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La sfida demografica in Italia

Pubblicato il: 24/04/2024 06:35:23 -


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Dalla piramide alla nave

Lo studio Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100”, pubblicato nel 2020 sulla rivista scientifica “The Lancet”, riporta la stima che entro il 2100 la popolazione mondiale sarà compresa tra 6,3 e 8,8 miliardi di persone, quindi ben al di sotto del picco di 9,7 miliardi previsto per il 2064.

In Europa la recessione demografica rappresenta un fenomeno condiviso per tutti gli Stati membri, accomunati da un calo delle nascite e un incremento della longevità, che stanno cambiando profondamente il profilo della popolazione europea nel suo complesso.

Si prospetta a parere degli scienziati un “inverno demografico”, o meglio una “glaciazione demografica”, in quanto il termine “inverno” appare superato, perché presuppone che poi arrivi una primavera, mentre la situazione demografica globale sembra ormai lontana da un’inversione di tendenza.

In Italia andiamo incontro a un dimezzamento della popolazione, che nel lungo periodo si fermerà a poco più di 30 milioni, se le nascite non saliranno sopra quota 400mila unità all’anno. Per avere un termine di confronto nel 1964, anno del picco del baby boom, nacquero più di 1 milione di bambini.

30 milioni di abitanti per fine secolo: questo è dunque lo scenario che attende l’Italia, con un trend negativo iniziato nel 2015, dopo che nel 2014 era stato raggiunto il picco di 61 milioni di abitanti.

Il Rapporto ISTAT appena pubblicato attesta che prosegue il calo delle nascite, con un tasso di natalità pari al 6,4 per mille (era il 6,7 per mille nel 2022) e un numero di figli per donna pari a 1,20 (da 1,24 nel 20229: con appena 379mila bambini venuti al mondo, il 2023 mette in luce l’ennesimo minimo storico di nascite per l’undicesimo anno consecutivo.

A Piero Angela, divulgatore molto attento e sensibile alle prospettive del futuro globale, non era sfuggito il tema delle conseguenze del calo demografico e in un saggio aveva illustrato il cambiamento epocale registrato in Italia nel corso di circa cinquant’anni, lanciando un allarme sulle conseguenze. La fotografia: da un mondo povero, con alti tassi di natalità e mortalità, a un mondo più ricco con nascite nettamente in calo, un numero di figli per donna passato da 4,5 del 1900 all’1,34 del 2008[1], la speranza di vita media aumentata dai 35,4 anni del 1880 agli 80,5 del 2008, con il conseguente invecchiamento della popolazione[2].

Aveva pertanto già colto e messo in evidenza le problematiche più difficili da affrontare in conseguenza alla denatalità: forza lavoro in calo, impatto sul sistema economico globale, difficile situazione relativa alle pensioni, elevato carico per i sistemi sanitari e di sostegno sociale e anche una potenziale carenza di idee innovative nel campo della ricerca. Questo saggio è l’unico dei quaranta pubblicati da Piero Angela a non essere diventato un bestseller, segno dell’attenzione troppo scarsa a un tema che invece è cruciale per il futuro dell’umanità.

Ne è ben consapevole Francesco Billari, professore di demografia presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche e Rettore dell’Università Bocconi di Milano, che ha da poco pubblicato un saggio che fa emergere con chiarezza la drammaticità della situazione e prospetta la necessità di utilizzare “le lenti della demografia” per leggere il presente e costruire il futuro, individuando misure di lungo periodo e combinazioni di politiche basate sull’evidenza dei dati scientifici, il più possibile stabili e sganciate da cambiamenti continui di rotta legati alla differenza di vedute e alla conflittualità delle coalizioni.

