Educare alla consapevolezza: cosa ci insegnano i podcast di true crime sulla violenza di genere.
![Negli ultimi anni i podcast sono diventati uno dei linguaggi più diffusi e versatili della cultura contemporanea. Ascoltati durante gli spostamenti, mentre si lavora o si fa sport, i podcast permettono di entrare in storie e mondi diversi, con un’intimità e una libertà che altri media faticano a offrire. Tra i generi più popolari a livello internazionale c’è il true crime, il racconto di casi criminali reali. Un fenomeno che, in modo forse inaspettato, coinvolge in modo particolare il pubblico […]](https://www.educationduepuntozero.it/wp-content/uploads/2025/10/download-1.jpeg)
Negli ultimi anni i podcast sono diventati uno dei linguaggi più diffusi e versatili della cultura contemporanea. Ascoltati durante gli spostamenti, mentre si lavora o si fa sport, i podcast permettono di entrare in storie e mondi diversi, con un’intimità e una libertà che altri media faticano a offrire. Tra i generi più popolari a livello internazionale c’è il true crime, il racconto di casi criminali reali. Un fenomeno che, in modo forse inaspettato, coinvolge in modo particolare il pubblico femminile. Infatti, secondo diverse ricerche (Boling e Hull, 2018; McGregor, 2022; Pâquet, 2023), le donne costituiscono la maggioranza delle ascoltatrici di questo tipo di podcast. Anche in Italia il genere ha conosciuto un grande successo, con titoli come Indagini, Demoni Urbani o Elisa True Crime, che raggiungono milioni di ascolti. Al di là dell’interesse per i casi raccontati, questi podcast rispondono a un bisogno più profondo: capire la violenza, riconoscere la paura, elaborare le emozioni.
Ogni caso raccontato nei podcast di true crime sembra seguire uno schema che, pur nella diversità delle storie, si ripete: controllo, gelosia, isolamento, discredito, paura. Sono dinamiche riconoscibili e quotidiane, spesso presenti anche in relazioni che non sfociano nella violenza fisica. La forza del genere true crime sta proprio nel rendere visibili questi modelli, permettendo alle ascoltatrici di identificarli, nominarli e rifletterci sopra. Come emerge dalle interviste condotte per la mia ricerca, molte donne dichiarano che l’ascolto di questi racconti ha permesso loro di “collegare i puntini”, riconoscere segnali d’allarme e comprendere meglio come si forma un clima di controllo e dipendenza. In questo senso, la paura diventa un sapere, una forma di attenzione che aiuta a leggere la realtà con maggiore lucidità. Sara Ahmed (2004) parla di fear as orientation: la paura non è solo un’emozione negativa, ma un modo per orientarsi nello spazio sociale, per capire dove ci si sente sicure e dove no. Tuttavia, i podcast non si limitano a insegnare come “proteggersi”, ma invitano anche a interrogarsi sul perché le donne debbano continuamente elaborare strategie di autoprotezione in una società che normalizza la violenza. Molte ascoltatrici, infatti, raccontano di aver modificato alcune abitudini quotidiane dopo aver iniziato ad ascoltare questi podcast, come ad esempio evitare tragitti isolati, condividere la posizione con amici, prestare più attenzione ai segnali di controllo nelle relazioni. Tuttavia, questa vigilanza costante solleva un interrogativo cruciale: perché la sicurezza deve dipendere da strategie individuali, invece che da un cambiamento collettivo e culturale?
Nei casi analizzati dai podcast italiani, i femminicidi non appaiono mai come eventi improvvisi o frutto di un “raptus”, ma come espressione di una cultura che continua a legittimare il possesso, la gelosia e il controllo come segni d’amore. Al contrario, come dimostrano Busso, Combei e Tordini (2020), i media italiani tendono ancora a deresponsabilizzare gli autori di violenza, ricorrendo a un linguaggio che sposta l’attenzione dalla responsabilità sociale e relazionale all’eccezionalità del singolo: metafore patologizzanti come “amore malato” o costruzioni passive senza agente trasformano il crimine in una fatalità, dissolvendo la dimensione culturale del problema. Capecchi e Gius (2023), invece, mostrano come negli ultimi anni si sia aperto un percorso di cambiamento, favorito dal lavoro delle giornaliste e delle associazioni femministe, che hanno promosso una narrazione più consapevole e politicamente situata della violenza di genere. Tuttavia, nonostante l’introduzione di linee guida come il Manifesto di Venezia e la crescente visibilità del termine “femminicidio”, i media continuano spesso a oscillare tra la cronaca spettacolarizzata e il racconto empatico, senza ancora riconoscere pienamente la violenza contro le donne come problema collettivo e strutturale. In questo contesto, i podcast di true crime rappresentano un linguaggio alternativo e contro-narrativo: restituiscono voce alle vittime, mettono in discussione i frame mediatici tradizionali e invitano chi ascolta a riflettere sulle radici culturali e sistemiche della violenza. Questa consapevolezza porta con sé una riflessione più ampia: se le donne imparano a riconoscere i segnali di pericolo, cosa rivela questo del contesto che le circonda? La questione non riguarda solo la sicurezza individuale, ma la cultura che continua a rendere la paura una condizione ordinaria dell’esperienza femminile.
