Home » Studi e ricerche » Questione di scuola o di civiltà?

Questione di scuola o di civiltà?

Pubblicato il: 19/02/2026 11:34:47 -


articoli correlati

Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Importare modelli securitari da società armate significa rinunciare alla civiltà della polis

«Un tempo i Greci portavano le armi nella vita quotidiana, come fanno ancora oggi molti dei barbari. Il fatto che alcuni Greci abbiano conservato tali usanze dimostra che in passato tutto il mondo greco viveva in condizioni simili.»

Tucidide, La guerra nel Peloponneso, (libro I).

 

In questo passo iniziale della Guerra del Peloponneso, Tucidide introduce una distinzione tra greci e barbari non in chiave etnica ma storico-culturale: la civiltà della polis coincide con il superamento della necessità di portare armi nella vita quotidiana. attraverso il quale la sicurezza viene sottratta all’iniziativa individuale e ricondotta all’ordine istituzionale. Il non portare armi nello spazio pubblico non è un segno di debolezza, ma l’esito di una lunga costruzione politica fondata sulla fiducia nelle istituzioni.

La polis nasce quando la forza non è più il principio regolatore dei rapporti sociali. l conflitti, inevitabili tra gli umani, vengono trasformati in parola, argomentazione, voto, giudizio. La polis è la forma storica attraverso cui le società umane hanno trasformato la violenza in diritto, il conflitto in parola e la convivenza in civiltà pacifica, la barbarie in civiltà. La giustizia e la politica aiutano a costruire un ordine razionale del vivere comune basato sul dialogo e sull’educazione.

Nella nostra tradizione culturale, la polis non rappresenta semplicemente una forma storica di organizzazione politica, ma rappresenta un salto di civiltà, la cifra della civiltà europea. Segna il passaggio da una convivenza regolata dalla forza a una convivenza mediata dalla ragione: civili sono coloro che vivono secondo leggi condivise, deliberate in modo democratico, mentre barbari sono coloro che restano prigionieri della legge del più forte, del potere e dell’arbitrio dei pochi, delle parole di vecchi testi In questo quadro, la polis si configura come un dispositivo di emancipazione, poiché non elimina il conflitto ma lo sottrae alla forza bruta e lo riconduce a forme istituzionali: il dibattito, il tribunale, l’assemblea.

La convivenza che la polis rende possibile non è dunque assenza di tensione, ma capacità collettiva di contenere i conflitti entro regole condivise, rendendoli produttivi anziché distruttivi. È in questo senso che, per Aristotele, la polis esiste non solo per vivere, ma per vivere bene: perché solo una comunità che ha civilizzato la violenza può rendere stabile la fiducia, l’educazione dei cittadini e la continuità delle relazioni. La polis, in definitiva, non è semplicemente la forma di governo di una città, ma la forma storica attraverso cui la pace diventa una pratica sociale appresa, fragile e sempre da rinnovare, ma costitutiva della civiltà stessa.

I sofisti (Gorgia, Protagora) avevano già intuito che il logos (la ragione, la parola) avesse il potere di sostituire la forza[1]. Platone approfondisce questa intuizione, ponendo il problema del buon uso della parola: quando il linguaggio è orientato alla verità e al bene comune, esso diventa strumento di pacificazione; quando è manipolazione, produce una violenza più sottile ma non meno distruttiva. La polis civile è dunque quella in cui il conflitto si combatte con argomenti, non con lo scontro fisico, in cui l’educazione al linguaggio è parte integrante della costruzione della convivenza.

Ma la storia non procede in modo lineare, lo stesso Tucidide mostra cosa succede quando la polis perde la sua funzione civilizzatrice utilizzando il caso della stásis di Corcira (Guerra del Peloponneso, III, 82–83). Il conflitto politico, anziché essere mediato da istituzioni e linguaggio condiviso, degenera in violenza diffusa: le parole cambiano significato, la fiducia si dissolve. La stasis emerge quando il legame simbolico che tiene assieme una comunità si spezza e viene a mancare il linguaggio politico. Le parole diventano armi, ciò che prima era prudenza diventa codardia, ciò che prima era moderazione diventa debolezza, e la sopraffazione e la violenza sono esaltati come coraggio.

Tucidide ritiene inoltre che questo tipo di crisi risponda a una costante antropologica: sotto pressione estrema gli esseri umani tendono a privilegiare l’utile immediato rispetto al giusto, la sopravvivenza rispetto alla legge.

