A scuola di dislessia

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di Laura Mazzone | del 07/11/2012 |4 COMMENTI |commenta

A scuola di dislessia
Le ricerche dimostrano che il disturbo è di natura neurobiologica. Nel trattamento della dislessia, quindi, la buona volontà deve essere affiancata da un’efficace formazione dei docenti.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione la nota del MIUR del 1° ottobre 2012 che, a seguito del protocollo d'intesa MIUR-FTI-AID, prevede la predisposizione di un ambiente di formazione on line per docenti referenti per la dislessia. Lo scopo di tale ambiente è quello di "individuare precocemente gli alunni in difficoltà e di fornire un assessment valutativo per i casi con difficoltà persistente". Potrebbe essere uno strumento utile per consentire a tutti i docenti di misurarsi con le problematiche legate ai disturbi specifici di apprendimento e di “ripensare” la propria didattica alla luce delle nuove acquisizioni.

Purtroppo ancora oggi, nonostante la legge 170/2010 sia legge dello Stato, nonostante la Consensus Conference DSA / P.A.A.R.C. 2011, e le Linee Guida in materia di DSA, troppi docenti ignorano cosa sia un disturbo specifico di apprendimento. Molti banalizzano il problema affermando che dietro un alunno dislessico c’è solo troppa enfasi nel volerlo dispensare dal leggere, dallo scrivere e dal far di conto. In realtà l’eziologia del disturbo parla chiaro. Il disturbo è di natura neurobiologica e non può essere affrontato né tantomeno superato con l’ausilio della sola buona volontà tanto osannata dai colleghi di ogni ordine e grado di Scuola. È ora di capire come stanno le cose, è ora di cominciare a formarsi su queste tematiche che interessano una percentuale sempre più elevata di alunni, è ora di iniziare lo screening sin dalla Scuola dell’Infanzia, con laboratori fonologici, analisi della direzionalità, del linguaggio, della coordinazione… per poter almeno attenuare i disturbi che l’alunno dislessico sarà costretto a sopportare per il resto della sua vita scolastica e non solo. Le proposte formative su tutto il territorio nazionale sono innumerevoli e tutte di altissimo livello. L’iniziativa di formare un gran numero di docenti è interessante ed è iniziata nel marzo scorso in collaborazione AID/Telecom col progetto "A scuola di dislessia" formazione in presenza e online. Sicuramente è un modo per tenersi aggiornati e ampliare le nostre conoscenze, fermo restando che quello che a tutti noi docenti servirebbe un cambiamento radicale di rotta.

La formazione è un processo permanente più che un prodotto, un sistema di gestione integrato atto a migliorare le prestazioni a livello individuale, di gruppo, organizzativo. Sono convinta che non è sufficiente partecipare o attivare un solo corso di formazione per assolvere al compito di colmare il bisogno formativo sia personale sia “aziendale”; credo, allora, che sia indispensabile progettare più momenti formativi rivolti a tutto il personale docente di ogni ordine e grado che tengano conto della realtà individuale di tutti e che seguano diverse fasi:
- individuazione delle necessità formative (attività di tipo diagnostico);
- analisi dei bisogni, programmazione di altri interventi formativi;
- realizzazione di un programma di attività (che fornisca, oltre alla formazione, strumenti e mezzi operativi, elenchi di strumenti compensativi e misure dispensative da calibrare ad hoc);
- creazione di sinergie con le altre Agenzie educative del territorio, scuole, comuni, associazioni sportive;
- creazione di una rete di scambi;
- maggiore utilizzazione dei mezzi di informazione per sensibilizzare tutta l’opinione pubblica sulle iniziative inclusive e di supporto attivate sul proprio territorio;
- valutazione dei risultati.

