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Descolarizzazione e Società

Pubblicato il: 18/01/2011 15:47:20 -


La crisi economica dovrebbe spingere i nostri governanti ad accrescere gli investimenti nella scuola e nell’università perché è proprio il “capitale umano”, la sua rialfabetizzazione, la sua riacculturazione, il suo aggiornamento che, finita la crisi, consentirebbe di affrontare al meglio la concorrenza asiatica sempre più agguerrita e rampante.
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Non ho a disposizione cifre e statistiche che certamente esistono ben conservate e blindate dentro qualche cassaforte nazionale o europea. Ma certamente in questi tabulati elettronici tenuti scrupolosamente segreti potremmo trovare materiale utile per analizzare la progressiva e catastrofica descolarizzazione di tutta una società non solo italiana, ma anche europea.

Non so quanti hanno effettivamente impegnato la loro attenzione e la loro riflessione sull’intimo e profondo legame tra descolarizzazione, depauperamento sociale ed economico e deficit democratico e culturale. Ma ho la vaga impressione che siano veramente pochi. Mi pare di capire che ci stiamo regressivamente avvicinando ai primi del Novecento all’epoca del così detto periodo giolittiano quando il Regno d’Italia si andava configurando come una inequivocabile e chiara società classista, per non dire castale. Da una parte un ristretto ed elitario ceto alto-borghese e in parte aristocratizzato o ancora aristocratico, detentore di esclusivi privilegi sociali e di rendite, accentratore di prebende statali e monopolizzatore della vita intellettuale e culturale del Regno. Dall’altra una massa aggiogata e indistinta di plebi contadine, raramente illuminate e guidate da un ridotto movimento operaio, poco propenso, grazie ai suoi dirigenti del Nord più interessati a politiche industrialistiche e territorialistiche che a politiche saldamente e solidaristicamente nazionali, a farsi carico di un processo rivoluzionario necessariamente non attuabile senza l’apporto determinante delle masse contadine soprattutto del Sud della Penisola.

Eppure proprio questo tipo di feroce dicotomia sociale fu alla base della Rivoluzione sovietica. Ai Russi fu dato Lenin, ai Francesi Robespierre, agli Inglesi Cromwell, a noi Italiani Benito Mussolini.

Da anni la nostra Repubblica attraversa una devastante e catastrofica crisi economica, sociale e ideologica, molto più profonda e devastante di altri stati europei, incurante della necessità di un serio e ineludibile confronto con la realtà del suo pesante e debilitante presente e col gravoso fardello di un passato incombente e minaccioso.

Non solo operai, classe sociale da anni in diminuzione costante non solo in Italia, e impiegati perdono il loro lavoro, licenziati o cassintegrati, ma anche giovani e meno giovani occupati nei settori ormai rilevanti della scuola, dell’università e dello spettacolo.

La crisi economica dilagante e imperversante fornisce agli industriali l’occasione per licenziare, ristrutturare e portare all’estero impianti, capitali, tecnologie e conoscenze. Allo stesso tempo i nostri governanti ne approfittano, con la giustificazione e col paravento della crisi economica, per “snellire” la pubblica amministrazione, non rinnovando contratti o precarizzando ulteriormente quei giovani e meno giovani che riescono a sopravvivere all’ecatombe annunciata e soprattutto rapidamente, efficacemente ed efficientemente praticata.

Anche quando la nostra classe dirigente, a vari e distinti livelli di responsabilità che non si identificano necessariamente esclusivamente col governo, si impegna per alleviare le sofferenze dei lavoratori, l’unico salvagente sociale fornito a chi è in difficoltà è la cassa integrazione.

Ma non si va oltre. Invece di approfittare della mobilità e della disponibilità dei lavoratori espulsi dal processo produttivo inceppato o bloccato per creare occasioni di riorientamento, riqualificazione, formazione e aggiornamento, fondamentali e strategici in una Società capitalistica giunta alla sua maturità imperialistica, gli si eroga semplicemente un salario ridotto di stentato sostentamento quotidiano.

