La tecnologia è la risposta, ma quale era la domanda?
![Negli ultimi anni la tecnologia non ha semplicemente accelerato: ha cambiato natura. Siamo passati da un’innovazione digitale graduale, in cui nuovi strumenti entravano lentamente nella vita quotidiana, a un ritmo in cui l’intelligenza artificiale evolve più velocemente della nostra capacità di comprenderla. In questo scenario, il sistema politico ed educativo si trova a fare i conti con una trasformazione che non riguarda soltanto gli strumenti, ma il modo stesso in cui si producono, si elaborano e si condividono le conoscenze. […]](https://www.educationduepuntozero.it/wp-content/uploads/2025/12/images.jpeg)
Negli ultimi anni la tecnologia non ha semplicemente accelerato: ha cambiato natura. Siamo passati da un’innovazione digitale graduale, in cui nuovi strumenti entravano lentamente nella vita quotidiana, a un ritmo in cui l’intelligenza artificiale evolve più velocemente della nostra capacità di comprenderla. In questo scenario, il sistema politico ed educativo si trova a fare i conti con una trasformazione che non riguarda soltanto gli strumenti, ma il modo stesso in cui si producono, si elaborano e si condividono le conoscenze.
Il problema non è solo infrastrutturale. Il Rapporto Eurispes 2025 “Il rapporto delle persone con il digitale” mostra come il Digital Divide italiano sia sempre più culturale e cognitivo: non riguarda solo l’accesso alle tecnologie, ma la capacità di interpretarle e usarle in modo consapevole. Molti adulti faticano a orientarsi nei processi che regolano la vita digitale, mentre le generazioni più giovani, abili nell’uso intuitivo degli strumenti, non comprendono gli algoritmi e le strutture che determinano ciò che vedono e condividono.
Ne emergono due modi distinti di vivere il digitale. Gli adulti hanno imparato la tecnologia come strumento funzionale e lineare, mentre i giovani crescono immersi in un ecosistema fatto di app, notifiche e automatismi che semplificano l’esperienza ma ne occultano la complessità. Si crea così un’asimmetria: gli studenti padroneggiano gli strumenti senza comprenderne i meccanismi, gli adulti comprendono i processi analogici ma non sempre gli ambienti digitali contemporanei. Entrambi portano fragilità diverse.
Questa asimmetria non riguarda solo il futuro professionale, ma il funzionamento stesso della società. Se docenti e studenti non condividono una cultura comune della tecnologia, la scuola rischia di non riuscire a preparare cittadini che possano muoversi con competenza in contesti sempre più mediati da algoritmi, piattaforme e sistemi automatizzati. La mancanza di consapevolezza sui principi che governano l’IA è in questo senso un nodo centrale: troppo spesso viene percepita come un generatore di risposte, e non come un sistema complesso fatto di modelli, dati e limiti.
L’arrivo delle Linee guida italiane sull’IA a scuola si colloca proprio in questo scenario. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, con il documento pubblicato negli ultimi mesi del 2025, si è allineato alla cornice europea definita dalla Commissione Europea con le “Ethical Guidelines on the use of AI and data in education and training”, diffuse nel febbraio 2023. L’obiettivo comune è promuovere un uso consapevole, etico e inclusivo dell’IA, sostenuto da percorsi di formazione adeguati per il personale scolastico. A ciò si aggiungono le recenti dichiarazioni del ministro Valditara, che ha annunciato 100 milioni di euro dedicati alla formazione dei docenti sulle tematiche legate all’intelligenza artificiale.
Ma resta una domanda fondamentale: dopo anni in cui molti investimenti tecnologici non hanno prodotto cambiamenti reali, questa volta le risorse saranno davvero indirizzate in modo da avere un impatto concreto sulla realtà delle scuole? Lo scetticismo non è ingiustificato. Il Piano Scuola 4.0 del PNRR, pur prevedendo la somma sostanziale di oltre 2,1 miliardi di euro, ha accumulato ritardi, pagamenti fermi poco oltre la metà e una realizzazione disomogenea. Anche gli investimenti del Piano Nazionale Scuola Digitale, con oltre 100 milioni di euro destinati a laboratori e formazione, hanno avuto un impatto ridotto per la discontinuità degli interventi e la lentezza dei percorsi formativi.
Il quadro si complica ulteriormente se si considerano i dati internazionali. Il Rapporto ICILS 2018, pubblicato nel 2019, mostra forti squilibri territoriali nelle competenze digitali: le regioni del Sud e le Isole ottengono risultati significativamente inferiori rispetto a Nord e Centro. I dati preliminari di ICILS 2023, analizzati a livello europeo nel biennio 2024-2025, confermano non solo la persistenza, ma in alcuni casi l’ampliamento di questi divari. Se il livello di partenza è così disomogeneo, l’introduzione dell’IA senza una strategia specifica per i territori storicamente più fragili rischia di amplificare le disparità anziché ridurle.
Anche se molte delle iniziative previste non sono ancora pienamente operative, è essenziale che i fondi vengano destinati a percorsi di formazione capaci di integrare dimensioni tecniche ed etiche, rivolti sia agli insegnanti sia agli studenti e coerenti con la cornice europea e nazionale del 2025. Alcuni ritengono eccessivo chiedere agli insegnanti di acquisire competenze informatiche relative all’intelligenza artificiale. Eppure basta osservare ciò che accade in altri settori per capire che questo passaggio è inevitabile: quando la medicina ha introdotto nuove tecnologie diagnostiche, come la risonanza magnetica o le cartelle cliniche digitali, i professionisti del settore non sono diventati ingegneri, ma hanno dovuto comprenderne il funzionamento di base per prendere decisioni informate. Allo stesso modo, anche gli insegnanti devono acquisire una familiarità minima con gli strumenti che stanno trasformando la conoscenza e la comunicazione contemporanea. Non per programmare algoritmi, ma per accompagnare gli studenti in un mondo in cui l’IA è già parte delle scelte di vita quotidiane.
L’intelligenza artificiale non è una minaccia inevitabile né una soluzione automatica. È un amplificatore: può approfondire i divari o contribuire a colmarli, può aggravare le fragilità o diventare un’occasione di equità. La differenza non la farà la tecnologia in sé, ma le scelte politiche ed educative che l’accompagneranno. La scuola dovrà decidere se limitarsi a inseguire il cambiamento o assumersi la responsabilità di guidarlo.
Giulio Lucentini, dottorando in Teaching and Learning Sciences (UniMac e Sapienza), studia inserimento lavorativo dei laureati (soprattutto STEM) e IA in educazione, con varie pubblicazioni sui due temi.