Sono certa che promuovere stili di insegnamento più consapevoli, una maggiore sensibilità e conoscenza del problema, possa costituire un punto di partenza essenziale e irrinunciabile per garantire il successo formativo a tutti i livelli della formazione. Spero davvero che noi insegnanti possiamo riscoprire e rivalutare le risorse personali di cui potremmo essere portatori.
Lotta all’ignoranza dunque, agli stereotipi e ai sin troppo scontati pregiudizi che ci ingabbiano in quei dannosi luoghi comuni che contribuiscono soltanto ad arrestare il processo evolutivo di cui ormai la comunità educante e i nostri alunni hanno bisogno. Questo contributo vuole riuscire a gettare un sassolino nell’ampio oceano della formazione, affinché riesca a generare tanti cerchi concentrici sempre più ampi su cui riflettere.

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risposta a natura neurobiologica di laura mazzone, pubblicato il 15/01/2013

Carissimo/a,

l'articolo non voleva affatto dare l'idea di promuovere " campagne interventiste fuorvianti". E' vero che ci sono pareri diversi sulla dislessia ma è pur vero  che la legge 170/2010 e le Linee guida sono legge dello Stato e vanno rispettate, dunque i docenti sono tenuti a formarsi e a informarsi. L'auspicio dell'articolo era solo quello di promuovere un adeguamento in visione di un modo più consapevole di fare scuola". Il Miur non ha bisogno della mia campagna pubblicitaria  Il Professor Giacomo Stella e una folta equipoe di specialisti ha dimostratoi che in caso di dislessia c'è una migrazione di neuroni che lascvia sprovvista un'area cerebrale della possibilità di riconoscere come tutti gli altri lettere e numeri. Ma bando alla natura del problema. I bambini non sono "affetti" da dislessia, non è una malattia. E' una cartteristica, sia essa innata, sia essa acquisita, o di natura affettiva, la osa esiste e va affrontata con coscenza e rigore. I bambibi così come non sono affetti da nulla non sono neanche difettosi. Perchè chi non ci vede può mettere gli occhiali senza causare scalpore e chi non legge non può usufruire di idonei strumenti compensaivi? Le DIS qualcos'altro sono sempre esistite. Purtroppo prima gli aslunni venivano etichettati come dis attenti, dis ordinati, dis tratti, dis coli, dis obbedienti e poi venivano bocciati. Come vedi, e per fortuna LA DIS è CAMBIATA. c'è LA POSSIBILITA' DI ESSERE RISPETTATI E AIUTATI AD AFRONTARE LA PROPRIA DIFFICOLTA'. Solo in questo modo un insegnante può sentire di aver fatto tutto verso tutti. Per cortesia, evitiamo di banalizzare problemi che investono circa il 5% della popolazione scolastica proviocando ansia da prestazione, senso di inadeguatezza e inefficacia, disistima, depressione, abbandono precoce degli studi.

Ti sebra troppo poco per occuparsene? Un saluto cordiale e grazie per il confronto

 

 

finalmente!!! di dandi, pubblicato il 26/11/2012

Finalmente si comincia  a far sentire un'altra voce, la voce delle persone che a scuola si sono sentite emarginate, schiacciate, sopraffatte, giudicate incapacii di apprendere. Ora i disturbi di apprendimento hanno uin nome e un'identità. Non si sente più parlare solo di dis-coli, di dis-attenti-, di dis- obbedienti, di dis-turbatori, di...ma anche di dislessici e non è più una colpa. Sentire che qualcuno si occupa di PERSONE che , pur non avendo raggiunto il massimo dei voti a scuola sono comunque  persone intelligenti, sincere, che si sanno emozionare, che si sanno interessare agli altri, che hanno trovato una dimensione nella vita, è rincuorante. GRAZIE allora a tutte le persone che, come la Dott.ssa Mazzone  si stanno interessando alla problematica e che "spendono" il loro tempo a cercare di diminuire la sofferenza atroce che si prova a non essere compresi, natura neurobiologica a parte!

interessante di roxy, pubblicato il 14/11/2012

L'articolo sottolinea il ruolo insostituibile dei docenti ai quali si chiede di essere all'altezza della situazione. Con la formazione dei bambini non si scherza. Cerchiamo di crescere tutti insieme!

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