
Libro singolare e originale, questo sugli insegnanti pubblicato dal Cisem (Centro per l’innovazione e la sperimentazione educativa di Milano), con un titolo dalle trasparenti ascendenze pavesiane. Intanto per chi l’ha scritto: gli autori sono tre insegnanti di scuola media superiore con vari anni di esperienza e due ricercatori universitari: l’uno (Gianluca Argentin) sociologo, l’altra (Anna Arcari) psicopedagogista. In secondo luogo per come è stato concepito e scritto. I libri di Autori Vari sono quasi sempre il frutto di contributi individuali poi assemblati in qualche modo, ma non concepiti unitariamente ab origine. In questo caso i cinque autori hanno costituito fin dall’inizio un gruppo di ricerca che ha veramente lavorato insieme: la metodologia del lavoro e il taglio di ogni singolo contributo sono l’autentico risultato di un processo di discussione costruttiva e critica.
Ne emerge una ricerca dal profilo multiforme: indagine prima di tutto sociologica, che integra però questo asse prospettico di fondo con l’osservazione e la riflessione critica sulle dinamiche dei processi educativi e il punto di vista interno (vissuto, ma non corporativo) di insegnanti dotati di esperienza, veri e propri “professionisti riflessivi”.
Sullo sfondo generale delle ricerche sociologiche sugli insegnanti (ricordiamo che sta per uscire il periodico rapporto Iard al riguardo), questa sceglie di mirare e di concentrare lo sguardo: non “gli insegnanti” in generale, ma gli insegnanti delle scuole superiori della provincia di Milano.
Di più: utilizzando e sfruttando al meglio i dati della ricerca “La scuola vista dai protagonisti” (realizzata dal Cisem nel corso del 2006), il volume non si propone genericamente di sapere cosa sono, cosa pensano, come si comportano a scuola e fuori gli insegnanti, ma tenta di affrontare un quesito in qualche misura più preciso e intrigante.
L’ipotesi di fondo della ricerca è, in sostanza: le motivazioni che hanno condotto a suo tempo gli insegnanti a scegliere (o a intraprendere pur non avendo scelto) di insegnare e i significati che essi attualmente attribuiscono al continuare a svolgere questa attività possono contribuire a gettare luce sui loro effettivi comportamenti in quanto insegnanti: su come insegnano, su come valutano, su come si aggiornano (o non si aggiornano), su come si rapportano con gli studenti, sulla soddisfazione che provano o non provano per i diversi aspetti del loro lavoro?
Trattando i dati con varie tecniche statistiche, viene ipotizzata l’esistenza di cinque tipi abbastanza ben differenziati di insegnanti: i professionisti, i tradizionali, i pragmatici, gli adattati, i parcheggiati.
La ricerca presenta esplicitamente questa come una tipologia, non come una graduatoria, se non per i due estremi dei “professionisti”, che sono gli insegnanti più motivati e più impegnati, e dei “parcheggiati”, cioè i più stanchi e frustrati; gli altri tipi sono da intendere come modi qualitativamente diversi di interpretare il mestiere dell’insegnare.
Merito non secondario di essa è proprio quello di superare le visioni dicotomiche e manicheistiche del discorso comunemente più diffuso che divide semplicisticamente il campo in buoni insegnanti (di solito splendidi missionari) e cattivi insegnanti (imbelli, fannulloni, assenteisti) per arrivare ad una tipologia più articolata e variegata.
Il mestiere stesso dell’insegnante viene presentato, in modo problematico e critico, non semplicemente come una sommatoria di competenze puramente tecniche, ma come un ambito d’azione problematico, attraversato da alternative di scelta in cui non sempre è dato a priori di sapere con precisione quale sia la scelta giusta (per esempio: è meglio privilegiare il rapporto umano con gli studenti o l’insegnamento della materia?).
Il libro si conclude con una breve e illuminante lista di cinque raccomandazioni su “come migliorare la scuola migliorando gli insegnanti”.
Resta da dire di alcuni limiti.
Alcune delle etichette dei tipi potrebbero essere più efficaci: meglio “scoppiati” di “parcheggiati”; si potrebbe trovare qualcosa di meglio del termine “pragmatici”.
Le raccomandazioni finali in qualche punto appaiono un po’ timide, potrebbero essere più incisive.
Tutta da verificare è l’applicabilità della tipologia a contesti diversi dalla provincia di Milano e alle prossime generazioni di insegnanti (è in atto proprio in questi anni un fortissimo turn-over).
Una implicazione importante: se gli insegnanti sono tra loro così diversi proprio nel modo di esercitare la professione, allora c’è bisogno di pensare a politiche della formazione e della gestione del personale che da un lato tengano conto di questa eterogeneità, d’altro lato la limitino nei suoi aspetti non desiderabili.
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