Tetti, stranieri e fuga bianca: la scuola che non si vuole vedere
![Sedici anni di “deroghe” – la prima circolare, firmata Gelmini, è del 2010 – non sono bastati a dimostrare che l’imposizione di “tetti” alla presenza degli studenti di provenienza o origine straniera non è la via maestra per assicurare una composizione delle classi che agevoli l’apprendimento e l’integrazione, e che è comunque assai difficile da attuare. Era però prevedibile che all’armamentario venato di razzismo di una destra che del pessimo governo dell’immigrazione fa uno strumento essenziale di identità e di […]](https://www.educationduepuntozero.it/wp-content/uploads/2026/09/segregazione-360x203.jpeg)
Sedici anni di “deroghe” – la prima circolare, firmata Gelmini, è del 2010 – non sono bastati a dimostrare che l’imposizione di “tetti” alla presenza degli studenti di provenienza o origine straniera non è la via maestra per assicurare una composizione delle classi che agevoli l’apprendimento e l’integrazione, e che è comunque assai difficile da attuare. Era però prevedibile che all’armamentario venato di razzismo di una destra che del pessimo governo dell’immigrazione fa uno strumento essenziale di identità e di consenso, dovesse prima o poi aggiungersi il ripescaggio di quel tema così popolare: l’ invasione straniera, magari anche islamica, della scuola della nazione. Anche se nel frattempo il profilo degli studenti “stranieri” è molto mutato, anche se più del 65% sono seconde generazioni di nati in Italia che entrano nella primaria dopo anni di scuola per l’infanzia, anche se un anno dopo l’altro cresce la frequenza della scuola superiore e persino dei mitici licei. Anche se i Nai, i nuovi arrivi di minori soli o di ragazzi che raggiungono le famiglie, sono una minoranza. Niente da fare, il tema deve tornare alla ribalta, e più forte che pria. Non è con una nuova circolare, infatti, che si intende intervenire, ma con un decreto. Messaggio chiarissimo, il problema è di tale gravità ed urgenza che non si può ricorrere ai tempi distesi di un disegno di legge. E perché sia più piccante, il piatto si arricchisce con l’annuncio del divieto in classe di veli e niquab.
Le classi con più del 20% di studenti figli di stranieri sono solo un migliaio su 300.000. Le concentrazioni sono soprattutto nel Centro-Nord, in particolare il Nord-Est ( dove i risultati medi di apprendimento sono però notoriamente i migliori), mentre nel Mezzogiorno, povero anche di immigrati stabilizzati ( e tuttavia tutt’altro che più brillante negli apprendimenti scolastici), i casi sono pochissimi. Non è un’emergenza nazionale, dunque, almeno in senso statistico. E’ però vero, e bisognerebbe da ogni parte riconoscerlo, che le classi e le scuole in cui ci sono addensamenti molto consistenti di cosiddetti stranieri sono realtà assai complesse dal punto di vista didattico ed anche educativo. E che richiederebbero un’attenzione e una cura speciale, più sapienti ed evolute di quanto si sia potuto o voluto fare finora. Personale appositamente formato, insegnanti specialisti in italiano lingua2, un’offerta formativa particolarmente qualificata. Perché anche nella scuola non basta l’accoglienza per fare una buona integrazione. Non solo. Gli istituti frequentati prevalentemente da stranieri sono esposti a rischi di ghettizzazione, oggettiva o solo percepita ma sempre pericolosa, foriera di sensi di estraneità, di separatezza, di legami limitati alle famiglie e alle comunità di origine: tutti effetti che, cumulandosi alle difficoltà dei processi di regolarizzazione e di accesso alla cittadinanza, si traducono in ostacoli a una piena integrazione. E’ fra l’altro più complicato l’apprendimento di un buon italiano senza il decisivo apporto dello scambio comunicativo tra pari, tra i ragazzi che non hanno l’italiano come lingua materna e gli italiani doc (ed è ovviamente quanto meno problematica anche l’educazione al reciproco riconoscimento delle diversità culturali ). Le concentrazioni eccessive non vanno bene, contraddicono il buon criterio di classi e scuole “equieterogenee”, come scrivono saggiamente le circolari sulle iscrizioni, bisognerebbe limitarle nei limiti del possibile. Ma in molte situazioni i tetti non sono affatto la soluzione, non quando non ci siano altri istituti vicini, non se richiedono spostamenti forzati, non se interrompono preziose vicinanze, non se si traducono in stelle gialle.
Contro la logica dei tetti come criterio da adottare con l’accetta è un argomento forte, perché basato sull’evidenza, che gli addensamenti e le concentrazioni sono solo il rispecchiamento nelle scuole della composizione etnica della popolazione del contesto territoriale di riferimento. Tutto vero, da Monfalcone a Prato e in molte altre realtà i fattori determinanti sono la segregazione del lavoro straniero in certi comparti e luoghi dell’economia e della produzione e quella, sempre più forte, della segregazione abitativa dei più poveri nelle periferie. Ma è singolare che dal mondo della scuola non venga nessun contributo, al momento, su altri fattori che, soprattutto nelle aree metropolitane, solitamente dotate di una buona diffusione territoriale degli istituti scolastici, incidono e non poco sulla formazione di addensamenti anomali. Perché talora, anzi spesso, succede che certe scuole si ritrovino con una presenza prevalente di studenti cosiddetti stranieri perché sono gli italiani doc a disertarle. Bisognerebbe avere l’onestà e il coraggio di tirar fuori anche queste questioni, tanto più in un momento in cui il rilancio della logica dei tetti trascina con sé l’idea perversa dei 900.000 studenti cosiddetti stranieri come un onere improprio, una minaccia al buon apprendimento degli italiani, un pericolo per la nostra identità culturale.
