Cronache dall’ultimo esame di maturità (1)

Ricordo bene quei giorni, faceva caldo. Era l’anno scolastico 1967/68. Liceo Augusto di Roma… Tutte le materie. Districavo bene la filosofia a quei tempi e Luigi mi aiutava nelle materie scientifiche. Angelo studiava solo, come un disperato, senza uscir mai di casa, era indietro di un anno e non poteva perdere ancora terreno. Doveva diventare “Maturo”. Ero ossessionato dall’“Elettra” di Euripide, lo ripassavo e lo ripassavo, dall’inizio alla fine, compresa l’ultima pagina, venivo sbeffeggiato per questo, non potevo farne a meno, ma cominciavo a distrarmici sopra. Avevo perso quattro mesi di scuola.

LIDIA MARIA: Aspetta, se la cosa non ti dispiace accendo il registratore; rischio di dimenticare qualcosa di importante sennò, o di interpretare secondo qualche pregiudizio peregrino. Non ti dispiace se qualcun altro studia questo tuo racconto, vero? Studenti come me non si ricordano nemmeno com’erano quegli esami.

LUIGI: Non ti dirò niente di particolarmente scioccante, credimi. Era solo molto diverso da ora. Ogni giorno mi ripassavo le formule principali di trigonometria, un rito giornaliero, ricordo che levavo pensieri non proprio deferenti ai parroci che si occupavano di matematica e non dei fatti loro. Le sapevo meglio dell’alfabeto. Posavo il libretto smilzo di trigo e mi andavo a prendere l’edizione Fabbri della Divina Commedia. Preparavo due o tre canti per volta ma non riuscivo a concentrarmi completamente. Dante comunque, come Orazio, è riuscito a insediarsi nella mia cultura, per merito suo, immagino. Ero lesso. Alle otto, le venti dovrei dire, mi vestivo per la solita scorribanda serale, una passeggiatina scacciapensieri e divagante. Appena cominciavo a scendere a piedi le scale mi sentivo meglio.

Non sapevi mai chi potevi incontrare per strada, uscivamo come le lumache con la pioggia. “Ho lasciato Bergson per scendere puntuale” dice Luigi I. Io ero Luigi II. Ci ricaricavamo, liberavamo il cervello quel po’ che ci permetteva di cenare e di dare un’altra occhiata ai libri dopo cena. Una vitaccia ma doveva durar poco. L’aria rinfrescava la sera dopo il caldo afoso del pomeriggio e la via Appia (Nuova) era piena di gente multicolore che correva da una parte o dall’altra. Con gli esami ancora su, tutti erano ancora a Roma. Come si dice? E Pierino si rese conto di quanto fosse importante anche il compito che lo aspettava a casa, che come gli adulti lavoravano e facevano il loro dovere, lui doveva studiare, prepararsi alla vita. Non ci avevano convinto, però. Sapere a memoria il teorema dei seni, le categorie di Kant, Un plu- to li- re- ne ce- ra- sa P. E. N., l’anno di nascita del Foscolo o la storia di suo fratello e della cassa del reggimento. Ti ricordi chi è stato Jellacich? Questa era la maturità. Herbart per me è rimasto “In du- ce pro fe- p- este”! Avevo fatto un sonetto su mantisse e logaritmi. Che dovevo fare, studiare le ca…te per la scuola e le cose serie per me? Non c’era tempo. Avevo scoperto il libro dell’esaminatore e mi ero battuto la bibliografia, mi informavo sui loro metodi e li assecondavo. Non si può rischiare di perdere un esame per essere completamente noi stessi. E sempre non si può rischiare e sempre bisogna tradire noi stessi. Usuali ipocrisie negate solo ai pazzi ed ai miliardari. Questo pensavamo. Andavamo di corsa sin quasi a porta San Giovanni poi attraversavamo e tornavamo indietro. I professori hanno il coltello dalla parte del manico e l’unico insegnamento che mi è passato per quella scuola è che l’autorità non è al tuo servizio, che chi può ti opprimere lo fa, e ti costringe ad essere sleale se vuoi campare. Così ero arrivato a considerare la scuola, salvavo solo la trasgressione segreta della solidarietà, che era logicamente proibita. Luigi I era uno scrupolosissimo primo della classe ma odiava la competizione. Ci dicevano: Vedete Garrone e De Rossi, fate come loro, per conto vostro, non si copia, ognuno deve poter dimostrare quel che può senza inganni meschini. Ognuno per sé e la matita rossoblù per tutti. Luigi I però era più indiavolato di me con la scuola, la aveva creduta santa e la scopriva puttana. Discutevamo come pazzi, continuavamo ad usare il cervello come i podisti continuano a correre dopo il traguardo.

Eravamo travolti dagli argomenti più astratti, la riforma della scuola, per esempio, e poi la politica e le ragazze. Poco sport nella mia cerchia. Ogni argomento, comunque, dopo cinque ore di Scienze e Matematica ti travolge il cervello surriscaldato. Durante gli anni precedenti ci eravamo ribellati, avevamo studiato una rete di solidarietà e copia. Tre posizioni base durante i compiti. Seduti normalmente, con una certa tendenza a tenere il naso in aria, per sentire dietro, chinati in avanti per sentire e comunicare in avanti, stirati indietro per chiamare al contatto quelli della retroguardia. Col vicino di banco, con l’altro Luigi, parlavo persino d’altro, certe volte. Bastava lasciare il foglio in una certa posizione strategica che si consentiva il doppio controllo, da dietro e di fianco. Ci avevano svagato una volta, al ginnasio, una spiata e una rete era andata distrutta. Una volta è più che sufficiente. Non avevano prove ma Cilento si lasciò sfuggire che di tanto in tanto copiava qualcosa. Ci trovammo da un giorno all’altro distrutti, isolati e senza aiuti. Luigi sulla cattedra, si attestò sulla sufficienza. Io mi salvai col cinque pieno e dovetti fare un anno di sforzi a recuperare. Recupero, Pasquale Cilento fu bollato e lo bocciarono. (Tu nega tutto, si dice a Roma quando si annuncia un fidanzamento o un matrimonio). (continua)

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Lidia Maria Giannini