Insegnare filosofia nella scuola in ospedale. Un’esperienza

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di Angela Scozzafava | del 25/09/2009 |1 commento | commenta

Insegnare filosofia nella scuola in ospedale. Un’esperienza
Ad A. e M.Voglio iniziare con un ricordo. Il sorriso sicuro, soddisfatto, felice di un ragazzo che ha appena superato la prova orale dell’esame di Stato. È un ragazzo che ora non c’è più, così come la piccola, volitiva, combattiva A. che non ha potuto nemmeno cominciare a studiare filosofia. Ma l’ha vissuta. È il loro sorriso che nasconde il senso della scuola in ospedale.



In alcune città d’Italia esistono delle sezioni di scuole superiori in ospedale il cui compito è garantire agli alunni lungodegenti l’attuazione del diritto alla salute e di quello allo studio. Ma qual è il significato di queste realtà?

La notizia della malattia lascia l’adolescente (e la sua famiglia) in una situazione di profondo disorientamento. Scopre, spesso all’improvviso, di dover affrontare un percorso lungo, faticoso, doloroso, incerto. Si trova immerso in una situazione – psicologica ma anche fisica – di isolamento.

Lontano dalla sua casa, dalla sua scuola, dagli amici, dall’ambiente in cui viveva fino a poco tempo prima. Lontano – espropriato – del suo ruolo sociale, dell’immagine di sé che faticosamente in questi anni sta costruendo; e di questa identità, ricordiamolo, è parte essenziale (anche quando si ama poco la scuola o la si rifiuta) l’essere studente, impegnato in un processo di crescita culturale.

Quando un adolescente entra in ospedale è come se fosse portato nel bosco, lontano da casa: il frequentare la scuola in ospedale è aiutarlo a lasciare dei “sassolini”, per ritrovare la strada (1); consentirgli di tessere dei fili che garantiscano la continuità e alimentino la speranza.

L’impegno scolastico gli consente di “non perdere il contatto”:

• con le proprie capacità cognitive - che così mantiene vive in un momento in cui la malattia e alcuni farmaci indeboliscono la concentrazione e la memoria
• con se stesso - attivando occasioni di riflessione.
• con gli altri - cerca di rimanere al passo con i compagni di classe, mantiene e relazioni con essi, ne crea altre all’interno della scuola in ospedale.


All’interno di questo quadro, allora, qual è il ruolo dell’insegnamento della filosofia? C’è un suo contributo specifico?

Da un lato, l’insegnamento della filosofia condivide con quello di tutte le altre discipline la necessità di costruire un percorso che si adegui alla particolarità della condizione vissuta, mantenendo però contemporaneamente la vicinanza con la “normalità” di quanto i compagni della classe di appartenenza fanno e lavorando in modo opportuno su contenuti e competenze disciplinari: “Lei continui così, professoressa, perché mio figlio l’ho visto felice con voi… era felice e allegro quando vi prendeva in giro perché diceva di star male ed invece semplicemente non aveva studiato […] Era felice perché si sentiva normale… come i suoi compagni che facevano di tutto per evitare le interrogazioni, era felice perché condivideva con loro questi problemi…” (2).

Da un altro, per quella che è la mia esperienza, la specificità della filosofia si manifesta soprattutto nel:
a) favorire – partendo da contenuti disciplinari - una riflessione sull’identità personale che valorizzi le capacità che il ragazzo possiede e le emozioni che vive (e tutto questo è ora messo drammaticamente in discussione) per costruire fiducia in sé e rendere più forte la prospettiva del futuro;
b) non eludere mai la domanda – talora implicita, negata anche a se stessi, talora esplicita – sul perché della sofferenza. Si deve “accompagnare” con discrezione la ricerca di ragazzi che esplorano con piena consapevolezza – standoci dentro – le grandi questioni di senso. Leggere e riflettere insieme a loro su qualche pagina dei filosofi permette un dialogo, un “confilosofare” che non è mai – qui più che altrove – forzato o formale e diventa occasione anche per noi insegnanti di scoperta di significati che non avevamo mai visto.


(1) È un adattamento di un’immagine di A. Canevaro I bambini che si perdono nel bosco, La Nuova Italia, Firenze, 1995
(2) Lettera di una mamma, cit. in E. Sgroi, “Scuola da 10”, Bologna, 2008

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