quella comunità”. Ma se uno dei due pilastri viene a mancare la democrazia è seriamente a rischio.

DI FRONTE ALL’EMERGENZA DEMOCRATICO/PARTECIPATIVA

Questa considerazione risulta ovvia là dove si guardi all’organizzazione del sistema e alle sue regole di funzionamento (è evidente che la democraticità di un popolo la si misura dalle sue norme); meno ovvio se si guarda al versante del sentirsi “parte di” che sta in capo a ogni persona. Qui si dà per scontato quel che l’esperimento della rana ci mostra non esserlo: la democrazia non è garantita solo dal contenitore istituzionale (l’acqua, la pentola) ma anche dalla cultura che nasce da relazioni (la temperatura dell’acqua e le nostre reazioni a essa).

L’impressione è che stiamo vivendo, da questo punto di vista, una emergenza culturale che rischia di compromettere lo stesso sistema democratico, e ciò rappresenta già un deficit di democrazia in quanto deficit partecipativo.

Credo che tutti si debbano interrogare su questa situazione e in primis la scuola.

Può esistere per la scuola un nuovo compito da porre sotto il nome per esempio di “educazione alla partecipazione”? (Confesso che non amo le “educazioni”, ma non trovo di meglio). Qualcosa che punti a riattivare nei giovani, ma non solo (anche nei docenti e nei genitori), quella capacità di discernere il bene comune dal bene individuale, di ricollegare il bene personale col bene comune, di condividere l’esperienza personale e profonda con l’esperienza di ognuno? Qualcosa che riattivi quelle paroline sempre più declamate (e basta) come “responsabilità sociale” o “cittadinanza attiva”?

La scuola potrebbe ripensarsi come luogo di riflessione, anzi, direbbe qualche esperto, luogo di riflessività, dove l’apprendimento non venga semplicemente dalle nozioni o dallo studio del pensiero altrui, ma dalla riflessione sulla propria e altrui esperienza, riconnessa anche ai pensieri alti e magari anche dalla messa in atto di qualche progettualità comune concreta.

A me pare evidente come nella scuola manchi un riconoscimento di spazio a questo obiettivo; c’è anzi quasi un timore ad affrontarlo (molti e illustri sono i segnali di disarmo) e nei docenti manca di conseguenza una generalizzata competenza specifica nel merito. Mi pare ovvio che questo spazio non vada considerato un’altra disciplina. Per non ripetere l’errore dell’Educazione Civica. Ma qui si apre il tema complesso di cosa significhi questo spazio di riflessività e di come si connetta alle discipline.

Credo che i tempi impongano una riflessione, possibilmente al riparo da qualunque polarizzazione o strumentalizzazione partitica o simil-ideologica.

Questo contributo vuol essere in questo senso un invito al dibattito, come all’agire concreto. Non mancano esperienze significative a riguardo. Ma molto rimane da fare e il contributo di pensiero delle esperienze attivate può aiutare i tanti che probabilmente ancora non hanno affrontato il problema. E può aiutare il tema di un approccio non semplicemente personale ma di sistema; da parte della stessa istituzione.

Un consiglio di lettura:
• Olivier Clerc, “La rana che finì cotta senza accorgersene”, Bompiani, Milano 2010

Stefano Sarzi Sartori

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