Da questo punto di vista solo apparentemente sembra che si siano fatti dei passi in avanti rispetto all’epoca giolittiana. In effetti, in quella che più a torto che a ragione, propagandisticamente ed effimeramente, perché la ciclica disoccupazione sta lì a dimostrare che le strutture essenziali del capitalismo non sono mutate se continuano a produrre disoccupazione di massa e alienazione di massa, viene definita la Società della Conoscenza, il non potere accedere e usufruire di riqualificazione e aggiornamento, soprattutto in occasione di una crisi economica, devastante, drammatica ed epocale come quella che stiamo attraversando, spesso ancora in assenza di consapevolezza di vasti settori dell’opinione pubblica e pure di numerosi giovani e lavoratori, costituisce una forma di esclusione, sociale, politica, culturale ed educativa forse ben peggiore del classismo sociale e castale giolittiano.

La scuola e l’università tagliano, approfittando della crisi economica e giustificandosi con essa. Al contrario dovrebbe essere proprio la crisi economica a spingere i nostri governanti ad accrescere gli investimenti nella scuola e nell’università perché è proprio il “capitale umano”, la sua rialfabetizzazione, la sua riacculturazione, il suo aggiornamento che, finita la crisi, consentirebbe di affrontare al meglio la concorrenza asiatica sempre più agguerrita e rampante.

Tali investimenti andrebbero poi erogati anche al settore industriale e centuplicati in quello dello sviluppo e ricerca, consentendo di raccordare e promuovere sinergicamente l’aggiornamento, l’accumulazione e l’ammodernamento del patrimonio conoscitivo studentesco innestandolo e innervandolo con i nuovi saperi della teoria e della società della complessità, sollecitando, stimolando e incentivando anche e soprattutto operai e impiegati ad abbeverarsi alle fonti di tali saperi con una necessaria riconversione e riqualificazione che agisca contemporaneamente sia sul versante scientifico e tecnologico che su quello culturale.

Ma di tutto ciò né l’ombra né la penombra nelle politiche sociali ed educative dei nostri governanti.

Si ritorna a “bocciare” e a “decimare” massicciamente nelle scuole della Repubblica, credendo di ottenere considerevoli e significativi risultati: miglioramento dei livelli di apprendimento, fine del lassismo e ritorno all’ordine gerarchico nella società, nella politica e nell’educazione, tagliando ed economizzando nella scuola e nell’università.

Una politica sociale miope e reazionaria, tra l’altro fino a ora sostenuta e applaudita da una parte notevole dell’opinione pubblica, inclusa anche una parte cospicua di lavoratori, giovani e adolescenti, invischiati in contraddittorie e perverse logiche di rivincita sociale e politica, frutto di ideologie neo-classiste aventi alla loro base malcelate, profonde e in parte pilotate e strumentalizzate “invidie” sociali per quelli che vengono visti, soprattutto a livello di professioni intellettuali, come borghesi giacobini accaparratori di prebende e sinecure (in parte purtroppo vero) a danno dei plebei analfabetizzati ed esclusi da tale spartizione predatoria. Con l’aggiunta di un palese razzismo nei confronti di extracomunitari e stranieri più fortunati degli autoctoni, extracomunitari e stranieri visti dagli esclusi come indebiti e pericolosi “ladri” di lavoro “nazionale” altrimenti destinato a loro.

Come si vede, una miscela sociale e politica prima o poi destinata a esplodere in tutta la sua drammatica, se non tragica, virulenza.

“Che fare”? Ricette semplicistiche non ce ne sono all’orizzonte e neanche ne abbiamo. Si può e si deve cominciare a chiedere che si riparta dalla scuola e dall’università non più come luoghi elitari e specialistici di una società settaria ed esclusivista. Le università e i licei non possono essere più luoghi in cui il sapere si autoriproduce e si autoalimenta in modo settorialistico, compartimentato, autoreferenziale e asettico. Le università e i licei devono avviare, in questa drammatica situazione non solo economica, o riavviare un processo di socializzazione interdisciplinare, culturale e politica dei saperi accademici e scolastici, contaminandosi, creando e “illuminando” un poderoso e innovativo processo formativo globale transdisciplinare che vada al di là delle stesse ristrette, asfissianti, claustrofobiche e ormai obsolete frontiere nazionali.

Gennaro Tedesco

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