La “fuga bianca “ è il titolo di un attento studio di qualche anno fa sulle scuole del primo ciclo della realtà milanese[1]. L’ha fatto il Politecnico di Milano in collaborazione con il Comune, e sulla scorta dei suoi risultati anche in altre città università e istituzioni locali ne stanno svolgendo di analoghi. Dallo studio milanese emerge che in moltissimi casi gli istituti scolastici del primo ciclo sono connotati da addensamenti di stranieri (e di italiani di condizioni socioeconomiche più svantaggiate ) fortemente anomali rispetto all’effettiva composizione etnica e sociale dei territori di riferimento. Le periferie milanesi, quasi tutte, non sono affatto come quelle, segregatissime, di altre grandi città europee, sono per lo più caratterizzate da un alto indice di mescolanza sociale ed etnica. Cosa sta succedendo, cosa è successo ? L’analisi minuziosa delle scelte scolastiche mostra che numerose famiglie italiane del ceto medio, grazie a una buona rete di trasporti pubblici nonché ai voucher regionali, che supportano l’accesso alle scuole private paritarie, scelgono altre scuole statali e non, ritenute migliori proprio perché non frequentate da studenti stranieri. E’ la ricerca dell’omogeneità sociale e culturale la vera emergenza. Lo studio mette sotto osservazione critica da un lato la liberalizzazione delle scelte scolastiche introdotta con il superamento dell’obbligo di iscriversi alle scuole dell’ambito di residenza, dall’altro un’autonomia scolastica spesso interpretata come strumento di scelta, da parte degli istituti, di una propria utenza privilegiata. Ma ci sarebbero altri fattori da considerare, come le differenze tra istituti dello stesso tipo di offerta formativa ( tempo pieno, mense scolastiche, servizi, attività integrative ), la “fama” buona o cattiva delle scuole, le politiche degli Enti Locali. E’ un fatto, comunque, che ciò che è stato minuziosamente analizzato a Milano, si riscontra anche ad occhio nudo in altre realtà metropolitane dove nello stesso quartiere, e a poche centinaia di metri di distanza, coesistono scuole nettamente “polarizzate”, quelle con forti addensamenti di stranieri e di italiani svantaggiati, e quelle “normali”. Le nere e le bianche. Del resto la diversificazione per composizione sociale delle scuole del primo ciclo è un fenomeno già ampiamente rilevato anche da Invalsi, e, indipendentemente dal tema degli studenti stranieri, in particolare nel Mezzogiorno. Una diversificazione che riguarda talora persino singole classi all’interno degli stessi istituti. Ci sono modi per contrastare o contenere questi processi? Il caso che ha fatto storia, in questi anni, è stato quello della scuola di San Salvario di Torino, dove fu l’intervento di riqualificazione dell’offerta formativa della scuola, con il supporto decisivo di vari entri culturali della città, a renderla così attrattiva da bloccare ed anzi invertire la fuga degli italiani. Un caso luminoso che indica la via della valorizzazione locale delle scuole ad altissimo tasso di eterogeneità etnica e sociale. Ma ci sono anche altre vie, battute a Prato e in altre città dalle istituzioni locali in collaborazione con le scuole, fatte di governo condiviso delle iscrizioni, di dialogo con le famiglie, di sviluppo omogeneo in tutti gli istituti di attività di qualificazione dell’offerta, di orientamento, di specialisti per l’italiano lingua2. Politiche e pratiche che cambiano la faccia delle scuole, modificano il senso comune, abbattono i pregiudizi, restituiscono alla scuole la pienezza delle loro funzioni.
Diverso, ovviamente, il quadro della secondaria di secondo grado, dove l’addensamento degli stranieri in certi comparti e indirizzi è in verità parente strettissimo delle forti caratterizzazioni sociali, anzi classiste, dei percorsi di istruzione superiore. Gli studenti stranieri, che pure frequentano sempre di più anche l’area liceale, restano comunque sovra-rappresentati in quella tecnica e professionale. Una “segregazione” o “auto segregazione” che ha a che fare .oltre che con la persistente gerarchizzazione dei diversi comparti della scuola superiore e con un orientamento scolastico troppo spesso condizionato da stereotipi, con le condizioni economiche e sociali delle famiglie, con aspettative limitate dalle difficoltà di una piena integrazione, con il bisogno di un rapido inserimento lavorativo dei figli. La sovrarappresentazione dei ragazzi stranieri c’è anche, si sa, nei percorsi di istruzione e formazione professionale, nei corsi serali, nei centri di istruzione per giovani adulti. Ma non è certo a questi comparti, pur decisivi dell’istruzione dei giovani, che si svolge il dibattito di questi giorni. E tra i molti silenzi poco spiegabili, nella scuola e fuori, anche questo dà conto della miseria politica e della lontananza dai problemi reali di questo ritorno alla grande del dibattito sui “tetti”.
[1] Costanzo Ranci, Carolina Pacchi. White flight a Milano, La segregazione sociale e etnica nelle scuole dell’obbligo a Milano, Franco Angeli,2017
Fiorella Farinelli Politica e saggista, docente esperta di istruzione e formazione, componente dell’Osservatorio nazionale per l'Integrazione degli alunni stranieri