L’immagine efficace del passaggio dalla “piramide” demografica alla “nave” suggerisce in modo plastico una rappresentazione grafica che mostra come oggi le fasce di età tra 50 e 60 anni siano diventate più numerose di quelle giovani. “Dobbiamo popolare la nave demografica italiana” – avverte Billari – e per farlo non possono essere sufficienti le migrazioni interne; soltanto l’immigrazione dall’estero può consentire, infatti, di riempire i buchi alla base della nave demografica dei prossimi anni, dal momento che il nostro paese ha una fecondità sotto il livello di sostituzione delle generazioni da quasi cinquant’anni[3].

Per invertire la rotta servirebbero un welfare attento alla compatibilità tra lavoro e vita familiare e politiche di sostegno alla realizzazione del progetto di vita, alla natalità e alla genitorialità, che siano strutturali e durevoli nel tempo e, soprattutto, politiche migratorie, che riescano finalmente a superare la “permaemergenza” e contribuiscano a controbilanciare il calo delle nascite e a rallentare il processo di invecchiamento della popolazione.

L’orologio demografico al centro

Se pensiamo a un classico orologio analogico con tre lancette, possiamo associare alla lancetta più lunga – quella dei secondi – la politica, a quella di media lunghezza l’economia, che cambia in modo meno frenetico e che necessita di analisi, programmazione e investimenti, e infine alla lancetta corta delle ore la demografia, cioè i cambiamenti di popolazione, che risultano molto meno evidenti e percettibili rispetto a quelli politici e economici.

Bisogna comprendere una volta per tutte che “la demografia non è un destino. La demografia di oggi è nata ieri e viene influenzata proprio dall’oggi, dall’economia e dalla politica. (…) Il domani delle società, delle aziende, dei territori è l’oggi della demografia, della scuola e dell’università”.

Per questo è consigliabile guardare al domani con le “lenti demografiche”, per imboccare traiettorie che anche nel medio e lungo periodo si possano rivelare plausibili e desiderabili.

La scelta di mettere la demografia al centro è stata compiuta, per esempio, dalla Francia e dalla Svezia, che vengono descritte da Billari come best practice in materia, perchè si sono fatte carico della questione demografica decenni prima di noi, fondando istituti di ricerca di fama internazionale, come l’INED Institut National d’Etudes Demographiques e la Commissione Reale sui temi della popolazione, che rendono disponibile un sistema statistico e di valutazione delle politiche.

In Francia il numero di figli per coppia nel dopoguerra non è mai sceso sotto 1,7 e, se fino al 1985 la popolazione francese era inferiore a quella italiana, ha poi registrato un aumento che l’ha portata a 68 milioni nel 2022, 10 milioni in più del dato italiano.

Tuttavia, dopo decenni in cui ha rappresentato un’eccezione nel mondo occidentale per tasso demografico positivo e frequenza di famiglie numerose, anche la Francia si allinea ormai agli altri Paesi europei e si interroga sul problema della denatalità: i neonati nel 2023 sono diminuiti del 6,6 % e si è acceso un controverso dibattito sulle soluzioni proposte da Emmanuel Macron, come il «riarmo demografico» basato sulla lotta contro l’infertilità maschile e femminile e su misure sociali, dal congedo di paternità ai nuovi posti negli asili nido.

Anche in un paese a bassa fecondità come il nostro, ci si chiede come possa cambiare in tempi sostenibili la rotta dell’andamento demografico e quale possa essere una soluzione alle sfide dell’invecchiamento della popolazione e del declino demografico. La risposta alla sfida demografica che l’Italia sta affrontando deve consistere necessariamente in una riforma della politica migratoria, che riapra in modo deciso i canali di immigrazione regolare e arrivi a limitare le tragiche emergenze in mare.

Basta prestare attenzione a pochi dati per comprendere le dimensioni numeriche della questione: lo scenario ISTAT sul futuro della popolazione italiana è basato su un’immigrazione netta inferiore alle 200mila unità annue (350 mila ingressi medi e circa 150 mila uscite). Per mantenere la popolazione costante occorre, quindi,  aggiungere allo scenario ISTAT circa 100 mila immigrati al netto delle emigrazioni, ossia 450 mila ingressi l’anno, un numero tre volte superiore rispetto ai “decreti flussi” 2023- 2025, basati sulla Legge Bossi-Fini.