Nel momento storico che stiamo attraversando queste riflessioni possono aiutarci a leggere il clima che si è instaurato tra la comunità europea e i suoi grandi interlocutori e in particolare gli Stati Uniti dei quali siamo alleati. Le società europee, pur attraversate da conflitti e violenze, hanno faticosamente raggiunto la condizione di spazi civili disarmati, in cui l’accesso alle armi è fortemente regolato e la sicurezza è affidata a istituzioni pubbliche, non alla difesa individuale. In questo senso, l’Europa può essere letta come un contesto politicamente “maturo”, nel quale la separazione tra spazio civile e spazio armato è divenuta un presupposto implicito della vita collettiva e in cui sia pure con molti limiti si sono costruite norme di giustizia sociale, di tutela dei cittadini e di rispetto delle leggi e dei diritti abbastanza avanzate.

Il confronto con gli Stati Uniti mette in evidenza una traiettoria diversa. Nati come Stato moderno segnato dalla frontiera e dall’autodifesa armata, dall’espropriazione coloniale della terra ai nativi, gli Stati Uniti presentano ancora tratti di una giovinezza istituzionale in cui la diffusione delle armi è culturalmente legittimata come forma di libertà individuale. Seguendo la lezione di Tucidide, questa persistenza dell’armamento nella vita quotidiana può essere letta non come segno di maggiore libertà, ma come indice di una incompleta istituzionalizzazione della sicurezza, che rende necessari controlli invasivi negli spazi pubblici senza riuscire, per questo, a prevenire la moltiplicazione degli episodi di violenza armata.

Negli Stati Uniti, la diffusione privata delle armi da fuoco è estrema: gli Stati Uniti rappresentano un outlier mondiale per mortalità da arma da fuoco, con tassi di omicidi con armi da fuoco decine di volte superiori rispetto a paesi europei comparabili e con la violenza armata che contribuisce in modo significativo alla mortalità prevenibile della popolazione, inclusi giovani e adolescenti. Secondo database internazionali, la nazione con il maggior numero di sparatorie in scuole nel mondo sono proprio gli USA, con centinaia di episodi registrati negli ultimi decenni contro pochi casi isolati in Europa.

I numeri non sono mai banali. Negli Stati Uniti, l’uso diffuso di armi e la cultura della difesa individuale hanno prodotto un circolo vizioso: più armi in circolazione, più violenza armata nella società, più pressione per sistemi di controllo profondo negli spazi pubblici come le scuole, pur senza ridurre significativamente il numero complessivo di episodi tragici.

In Europa, per quanto raramente si verifichino atti di violenza nelle scuole, tali eventi sono percepiti con grande allarme, amplificati dai media, e non di rado utilizzati come giustificazione per adottare misure securitarie che replicano, in piccolo, modelli importati da contesti sociali e istituzionali molto diversi dai nostri.

La riflessione di Tucidide ci offre una interessante chiave di lettura: negli ultimi anni, anche in Europa, si affaccia la tentazione di importare nei luoghi civili – e in particolare nelle scuole – dispositivi di controllo ispirati a società “barbare” “che ancora conservano tali usanze”: metal detector, controlli agli accessi, sorveglianza permanente. Si tratta di strumenti presentati come “neutri”, ma che veicolano un modello implicito di convivenza fondato sull’aspettativa della minaccia. In termini tucididei, è il ritorno di tratti pre-politici nello spazio della polis, un modello che rischia di rappresentare una regressione simbolica e culturale, prima ancora che organizzativa.

Non si tratta semplicemente di importare strumenti che pretendono di garantire sicurezza, ma di importare un modello di convivenza, fondato sulla paura e sulla accettazione e normalizzazione della violenza.

I sostenitori della necessità di sicurezza si fanno forza della presenza di episodi di violenza in ambito scolastico e giovanile. Tali episodi esistono e vanno affrontati con serietà; tuttavia, i dati disponibili indicano con continuità che le forme più gravi e persistenti di violenza sono prodotte nel mondo adulto, in particolare nelle relazioni intime e familiari (violenza domestica e femminicidi, bullismo nei comportamenti). La scuola non è l’origine della violenza sociale; è piuttosto uno dei luoghi in cui rischia di riflettersi la violenza di una società adulta, che certo non è esempio di onestà, giustizia, inclusione. Rispondere a un rischio quantitativamente circoscritto con una militarizzazione simbolica degli spazi educativi significa spostare l’asse dalla prevenzione culturale a una gestione autoritaria e punitiva, con effetti pedagogicamente regressivi.

