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“Infami flautini” e didattica

Pubblicato il: 14/07/2011 12:53:03 -


Muti ha ragione: “infami flautini” banditi dai concerti e dai concertini. I docenti hanno ragione: gli strumenti della didattica li devono scegliere loro.
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Il Maestro Riccardo Muti ha fatto un certo scalpore il 20 maggio scorso quando ha attaccato l’uso degli “infami flautini” a scuola, aggiungendo poi che “non è necessario studiare, ma cantare e suonare assieme, anche in maniera elementare ma non in solitaria, non stare con un piffero in bocca a perdere il tempo”. Le reazioni dei docenti di musica delle primarie e delle secondarie sono state pressoché unanimi in difesa degli “infami flautini”, strumento musicale “democratico” e a basso costo. Ha riassunto bene le posizioni espresse dalla gran parte dei docenti Paolo Capodacqua su Il manifesto del 27 maggio: “gli ‘infami flautini’ utilizzati dai ragazzi delle scuole medie ed elementari, sono quegli strumentini a fiato che gli insegnanti di educazione musicale utilizzano come mezzo per avvicinare i ragazzi delle classi sovraffollate della Scuola Gelmini alla pratica musicale. Non è granché, ma è uno strumento economico (dai 5 agli 8 euro), quindi alla portata di tutti, ‘democratico’, facile da suonare, adatto anche a chi non ha particolari propensioni all’attività musicale o agli alunni con difficoltà d’apprendimento o ritardi di varia natura”.

La questione sollevata da Muti merita di essere analizzata anche alla luce dello sviluppo delle scuole secondarie di primo grado a indirizzo musicale, dove si insegnano quattro dei tredici strumenti organizzati in classi di concorso. Penso si possano fare alcune considerazioni sintetiche:
• l’ostensione pubblica degli “infami flautini” è spesso avvilente e lo diventa ancora di più quando nella scuola insiste un corso a indirizzo musicale (e quindi quando c’è il confronto);
• portare tutti gli alunni a suonare su un palco gli “infami flautini” fornisce occasioni di riscontro pubblico sempre apprezzate dai genitori, qualunque sia la qualità della musica suonata;
• lo strumento musicale in sé può essere orribile, ma permette una didattica in classe aperta a tutti e che non prevede personalizzazioni (come nelle classi a indirizzo musicale).

Tutto questo non può nascondere il fatto che dovrebbe esserci una divisione netta tra ciò che le scuole fanno in classe per sviluppare la didattica e ciò che le scuole decidono di ostentare pubblicamente. Una piccola orchestrina nata dagli alunni dell’indirizzo musicale è sempre gradevole (nella scuola che dirigo ci sono flauto, chitarra, violino e violoncello cioè strumenti adatti a fare musica d’insieme), un’accozzaglia di alunni che soffiano nei flautini è l’omicidio della musica.

Credo che il Maestro Muti abbia ragione piena se vuole criticare l’ostensione pubblica e ripetuta degli “infami flautini”. Ha certo meno ragione se interviene sugli strumenti didattici scelti dai docenti per insegnare.

Quando le scuole fanno mostre di pittura o di manufatti o di altro scartano le opere peggio riuscite e cercano di dare una bella visione d’insieme del proprio lavoro. Nel campo musicale spesso invece mandano tutti sul palco a straziare con gli “infami flautini” pezzi immortali della tradizione musicale. Perché si vuole ostentare la musica a tutti i costi? Perché non si riesce a distinguere il lato solo didattico da quello pubblico? Se ciò avvenisse perché i docenti davvero ritengono che le loro orchestrine di “infami flautini” suonino bene allora sì dovrebbero essere licenziati. Se invece è per una funzione pubblica e democratica della musica allora bisogna essere più rigorosi e non si può gabellare per alto livello didattico saper stare un po’ a ritmo con strumenti da 8 euro.

La musica è importante e assurdamente snobbata dalla scuola: ci vuole fatica per farla penetrare nel tessuto didattico e culturale di un’istituzione. Diventa arte solo quando è di alto livello. La didattica è un’altra cosa rispetto all’arte e da questa va separata. Muti ha ragione: “infami flautini” banditi dai concerti e dai concertini. I docenti hanno ragione: gli strumenti della didattica li devono scegliere loro.

Stefano Stefanel

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