Un ricordo di Vittorio Campione
![Ci eravamo sentiti per telefono qualche tempo prima, lui responsabile scuola del PDS, io coordinatore dei circoli tematici dell’Ulivo, allora statu nascenti, sulla formazione. Ma solo a fine maggio del 1995 ci incontrammo di persona a Bologna, dove venne a trovarmi insieme a Claudia Mancina e Giulia Rodano, per parlare ovviamente di scuola. La chiacchierata verté in particolare sulla parità scolastica, questione spinosa e ideologicamente molto marcata, che vedeva da sempre divisi al proprio interno sia il mondo del cattolicesimo […]](https://www.educationduepuntozero.it/wp-content/uploads/2026/03/NPs5r5ro_400x400-360x360.jpeg)
Ci eravamo sentiti per telefono qualche tempo prima, lui responsabile scuola del PDS, io coordinatore dei circoli tematici dell’Ulivo, allora statu nascenti, sulla formazione. Ma solo a fine maggio del 1995 ci incontrammo di persona a Bologna, dove venne a trovarmi insieme a Claudia Mancina e Giulia Rodano, per parlare ovviamente di scuola. La chiacchierata verté in particolare sulla parità scolastica, questione spinosa e ideologicamente molto marcata, che vedeva da sempre divisi al proprio interno sia il mondo del cattolicesimo democratico, sia quello di tradizione laica e postcomunista, quest’ultimo più compattamente contrario, in verità. Fu credo reciproca la piacevole sorpresa di trovarci invece subito d’accordo su un principio generale, da cui sarebbe discesa l’azione riformatrice più rilevante di Berlinguer ministro: l’idea cioè che la parità fosse un sottoinsieme di un tema assai più ampio, quello dell’autonomia delle scuole.
Sono passati più di trent’anni. Posso dire che, almeno fino a quando la malattia non lo ha sempre di più isolato, da quel giorno non abbiamo più smesso di ragionare insieme. E insieme di fare (o cercare di fare).
Più intenso e frequente fu il lavoro comune durante il periodo del primo governo Prodi, quando Vittorio, allora segretario particolare di Berlinguer, ebbe parte di primissima fila non solo nella redazione delle norme riformatrici, ma anche e, direi soprattutto, nell’organizzare il confronto nel paese durante la loro gestazione. In particolare sul tema dell’autonomia, lo animava la convinzione che solo un dibattito vero e impregiudicato, aperto alle realtà tanto differenti della scuola italiana, avrebbe permesso l’effettiva attuazione della legge e l’avvio di un processo di profondo cambio di passo, sia di contenuti che di ordinamento. Una stagione feconda, ma breve, che non ebbe modo di consolidare i suoi frutti, e si esaurì fra i sussulti della fine legislatura.
Fu all’esordio del secolo che la tenacia riformatrice e il realismo politico di Vittorio diedero un altro colpo d’ala. Già negli anni precedenti avevamo spesso riflettuto insieme sul rilancio dell’istruzione tecnica e della formazione professionale, come volano indispensabile della crescita. La sensazione condivisa era che anche nel centrodestra, accanto a posizioni più retrive e conservatrici, vi fosse una linea di pensiero orientata in questa direzione. I primi passi del ministero Moratti sembrarono in effetti confermarlo. Convinto che, di là dalle posizioni politiche generali, sul terreno della scuola e della formazione unire i punti comuni fosse più proficuo che sottolineare le divergenze, Vittorio mise insieme un gruppo di lavoro trasversale, che la stampa chiamò “gruppo del buonsenso”, con lo scopo di elaborare un’ipotesi di riforma condivisa. L’esito fu un volumetto, edito dal Mulino, curato da Vittorio, Luisa Ribolzi e me (Tutta un’altra scuola. Proposte di buon senso per cambiare i sistemi formativi, Bologna 2005). Tre pilastri: l’esercizio dell’autonomia scolastica fondato sul principio della rete territoriale, l’avvio di una filiera tecnica superiore non accademica, l’introduzione delle tecnologie digitali come supporto alla costruzione di conoscenze. Difficile oggi misurare l’apporto indiretto di quel gruppo su alcune delle innovazioni più importanti dei decenni successivi. Ma alcune di quelle tracce paiono dire che qualche merito quel gruppo lo ebbe (e Vittorio in primis), non foss’altro nell’allargare il perimetro del dibattito e nell’anticipare la centralità di alcuni temi.
Circa un decennio dopo, ministro Profumo, Vittorio mi coinvolse in un gruppo di lavoro istituito presso l’allora MIUR sul tema della conclusione a 18 anni del percorso scolastico. Ne venne fuori un corposo documento, che redigemmo a tre mani io, Vittorio e Franco De Anna, che resta a mio avviso un testo ancora ricco di indicazioni utili, benché non abbia mai visto la luce di una ribalta pubblica. Consegnato al Ministro, non se ne seppe più nulla.
Poi ci siamo un po’ persi di vista. L’ultima volta lo andai a trovare in Astrid, già fiaccato dal male, la voce affievolita. Valgano queste poche note di memoria a restituirgli gratitudine per un lungo sodalizio e una vera amicizia.
Paolo Ferratini. insegna Lettere presso il liceo scientifico "Copernico" di Bologna. Esperto di politiche formative, è stato assessore all'Istruzione del Comune.