Come ha mostrato Norbert Elias, il processo di civilizzazione passa per la concentrazione e l’istituzionalizzazione della forza, non per la sua diffusione (Elias, 1939). In termini analoghi, Max Weber definiva lo Stato moderno come colui che rivendica con successo il monopolio legittimo della forza. Quando questo monopolio si indebolisce o viene culturalmente delegittimato, la società tende a compensare con sorveglianza, controllo e sospetto generalizzato.

Il paradosso è evidente: dove le armi sono più diffuse, crescono la paura e la necessità di sorveglianza. Dove la sorveglianza aumenta, lo spazio civile si contrae. Importare in Europa modelli di controllo nati in una società che ancora non ha superato tali usanze rischia dunque di produrre una doppia perdita: rinunciare a un patrimonio storico di civiltà politica e, al tempo stesso, normalizzare una concezione riduttiva della scuola e dei giovani che la abitano, trattata come luogo potenzialmente ostile anziché come spazio di fiducia, formazione e cittadinanza. Riletta in questa chiave, la questione è allora eminentemente culturale e pedagogica. Stanno cercando di esportare e reintrodurre nella polis europea tratti propri di una condizione pre-politica che essa aveva faticosamente superato, imponendola con la forza dei media e di una politica aggressiva.

La civiltà non avanza moltiplicando controlli, ma riducendo la necessità di applicarli, rafforzando la consapevolezza del patto sociale, rifiutando la forza come modalità di risolvere problemi e utilizzando al loro posto giustizia e politica. Andare avanti, oggi, significa non reintrodurre nella polis europea ciò che essa aveva storicamente (con enormi sofferenze) superato, e resistere alla propaganda che confonde la civiltà con debolezza.

Se si assume questa eredità classica (contro la retorica del bullo), la scuola può essere letta come una micro-polis: uno spazio in cui il conflitto non è assente, ma deve essere reso dicibile, regolato, trasformato. Come nella polis aristotelica, anche nella scuola la civiltà pacifica non nasce dalla repressione della tensione, bensì dalla sua canalizzazione simbolica: turni di parola, regole condivise, valutazioni pubbliche, assunzione di responsabilità. Quando questi dispositivi saltano – o quando gli adulti stessi agiscono secondo logiche di sopraffazione, arbitrarietà o violenza simbolica – la scuola conosce forme di stásis quotidiana: linguaggi degradati, sfiducia, aggressività diffusa. In questa prospettiva, educare alla cittadinanza non significa trasmettere norme astratte, ma allenare alla convivenza pacifica, esattamente come faceva la polis: insegnare che le tensioni sono inevitabili, ma che la civiltà comincia nel momento in cui queste vengono trattenute nel linguaggio, nel diritto e nella relazione educativa.

Rimane il problema di come far maturare lo spirito della polis anche fuori della scuola e nei paesi che ci sono alleati. Possiamo solo sperare che i nostri rappresentanti istituzionali agiscano con lo stesso rigore che richiedono agli insegnanti e aiutino il prevalere del logos sulla barbarie.

 

Riferimenti bibliografici

Elias, N. (1988). Il processo di civilizzazione, Il Mulino: Bologna (pubblicazione originale 1939).

Institute for Health Metrics and Evaluation. (2023). On gun violence, the United States is an outlier University of Washington. https://www.healthdata.org/news-events/insights-blog/acting-data/gun-violence-united-states-outlier

ISTAT. (2023). Report_Vittime-di-omicidio_Anno-2023.pdf. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Vittime-di-omicidio_Anno-2023.pdf

Karp, A. (2018). Estimating global civilian-held firearms numbers. Small Arms Survey. https://www.smallarmssurvey.org/sites/default/files/resources/SAS-BP-Civilian-Firearms-Numbers.pdf

Tucidide, (1996). La Guerra nel Peloponneso. Testo greco a fronte, BUR: Milano..

Weber, M. (1997). La politica come professione, Roma:Armando (pubblicazione originale 1919)

[1] Gorgia ad esempio dice che il logos attraverso la persuasione ci costringe ad agire

Piero Lucisano

57 recommended

Rispondi

0 notes
447 views
bookmark icon

Rispondi