Ancora una volta sono state illuminanti le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Meeting di Rimini nell’agosto dello scorso anno: “I fenomeni migratori vanno affrontati per quello che sono, movimenti globali, che non vengono cancellati da muri o barriere”.

Ingressi regolari, sostenibili e in numero adeguatamente ampio, oltre a costituire uno strumento per stroncare il traffico di esseri umani, possono fornire anche una risposta all’esigenza di ripopolare la nave demografica italiana, attraendo giovani e prendendosi cura della loro integrazione formativa e lavorativa in una società inclusiva e rispettosa della diversità.

 Le “navi demografiche” dei migranti

Se osserviamo i grafici delle navi demografiche per cittadinanza dell’Italia al 2003 e al 2023, vediamo che la popolazione sarebbe calata in questo ventennio, se non fosse aumentata la popolazione straniera, che cresce dal 2,7% all’8,6%. L’immigrazione in Italia non ha soltanto contribuito a contenere il calo della popolazione, ma ne ha rallentato altresì il processo di invecchiamento: un bambino su 8 under 15 è straniero e poco più del 5% degli stranieri residenti in Italia hanno 65 anni o più all’inizio del 2023, contro il 24,1% della popolazione nel suo complesso.

Dirimente è, dunque, la gestione delle sfide e delle opportunità dell’immigrazione, nonché dell’integrazione delle prime e delle seconde generazioni: “a differenza degli incrementi di natalità, che hanno un impatto sui ponti alla base della nave, per spostarsi lentamente verso l’alto, l’immigrazione ha infatti un effetto immediato sui ponti intermedi (…) Solo una politica migratoria esplicita e attiva, mirata all’integrazione e allo sviluppo delle competenze, può rispondere alla grande sfida demografica che l’Italia sta affrontando”.

Va profuso un impegno ancora maggiore rispetto a quello finora messo in campo, per costruire percorsi di istruzione per i giovani stranieri con l’obiettivo di portarli tutti a un livello soddisfacente di conoscenza della lingua italiana. E’ necessario tenere conto della diseguaglianza nelle condizioni di partenza e potenziare i percorsi di tutoraggio per chi non conosce la lingua e non ha un supporto familiare adeguato.

I dati del rapporto INVALSI 2023 ci dicono che alla scuola secondaria quasi uno studente su due non raggiunge livelli soddisfacenti nella capacità di interpretare un testo scritto e comprenderne il significato. Spicca, inoltre, il dato del ritardo medio per gli studenti stranieri di prima generazione (ovvero nati all’estero), che è di due anni di scuola e per quelli di seconda generazione (nati in Italia), che è di un anno.

Un altro rapporto, che merita attenzione per l’analisi sugli squilibri interni di natura socio-economica, territoriale e culturale e per il confronto internazionale, è quello della Fondazione Rocca in collaborazione con TREELLE, “Scuola i numeri da cambiare”.

Secondo il XXVIII Rapporto ISMU sulle migrazioni 2022 il 27% degli studenti con cittadinanza non italiana è in ritardo scolastico, contro il 7,5% degli studenti italiani. Il dato del ritardo è diminuito negli ultimi dieci anni (nel 2009/10 il 41,5% degli studenti stranieri risultava in ritardo scolastico), tuttavia è ancora molto elevato, soprattutto nelle secondarie di secondo grado in cui la maggioranza degli studenti di origine immigrata è in ritardo di uno o più anni (53,2%) e quasi un quarto abbandona precocemente gli studi e non completa il percorso di istruzione secondaria.: nel 2021 gli ELET (Early Leavers from Education and Training) nati all’estero – ovvero la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che non è in possesso di un titolo di istruzione secondaria superiore o di una qualifica professionale e che non è inserita in percorsi scolastico-formativi – sono il 31,8% dei 18-24enni stranieri, ovvero il triplo degli autoctoni. La quota di NEET (Not in Education, Employment or Training, ovvero i giovani che non studiano né lavorano) nati all’estero si attesta al 36,2% del totale dei giovani nati all’estero tra i 15 e i 29 anni residenti in Italia.