Ascoltare queste storie non è semplice: richiede tempo, empatia e la capacità di restare nel disagio. Ma proprio qui risiede il loro valore educativo. Come sostiene Zembylas (2005), le emozioni hanno una funzione pedagogica e politica: ci mettono in relazione con la sofferenza altrui e ci spingono a interrogarci su noi stessi e sul mondo. Nei commenti online ai podcast, le ascoltatrici condividono spesso esperienze personali, riflessioni e parole di sostegno. Questi spazi digitali diventano comunità affettive, per usare le parole di Zembylas: luoghi in cui il dolore si trasforma in solidarietà e il racconto individuale diventa memoria collettiva. In Italia, dove i casi di femminicidio continuano a riempire le cronache e la fiducia nelle istituzioni è fragile, questa dimensione di condivisione emotiva rappresenta una forma di cittadinanza etica. Come scrive Papacharissi (2015), le comunità digitali basate sull’emozione possono diventare “pubblici affettivi”: gruppi che, pur non organizzandosi politicamente, generano consapevolezza e responsabilità comune.
Riflessioni educative: parlarne a scuola
Come portare questa riflessione nel mondo dell’educazione senza esporre gli studenti ai contenuti più crudi? L’obiettivo non è far ascoltare i podcast, ma usarne il linguaggio e il successo come punto di partenza per un lavoro critico su cultura, linguaggio e stereotipi. Alcune piste di lavoro per insegnanti e formatori:
- Analisi del linguaggio dei media: come vengono rappresentate le vittime e gli autori di violenza? Quali parole usiamo per parlare di “amore”, “gelosia”, “possesso”?
- Educazione alle emozioni: come reagiamo alla paura, all’empatia, all’ingiustizia? Le emozioni possono diventare strumenti di comprensione e non solo reazioni istintive.
- Educazione di genere: riconoscere i modelli relazionali disfunzionali (controllo, isolamento, colpevolizzazione) e promuovere relazioni basate sul rispetto e sull’autonomia reciproca.
- Cittadinanza digitale: discutere il ruolo dei commenti online, la responsabilità delle parole, e come la rete può diventare spazio di solidarietà o di hate speech.
Conclusione: la consapevolezza come prevenzione
I podcast di true crime non risolvono il problema della violenza di genere, ma ci aiutano a riconoscerlo. Raccontano che la violenza non nasce dal nulla, ma da una cultura che la rende possibile, e che solo la consapevolezza collettiva e l’educazione possono prevenirla. Per questo, educare all’ascolto critico e alla riflessione sui media significa educare alla cittadinanza, al rispetto e alla responsabilità. La vera prevenzione inizia quando impariamo a vedere i segnali, a riconoscere i linguaggi che normalizzano la violenza e a trasformare la paura in conoscenza condivisa.
Bibliografia essenziale
Ahmed, Sara. “Living a Feminist Life.” Duke University Press eBooks, 2017, https://doi.org/10.1215/9780822373377.
Busso, L., Combei, C. R., Tordini, O., Aston University, Università di Bologna, & Università di Pisa. (2020). The mediatization of femicide: a corpus-based study on the representation of gendered violence in Italian media. L’ANALISI LINGUISTICA E LETTERARIA, 29–48.
Capecchi, S., Gius, C. (2023). Gender-based Violence Representation in the Italian Media: Reviewing Changes in Public Narrations from Femicide to “Revenge Pornography”. Italian Journal of Sociology of Education, 15(1), 81-100. DOI: 10.14658/pupj-ijse-2023-1-4
Papacharissi, Zizi. Affective Publics. 2014, https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780199999736.001.0001.
Pâquet, Lili. “Seeking Justice Elsewhere: Informal and Formal Justice in the True Crime podcastsTraceandThe Teacher’s Pet.” Crime Media Culture an International Journal, vol. 17, no. 3, Sept. 2020, pp. 421–37. https://doi.org/10.1177/1741659020954260.
Vicary, Amanda M., and R. Chris Fraley. “Captured by True Crime: Why Are Women Drawn to Tales of Rape, Murder, and Serial Killers?” Social Psychological and Personality Science, vol. 1, no. 1, Jan. 2010, pp. 81–86. https://doi.org/10.1177/1948550609355486.
Zembylas, Michalinos. “The Politics of Trauma: Empathy, Reconciliation and Peace Education.” Journal of Peace Education, vol. 4, no. 2, Aug. 2007, pp. 207–24. https://doi.org/10.1080/17400200701523603.
Clara Pedullà, PhD in the Humanities candidate, MA Media & Creative Industries – Erasmus University Rotterdam