Serve con ogni evidenza un piano ambizioso per gli alunni con background migratorio, che spesso si trovano in una situazione di svantaggio già alla scuola primaria e secondaria di primo grado.

Note di cronaca, a margine

Le riflessioni contenute in queste pagine ci aiutano a considerare sotto la giusta luce anche il “caso Pioltello”, in periferia di Milano, dove il Consiglio d’Istituto del Comprensivo “Iqbal Masih” ha inteso adeguare il calendario scolastico – all’interno della discrezionalità consentita per motivi didattici alla scuola autonoma – , con la sospensione delle lezioni nel giorno di fine Ramadan. La proposta unanime del Collegio dei Docenti al Consiglio d’Istituto ha prestato attenzione al fatto che oltre il 40% dell’utenza multiculturale della scuola, con predominanza araba e pakistana, sarebbe comunque rimasto a casa in occasione del giorno di Eid-Al-Fitr, compromettendo così l’efficace svolgimento delle attività didattiche ed educative programmate. Si tratta di una sensibilità e un’attenzione alle motivazione didattiche, coerenti con il diritto  all’educazione e all’istruzione, difesa anche dal Presidente Mattarella, chiamato in causa dai docenti: “Apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo” – scrive in una lettera.

Questo importante segnale di distensione e sostegno, dopo giorni difficili per le reazioni della politica e per il clamore mediatico, è stato apprezzato dalla Sindaca, dalla comunità scolastica e anche dai parroci di Pioltello, che hanno espresso piena solidarietà nei confronti di donne e uomini di buona volontà che “ogni giorno si sporcano le mani, costruiscono ponti e inventano iniziative per incontrarsi, accogliersi e aiutarsi”.

Il film di Riccardo Milani “Un mondo a parte”,  in questi giorni nelle sale cinematografiche, porta sulla scena un’altra problematica demografica, quella dello spopolamento delle aree montane e dei piccoli borghi di provincia, narrando la storia di una piccola scuola situata nel Parco Nazionale d’Abruzzo, con un’unica pluriclasse di bambini dai 7 ai 10 anni. Un’Italia che prova a resistere al calo demografico, per mantenere le basi di una società civile. L’importanza delle istituzioni scolastiche è vitale per la sopravvivenza di realtà come questa e la soluzione è saper accogliere i migranti come risorsa per la comunità.

Nel film si affronta in concreto il tema dell’integrazione: “E’ una cosa che serve- dice Milani in un’intervista – serve alla comunità, serve a farla stare in piedi. Questa è una cosa che avviene da decenni. Ti dà la misura di quello che viene chiamato il Paese reale, che spesso trova soluzioni che sembrano introvabili”. E il maestro, interpretato da Antonio Albanese, puntualizza: “E’ questa integrazione con i bambini profughi dell’Ucraina e i figli dei marocchini che salva la “nostra” scuola. Non capirlo è insensato”.

[1] Comprensivo dei figli degli immigrati e lontano dalla media di 2,1 considerata dai demografi la soglia per garantire il ricambio generazionale di una società.

[2]P. ANGELA – L. PINNA,  Perché dobbiamo fare più figli. Le impensabili conseguenze del crollo delle nascite, Mondadori, 2021

[3] F. BILLARI, Domani è oggi. Costruire il futuro con le lenti della demografia, Egea, 2023

Rita Bramante Già Dirigente scolastica, membro del Comitato Nazionale per l'apprendimento pratico della Musica

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